lunedì 23 luglio 2012

SONATA ARCTICA - Stones Grow Her Name


STONES GROW HER NAME

Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 18 Maggio 2012
Genere: Power Metal

Introduzione:

Nel colorito mondo del power metal, si sa bene che esistono band che nella loro carriera portano avanti coerentemente il loro marchio e, con una qualità bene o male sempre discreta, si assestano sul loro sound (Iron Savior, Gamma Ray, giusto per fare qualche esempio); poi ci sono quelle band che preferiscono inserire sempre qualcosa di innovativo ad ogni uscita discografica, riuscendo nell’intento di catturare sempre e comunque l’attenzione di devoti fans (Blind Guardian, ecc…), ed infine ci sono quelle band intente a stupire con novità e con variazioni di stile, senza però riuscire ad essere pienamente apprezzate lungo tutta la loro carriera. In quest’ultima categoria rientrano senza dubbio i finlandesi Sonata Arctica: la band esplose come una bomba nel mercato power europeo con tre album di classico power metal melodico scandinavo, ma forte di un songrwriting roccioso ed originale, a partire dal sublime “Ecliptica” del lontano 1999. Dopo “Reckoning Night” (2004), un album più sperimentale ma ugualmente stupendo ed ispirato, la band inizia un nuovo corso col controverso “Unia” (2007): spariscono la doppia cassa e lo speed-power che fece grande questa band, mentre le partiture e le strutture vengono infarcite di prog e divagazioni strumentali molto ricercate. La voglia di freschezza esercitata in “Unia” non funziona però a dovere, rendendo il disco di difficile digeribilità, così come accade al seguente “The Days Of Grays” (2009), che tenta parzialmente di recuperare alcuni stilemi del vecchio corso, non riuscendo nei suoi intenti. Alla luce di questo, il nuovo parto “Stones Grow Her Name” restituisce una band su una giusta rotta? Solo in piccola parte. I Sonata Arctica, infatti, ci propongono alcune tracce finalmente meno prolisse, più immediate e dirette, come da tempo non si sentivano uscire dai loro strumenti. Assieme a queste, però, non mancano farciture pseudo-sperimentali che provano in tutti i modi a stupire, ma che in fin dei conti ci lasciano ancora l’amaro in bocca. Manca realmente la freschezza in questa band; c’è la volontà di voler andare fuori dagli schemi per non ripetersi (scelta giusta e rispettabile), ma manca la capacità di trovare le soluzioni giuste per farlo. Considerato tutto ciò, “Stones Grow Her Name” risulta essere un’occasione sprecata. Non tutto l’album è da scartare, certamente, ma non posso nascondere un filo di delusione per una band che aveva molto da dire e da insegnare a tanti suoi colleghi, ma che spesso si perde nei meandri di una sperimentazione che, forse, non le appartiene.


Track by Track:

I Sonata Arctica si ripresentano sul mercato con “Only The Broken Hearts (Make You Beautiful)”, un mid-tempo semplice ed immediato che riporta subito in mente l’album “Reckoning Night”. L’introduzione elettronica lascia spazio a belle melodie di chitarra supportate da un tappeto atmosferico di tastiera, che sfociano senza tanti riempitivi nel bel refrain. Nulla di nuovo in realtà, ma il brano funge molto bene da apripista. “Shitload Of Money” viene introdotta da un riffing quasi industrial, per poi proseguire su binari heavy-hard rock nella strofa. Siamo dinnanzi ancora una volta ad un classico mid-tempo in stile Sonata Arctica: immediato e roccioso, come da un po’ non si sentiva uscire dalla penna dei finlandesi. Come al solito, spiccano alcuni arrangiamenti di tastiera molto curati che impreziosiscono un brano semplice ma ancora efficace. Insomma, ancora una canzone piacevole e di facile ascolto. Soavi note di pianoforte introducono il veloce riffing di “Losing My Insanity”. Sembra incredibile, ma pare quasi che la band sia finalmente tornata sui propri passi, poiché anche per questa traccia il riferimento più lampante è quel “Reckoning Night” che fece da spartiacque stilistico tra il power melodico degli esordi e il power-prog sperimentale degli ultimi anni. Torna la doppia cassa, le casse dello stereo si riempiono di cori, melodie, un ritornello arioso e convincente, assoli ben fatti. Questa song è, ancora una volta, un episodio godibile seppur poco originale, soprattutto nel riffing. “Somewhere Close To You” è giostrata su un riff di chitarra piuttosto aggressivo, ma il ritornello non riesce a catturare appieno l’attenzione, rendendo il brano abbastanza trascurabile ed in fin dei conti piuttosto piatto e poco convincente. Dopo questo mezzo passo falso è il turno del singolone “I Have Right”, probabilmente uno dei brani più commerciali scritti dalla band. Eteree melodie di tastiere convergono in un mid-tempo/ballad dal sapore ruffiano e catchy. Le atmosfere oscure create dal pianoforte garantiscono, nonostante tutto, un certo fascino al brano e riconsegnano un episodio gradevole, ma non eccezionale nelle strutture e negli arrangiamenti. Manca ancora la proverbiale “botta”, quel brano in grado di catturare e di far scatenare tutta l’adrenalina metallica: lo stesso difetto che ha contrassegnato “Unia” e “The Days Of Grays”. Peccato che il resto della tracklist, da questo punto, consegni dei brani meno gradevoli di quelli fin qui ascoltati, a partire da “Alone In Heaven”, un altro mid-tempo che mostra delle buone idee negli arrangiamenti e discrete scelte melodiche ma scade in un ritornello poco convincente. Più o meno lo stesso discorso vale per la seguente “The Day”, dove delle buone idee vengono sfruttate probabilmente male e convergono in un brano decisamente sperimentale (sarebbe stato perfetto su un disco come “Unia”) ma privo di mordente. Belle le atmosfere create da tastiera e chitarra acustica, ma manca una linea-guida, un motivo che dia senso al brano, il quale anche in questo caso va a scivolare proprio su un ritornello scialbo e passivo. Proprio dove l’eccessiva lentezza dei pezzi inizia a pesare sull’economia del disco, ecco arrivare lo sfarzo di “Cinderblox”, un esempio deciso di country-metal! I mandolini (o simili) dominano le strofe accompagnate da chitarre elettriche e batteria veloce. Un altro brano sicuramente sperimentale, coraggioso, simpatico e gradevole, che perlomeno alza il tiro del disco dando un po’ di freschezza alla proposta. Ecco giungere alla ballad mielosa e ruffiana, immancabile nei dischi di Kakko e Co., che risponde al nome di “Don’t Be Mean”: una buona ballad old-school, che ricorda molto da vicino le testimonianze romantiche dei primi Europe. La chitarra acustica ed il pianoforte tessono un tappeto delicato e corposo, su cui si innesta la convincente prova vocale di Kakko. Ben riuscito è l’assolo di violino centrale. Ricordate la mitica ed aggressiva “Wildfire” su “Reckoning Night”? Bene, ora i Sonata Arctica cercano di darle un seguito con due pezzi a mio avviso non riusciti come “Wildfire II - One With The Mountain”, dove riff di chitarra aggressivi non riescono a supplire scelte melodiche troppo morbide e scontate. La struttura del brano è pregna di parti che non riescono a dare continuità al pezzo (compresa la reprise della melodia del pezzo originale), rendendo difficile la concentrazione. Questo pezzo troppo caotico, nell’indifferenza lascia spazio alla conclusiva “Wildfire III - Wildfire Town, Population: 0”, dove vale lo stesso discorso della traccia precedente: il brano gode di stacchi aggressivi micidiali, che non vengono però sfruttati a dovere. Siamo infatti dinnanzi ad un brano poco sicuro, ancora caotico e troppo pretenzioso, che scorre per 8 (in realtà 6) lunghi minuti senza riuscire a catturare l’attenzione. Inevitabile quindi la sensazione di incompiutezza finale.


Considerazioni Conclusive:

Ad ascolto concluso, rimane quindi ben poco di sostanzioso in questo nuovo atteso lavoro della band finnica. Manca la scintilla, la miccia che permetta ad un album metal di esplodere d’adrenalina e di potenza, pertanto SGHN resterà probabilmente sepolto nella polvere del tempo. I musicisti sono indubbiamente ottimi esecutori: se pensiamo al chitarrista Elias Viljanen e al tastierista Henrik Klingenberg è facile constatare come siano particolarmente abili con i propri strumenti, sia in fase solistica, melodica o anche in ambito di accompagnamento. La sezione ritmica di Marko Paasikoski al basso e Tommy Portimo alla batteria, si assesta invece su capacità precise ma abbastanza ordinarie, senza strafare, come sempre i due musicisti hanno mostrato nel corso degli anni. Il vocalist e mastermind Tony Kakko gode ancora di un’ottima qualità interpretativa e trascina bene il carrozzone, ma sembra abbia perso mordente rispetto ai vecchi album. Insomma, era dannatamente più convincente in album come “Silence” o “Winterheart’s Guild”. E’ il songwriting a peccare ancora una volta però: qualche brano piacevole c’è, ma molte canzoni sono lente, poco dinamiche, spesso stanche e non aiutano a dare virilità a SGHN, il quale, brano dopo brano, inizia a stancare l’ascoltatore. Il percorso della band intrapreso con “Unia” e in parte con “Reckoning Night” viene quindi parzialmente continuato anche con questo nuovo album, ma non c’è nulla da fare: anche in questo nuovo disco manca l’estrema immediatezza e velocità di tracce come “Full Moon”, “San Sebastian” o “Wolf & Raven” o se non altro la freschezza compositiva di un brano come “White Pearl, Black Oceans...”. Onestamente, si sente anche la mancanza di un asso come Jani Liimatainen, l’ex-chitarrista della band. Se non altro, l’artwork risulta molto interessante e simbolico, ma chiaramente non basta per esaltare un album poco più che sufficiente. Se vi piace il nuovo corso della band, allora questo è un disco per voi. Se amate i veri Sonata Arctica, non perdete tempo con “Stones Grow Her Name” e tornate a sentirvi la vera qualità di “Ecliptica”.


Tracklist:

01. Only The Broken Hearts (Make You Beautiful)
02. Shitload Of Money
03. Losing My Insanity
04. Somewhere Close To You
05. I Have Right
06. Alone In Heaven
07. The Day
08. Cinderblox
09. Don’t Be Mean
10. Wildfire II - One With The Mountain
11. Wildfire III - Wildfire Town, Population: 0


Voto: 6,5/10

domenica 24 giugno 2012

PATHFINDER - Fifth Element


FIFTH ELEMENT

Etichetta: Sonic Attack Records
Data di uscita: 26 Maggio 2012
Genere: Symphonic Power Metal

Introduzione:

Tornano in pista i Pathfinder, una giovane band ancora poco conosciuta proveniente dalla Polonia, che sfodera il suo secondo disco in carriera e secondo capitolo di una saga fantasy iniziata con il buonissimo esordio “Beyond The Space, Beyond The Time” del 2010. Per chi non li conoscesse, i  Pathfinder suonano un complesso power metal neoclassico, con abbondanti ed essenziali partiture sinfoniche, su un tappeto di velocità d’esecuzione elevatissima. Si potrebbero quasi definire come un riuscito incontro tra la potenza e velocità dei Dragonforce e la magniloquenza musicale dei nostri Rhapsody. Presentazioni a parte, il nuovo “Fifth Element” non delude le aspettative ed anzi si rivela essere decisamente superiore rispetto al pur brillante e difficile esordio. Intendiamoci, i lavori della band polacca non sono estremamente originali, poiché molte dello loro soluzioni musicali hanno già trovato spazio nei vecchi lavori dei Rhapsody o sono, comunque, già piuttosto sentite nell’ambito del power neoclassico-sinfonico, ma, nonostante ciò, i loro brani riescono a colpire per un’innata freschezza e potenza. Un’altra caratteristica lodevole che li distacca dal filone di un canonico sympho-power è l’utilizzo frequente di blast-beats e partiture più estreme (limitatamente al genere proposto, ovviamente), comprese di vocals variegate, a volte anche fuori luogo. Insomma, i Pathfinder non si sono mai astenuti dal cercare di sperimentare comunque qualche soluzione differente e più malsana rispetto al classico filone sinfonico e “Fifth Element” non è da meno: gli elementi del primo disco ci sono tutti, la velocità, le scale virtuosistiche, la sinfonia pomposa, le strane partiture vocali, le sfuriate estreme, ma, in generale, il songwriting registra un netto miglioramento. Infatti se in BTSBTT avevamo dei brani costruiti ad arte e dalle strutture complesse, è anche vero che molte cose facevano fatica a rimanere in testa, mentre in FE ogni brano ha un suo perché ed è contraddistinto da un ritornello chiave che rimane in testa fin dai primi ascolti, pur permanendo le strutture complesse e gli arrangiamenti orchestrali elaborati (anche quest’ultimi ulteriormente migliorati dall’esordio). Insomma, per farla breve, i Pathfinder restano una band da tenere seriamente sott’occhio nel panorama del power metal sinfonico; speriamo solo che la loro grande fantasia musicale e le loro capacità tecniche fuori dal comune riescano ad essere notati degnamente dal grande pubblico, ma con queste premesse è difficile pensare al contrario. Li attendiamo per la fatidica prova del terzo disco, intanto sono ampiamente promossi.


Track by Track:

Si parte con un’immancabile introduzione sinfonica che avvia il concept del quinto elemento, “Ventus Ignis Terra Aqua”, in cui una profonda voce si prodiga in improbabili narrazioni, alla maniera di Christopher Lee con i Rhapsody. La musica che accompagna il parlato è chiaramente di stampo sinfonico e ben si cala nel suo ruolo di apripista per preparare l’ascoltatore, anche se va detto che non è certo un’introduzione esemplare. Tralasciato questo trascurabile dettaglio, si entra nel vivo con la lunga title-track “Fifth Element”, in cui i polacchi si destreggiano alla grande tra partiture sinfoniche, virtuosismi veloci ed oscuri (nella parte solistica), stacchi di pianoforte e numerose parti di blast-beat fulmineo, come accade nel maestoso ritornello. Lungo i nove minuti del brano, non si può non notare come i Pathfinder siano grandi esecutori e compositori dalle idee spesso geniali e particolari. Come nel disco precedente, anche in questo caso le voci sono indescrivibili e non sempre totalmente apprezzabili, tra un cantato ordinario, screams in falsetto messi qua e là e parti in pseudo-screaming. Gli arrangiamenti strumentali sono strabilianti, così come saranno lungo tutto l’album. Chiusa quest’ottima power song, il seguito prende nome di “Ready To Die Between Stars”, un’altra ottima song di power orchestrale e possente, forse più canonica, ma indubbiamente coinvolgente nelle sue repentine evoluzioni e nei suoi arrangiamenti orchestrali potenti ed essenziali. Molto bello ed emozionante è il velocissimo e corale ritornello, così come in tutto il corso del brano le linee vocali riescono ad essere davvero convincenti. Spettacolare infine tutta la parte solistica centrale: in stile Dragonforce nella prima metà, con scambi eccellenti tra chitarre e tastiere, ed in stile Rhapsody nella seconda metà, tra epiche ed oscure melodie. Insomma, un brano davvero eccellente, che lascia spazio ad un altro stupendo pezzo dal titolo “The Day When I Turn Back Time”: l’introduzione ricorda i Turisas più recenti di “The Varangian Way” con dei cori epici e profondi, mentre da li a poco il tutto si ridimensiona in un contesto power suonato a velocità elevatissime. Magistrali la magniloquente strofa ed il favoloso refrain, epico, emozionante e malinconico, con un lodevole crescendo orchestrale. Un brano che non sbaglia una nota e fa centro ancora una volta, candidandosi come vero capolavoro dell’intero album. “Chronokinesis” è aperto da una sezione orchestrale magistrale e profondissima, per poi svilupparsi in strofe veloci, ma meno memorabili e più canoniche. Il vero punto di forza del brano è il refrain, che si apre potente ed arioso, dando un tocco di solarità alla proposta della band, tra le consuete parti di batteria al fulmicotone ed arrangiamenti sinfonici sempre in primo piano, senza soffocare le chitarre. “March To The Darkest Horizon” è il brano più cadenzato e battagliero dell’intero album, in cui una trionfale strofa dal sapore manowariano porta ben presto ad un convincente ritornello corale e guerriero, su una splendida cavalcata metallica. Come di consueto, la parte solistica risulta costruita a dovere, in grado di catturare l’attenzione e di mantenere alta la tensione, anche quando i ritmi si stoppano in un preziosissimo stacco di suggestivo pianoforte con voce femminile. Otto minuti di metal trionfale e battagliero davvero magistrale ed estremamente riuscito. Cade a pennello la ballad “Yin Yang”, dove a parlare sono solo un delicato pianoforte e dei leggiadri archi, che accompagnano uno splendido duetto tra il singer Szymon ed una voce femminile, un po’ com’era accaduto con la ballad “Undiscovered Dreams”, dal primo disco. Il brano mette in risalto tutta l’anima melodica dei Pathfinder, senza voler strafare e rimanendo quindi ancorato a melodie ed arrangiamenti semplici, ma efficaci nello spezzare il ritmo di un album fin qui accesissimo. Ad essere puntigliosi, il finale poteva essere giostrato in maniera più degna, ma, onestamente, si tratta di una virgola in mezzo a tanta magnificenza. La sezione orchestrale lascia maggiore spazio alle chitarre con il power velocissimo e dragonforciano di “Elemental Power”, brano introdotto da sognanti melodie di tastiera e giocato su uno splendido ritornello sparato a velocità supersoniche, su un ottimo tappeto melodico. Non mancano i consueti stacchi di blast-beats di batteria, che rendono tutta la proposta leggermente più aggressiva ed accattivante. Immancabile la spettacolare battaglia solistica tra le chitarre di Gunsen/Karol e la tastiera di Slawek, ulteriormente sottolineate dalla velocità estrema del brano. Ancora una canzone basata su alte velocità è “Ad Futuram Rei Memoriam”, la quale, dopo una delicata introduzione sinfonica, si lancia in fulminei blast di batteria e sweep di chitarra-tastiera. La qualità è ancora una volta estremamente buona, anche se nel complesso il brano non brilla alla pari delle tracce precedenti, nonostante un memorabile refrain fulmineo ed estremamente melodico. L’ultimo tassello di questo fantastico album è “When The Sunrise Breaks The Darkness”, che gode ancora di un ritornello carico di enfasi, di orchestra e di malinconia. Degni di nota sono anche le varie strofe ed i bridge (mi hanno ricordato qualcosa dei francesi Fairyland) ed i sottili arrangiamenti ben fatti che pervadono tutto il brano. Un classico brano di symphonic power sparato a folli velocità, tra melodie eccezionali ed arrangiamenti sopraffini, perfetto per chiudere degnamente un capolavoro come “Fifth Element”. “Vita” è infine un trascurabile outro che richiama il tema della title-track, ma aggiunge ben poco a quanto già detto egregiamente dalle tracce precedenti.


Considerazioni Conclusive:

Perdonate il mio costante elogio, ma qui siamo di fronte al capolavoro symphonic-power del 2012, a meno che non ne spunti fuori un altro nel restante mezzo anno a disposizione (vedremo cosa combina Turilli!). Insomma, una così giovane band che solo al secondo album mette in mostra una tale magnificenza musicale, non può che essere ammirata con stupore ed apprezzamento, al di là del genere proposto: a tal proposito, se odiate il power sinfonico e pomposo, lasciate comunque perdere quest’album, poiché accontenta solo un certo target, ma lo fa dannatamente bene. Nelle fila della band polacca troviamo degli autentici mostri, tra cui i chitarristi Gunsen e Karol Mania che si mettono in mostra tra riff veloci e precisi e virtuosismi solistici degni dei migliori shredders; Szymon Kostro è colui che da voce ai Pathfinder, dimostrando una spiccata personalità ed una buona tecnica, dando comunque il meglio di sé nelle tonalità medie, mentre i suoi screams acuti, a volte, possono sembrare anche fuori contesto; Slawek Belak si occupa delle tastiere e di tutto il possente ed epico comparto d’orchestrazione: inutile dire che il suo contributo è essenziale e sbalorditivo nella capacità di arrangiare minuziosamente tanti suoni e tanti strumenti orchestrali diversi (per quanto, credo, siano sintetizzati) e i suoi solos velocissimi e gustosi hanno una dichiarata influenza neoclassic-power; Arkadiusz Ruth, oltre ad aiutare Slawek nelle orchestrazioni, riesce a mostrarsi in qualche occasione grazie ad alcuni brevi assoli di basso, sottolineando la sua grande capacità tecnica; infine il nuovo drummer della band, Kacper Stachowiak, mette in mostra tutta la sua abilità con passaggi velocissimi, potenti ed aggressivi, dimostrandosi un batterista davvero disumano, a tratti. La produzione ha il grande pregio di riuscire a mettere sotto la giusta luce tutti i singoli strumenti, senza penalizzare alcun suono o alcuna frequenza, risultando in un ottimo lavoro di audio engineering; ad essere puntigliosi, il suono della batteria non è eccellente e risulta forse un po’ scarno, avrebbe forse reso maggiormente con un suono differente. All’opera sul disegno della copertina troviamo un certo Felipe Machado Franco…lo ricordate? Basta pensare agli ultimi due album dei Blind Guardian e alle recenti produzioni dei Rhapsody: esatto, proprio lui. Infatti il suo stile è perfettamente riconoscibile anche nella bella cover di “Fifth Element” (notare l’uomo incappucciato e la sfera pseudo-energetica con gli anelli incastrati). Detto ciò, non posso che rinnovare i miei complimenti alla band polacca, creatrice di un album davvero curatissimo, inteso e corposo, valido sotto tutti i punti di vista. I Pathfinder sono dotati di tutte le capacità e le intenzioni per farsi conoscere degnamente in un prossimo futuro; diamo loro questa possibilità, perché se la meritano seriamente.



Tracklist:

01. Ventus Ignis Terra Aqua
02. Fifth Element
03. Ready To Die Between Stars
04. The Day When I Turn Back Time
05. Chronokinesis
06. March To The Darkest Horizon
07. Yin Yang
08. Elemental Power
09. Ad Futuram Rei Memoriam
10. When The Sunrise Breaks The Darkness
11. Vita


Voto: 9/10

sabato 16 giugno 2012

CRADLE OF FILTH - Midnight In The Labyrinth


MIDNIGHT IN THE LABYRINTH

Etichetta: Peaceville
Data di uscita: 21 Aprile 2012
Genere: Symphonic Gothic

Cosa sta combinando Dani Filth? Questa domanda sorge abbastanza spontanea nel momento in cui si ascoltano con attenzione i primi minuti di questo nuovo “Midnight In The Labyrinth”, il tanto atteso ed agognato album orchestrale dei maestri del gothic-black metal Cradle Of Filth. La band non necessita di particolari presentazioni, bene o male tutti la conosciamo, vista la grande importanza che comunque hanno avuto negli anni ’90 per lo sviluppo di un genere come il symphonic black metal. Ad oggi, infatti, la band del minuto singer britannico rimane una delle più saccheggiate per chi vuole suonare questo genere, assieme ai norvegesi Dimmu Borgir. Ma veniamo a questo album: per molto tempo si era parlato di questo progetto, tanto voluto dalla band e da Dani stesso. Eccolo qui, finalmente, presentato da una copertina non eccezionale ma che almeno riporta alla mente le belle atmosfere dark-gotiche di “Dusk…And Her Embrace”, capolavoro assoluto dei vampiri inglesi. Purtroppo, c’è da dire fin da subito che cotanta attesa non è stata ripagata degnamente: MITL è infatti un lungo concentrato sinfonico con alcune narrazioni che va a ripescare e ri-arrangiare soprattutto i brani più vecchi del combo (dai primi tre dischi), tralasciando le produzioni più recenti. In questo non c’è nulla di male, anzi, gli intenti sono buoni. Ma addentrandoci subito nel succo del platter, è proprio la musica stessa che non funziona: l’orchestra suona senza sfoderare tutta la sua potenza, gli arrangiamenti sembrano spesso privi del giusto mordente ed appaiono in molti casi sin troppo semplici per essere degni di un’intera orchestra sinfonica…a volte si ha quasi la sensazione che gli strumenti siano stata campionati con dei buoni VST piuttosto che suonati umanamente, poiché le giuste dinamiche e i chiaro-scuri orchestrali stentano ad uscire e vige una generale piattezza compositiva. A tutto ciò è doveroso aggiunge che le lunghezze dei brani di questo disco sono più o meno le medesime dei brani originali: giusto, direte voi, ma il problema è che il suono unico dell’orchestra e dei cori, a lungo andare, tende a stancare l’orecchio lungo i 78 minuti prolissi del primo disco (si, i dischi sono ben due, ma tralasciamo per un attimo il secondo); complice di ciò, senza dubbio, è la sterilità degli arrangiamenti e la frequente incapacità di renderli avvincenti e degni di una colonna sonora. Non tutto è da buttare, sia chiaro: le riproposizioni maligne ed oscure di “A Gothic Romance (Red Roses For The Devil’s Whore)” e “The Twisted Nails Of Faith”, per esempio, sono delle degne versioni orchestrali dei rispettivi brani omonimi, piccoli gioiellini sinfonici in grado di catturare l’attenzione in maniera adeguata. D’altro canto però, le sterili versioni di “Funeral In Carpathia” o “The Forest Whispers My Name”, dove tutta la carica nefasta e demoniaca delle versioni metalliche viene sgonfiata, lasciano seriamente l’amaro in bocca. Discorso a parte infine per l’inutile “Goetia (Invoking The Unclean)”, 13 minuti d’atmosfera oscura con narrazioni demoniache, mantra, suoni vari, sibili e quant’altro, il tutto su un tappeto ambient decisamente monotono. Insomma, un brano che francamente lascia seriamente perplessi. Ho accennato ad un secondo disco in “Midnight In The Labyrinth”, ma non aspettatevi nulla di appetitoso; se nel primo disco le versioni orchestrali sono accompagnate da alcune parti narrate da Dani (nel suo inconfondibile stile) e da Sarah Jezebel Deva (vecchia conoscenza in casa Cradle), nel secondo cd abbiamo gli stessi brani, ma senza narrazioni e in un ordine di tracklist differente: ora, spiegatemi il senso di questa operazione. Se non altro, chi non sopporta la voce del singer, potrà cercare almeno di guastarsi solo gli strumenti, ma, al di là di questo, l’inserimento del secondo disco risulta esser nient’altro che un trascurabile riempitivo. Per concludere, “Midnight In The Labyrinth” da una parte risulta essere un passo decisamente falso (o meglio, un’occasione che poteva essere sfruttata in modo migliore) nella carriera di una band che, onestamente, si era ripresa alla grande dopo il deludente “Thornography” (2006): ciò è avvenuto con due buonissimi album, con cui i Cradle hanno riacquistato credibilità compositiva e la giusta veemenza (“Godspeed On The Devil’s Thunder” del 2008 e “Darkly, Darkly Venus Aversa” del 2010, qui recensito a questo link: http://recensionimetalfil.blogspot.it/2010/11/cradle-of-filth-darkly-darkly-venus.html). Da un altro punto di vista, questa nuova uscita può essere intesa come un regalo ai fan più affezionati, i quali, presumo, avranno comunque qualcosa da ridire in merito a come sono state fatte le cose. A mio avviso, estremamente più interessante sarebbe stato ri-registrare qualche classico con l’ausilio non solo degli strumenti sinfonici, ma anche di chitarre distorte e batteria triggerata: versioni metal con orchestra avrebbero reso il discorso sicuramente più interessante. A conti fatti, è un album di cui non consiglio l’acquisto, a meno che non siate dei vampiri collezionisti di ogni uscita della band.Confidiamo nel prossimo disco di inediti.


Tracklist:

CD 1:

01. A Gothic Romance (Red Roses For The Devil’s Whore)
02. The Forest Whispers My Name
03. The Twisted Nails Of Faith
04. The Rape And Ruin Of Angels (Hosannas in Extremis)
05. Funeral In Carpathia
06. Summer Dying Fast
07. Thirteen Autumns And A Widow
08. Dusk And Her Embrace
09. Cruelty Brought Thee Orchids
10. Goetia (Invoking The Unclean)

CD 2 (versioni strumentali):

01. The Rape And Ruin Of Angels (Hosannas in Extremis)
02. Dusk And Her Embrace
03. Summer Dying Fast
04. The Twisted Nails Of Faith
05. Funeral In Carpathia
06. The Forest Whispers My Name
07. Cruelty Brought Thee Orchids
08. A Gothic Romance (Red Roses For The Devil’s Whore)
09. Thirteen Autumns And A Widow


Voto: 5/10

domenica 10 giugno 2012

DRAGONFORCE - The Power Within


THE POWER WITHIN

Etichetta: Electric Generation Records
Data di uscita: 16 Aprile 2012
Genere: Melodic Power Metal

Introduzione:

Volenti o nolenti, li conosciamo tutti. Questa band di cui mi accingo a parlare ha visto crescere la propria popolarità in maniera esponenziale negli ultimi dieci anni; che sia per le velocità ultrasoniche proposte, per gli assoli esagerati e spesso fuori contesto, per la loro concezione più aerobica che musicale del concerto, i britannici Dragonforce non sono mai stati particolarmente stimati dalla critica internazionale, riscontrando, tuttavia, apprezzamenti sempre più cospicui dagli ascoltatori di power metal, ma non solo. La band del pepato chitarrista Herman Li ha di recente affrontato l’abbandono dello storico frontman ZP Theart, che ha lasciato il gruppo nel 2010. A quattro anni di distanza dal discutibile “Ultrabeatdown”, tornano in campo nuovamente, con gli stessi ingredienti di sempre. Ma qualcosa è cambiato, in meglio: già dando un’occhiata al minutaggio, ci si rende conto che gli sbrodoli di 8-9 minuti, praticamente d’obbligo in ogni uscita post “Valley Of The Damned” (lo stupendo esordio del 2003), non sono presenti. Ebbene, ciò che potrebbe essere solo un semplice aspetto di secondo piano, si rivela una parte importante di quelli che sono i nuovi Dragonforce: “The Power Within” è di gran lunga il miglior lavoro partorito nell’intera storia della band, al pari dell’esordio. Rimangono le melodie curatissime, rimane la potenza e l’impatto delle chitarre; la supervelocità c’è ancora, ma solo in alcuni brani. Assieme a tutto ciò, notiamo la presenza di solos più ragionati, di una riduzione drastica di comiche keyboards alla Supermario, e la presenza di un paio di graditissimi mid-tempos; davvero una sorpresa per chi conosce bene la band britannica. Insomma, i Dragonforce sono cresciuti, si sono ridimensionati. Hanno aspettato quattro anni per ricaricare bene le batterie e per riorganizzare al meglio le idee, confluendo tutta questa nuova energia nel nuovo disco. Ora finalmente, con queste nove canzoni, sono degni di essere esaltati anche dalla critica e di essere apprezzati in toto per ciò che suonano, ovvero un elettrizzante power europeo, non sempre originale, non sempre eccezionale, ma estremamente melodico e potente, come è giusto che sia. In tutto ciò, una buona dose d’attenzione è posta su Marc, il nuovo giovane singer, che, a dirla tutta, non fa rimpiangere nemmeno per un attimo il discreto ZP, un cantante che non è mai riuscito a brillare nella musica del combo; ora, invece, anche il cantante ha un ruolo di spicco nella band. Bentornati Dragonforce, questa volta avete sorpreso positivamente!


Track by Track:

Qualche epica melodia e acuti su tonalità altissime introducono “Holding On”, il primo brano dei nuovi Dragonforce. La velocità di esecuzione del brano è davvero elevata, come i Dragonforce stessi ci hanno abituati negli anni passati, ma fin da subito notiamo che le sezioni strumentali inutili e ripetitive sono state drasticamente ridotte, dando finalmente giustizia al tocco supersonico della band. Finalmente riusciamo ad apprezzare meglio la potenza del gruppo, grazie ad una song energica ed accattivante, sia nelle strofe che nell’arioso refrain. Spicca l’esecuzione folle del drummer Dave e la convincente voce della new entry Marc. Un ottimo biglietto da visita, che lascia spazio alla successiva ancor più bella “Fallen World”, non troppo originale, ma epica nelle sue melodie e dallo stile inconfondibilmente Dragonforce, tra blast-beats e fraseggi velocissimi. Il ritornello è melodico e piacevolissimo, nella tipica tradizione power, grazie anche alle ottime linee vocali di Marc. Fin qui, nonostante lo stile sia ancora inevitabilemente legato al passato, il tutto è reso più scorrevole, grazie a minutaggi drasticamente ridotti e a partiture strumentali e virtuose più concentrate e finalizzate. Arriva la prima sorpresa con “Cry Thunder”, brano anticipato da un videoclip. Si tratta di un mid-tempo, allegro e saltellante, in cui Herman Li e soci si destreggiano bene tra curatissime melodie di chitarra pseudo-folkeggianti. Un brano indubbiamente privo di idee geniali o troppo originali, ma degno comunque di essere ricordato nella discografia del gruppo. La forza di questo mid-tempo sta nelle melodie fresche e scintillanti e nel buon refrain, creato appositamente per la dimensione live. Dopo questa gradita sorpresa, si torna a pestare l’acceleratore, questa volta in maniera meno estrema e virulenta, con un classico brano power europeo: “Give Me The Night”, nonostante un titolo dal sottofondo glam, riesce a convincere, ma non a stupire. Le chitarre sono perfette nei loro veloci e tecnici riff, così come le convincenti strofe ed il ritornello melodico e ruffiano garantiscono quattro minuti e mezzo piacevoli e godibili. Molto interessante la parte centrale, con accordi più lenti e cadenzati, prima di un bellissimo assolo di chitarra. Un delicato pianoforte introduce quella che apparentemente sembrerebbe una ballad: nulla di più sbagliato, perché “Wings Of Liberty” è in realtà un’altra bordata di power metal epico e velocissimo. Ritengo che i Dragonforce non abbiano mai creato un brano così intenso come questo; tutto suona incredibilmente potente ed è al posto giusto. Le melodie, la voce, l’accattivante incedere del brano, gli stacchi puliti, gli assoli: tutto ciò contribuisce a creare quello che ritengo essere il brano più bello in tutta la discografia della band. Probabilmente, a molta gente sembrerà un classicissimo brano power, ma “Wings Of Liberty” possiede qualcosa in più, un mood fresco e accattivante, capace di dare speranza e forza interiore anche al più depresso dei metallari. Bellissimo anche il curatissimo assolo centrale. Un brano di musica eccellente, consigliato a chi è in cerca di felicità e di voglia di vivere. Il successivo, è un altro ottimo brano che testimonia la rinnovata freschezza della band: “Seasons” si presenta come un altro mid-tempo graffiante e convincente fin dal primo ascolto, grazie a strofe aggressive e dirette e ad un refrain coinvolgente e passionale, dove Marc si adagia su linee vocali morbide e baritonali, ma perfette. Azzeccato l’intermezzo potente e melodico, prima di un perfetto e gradevole scambio solistico tra le chitarre e la tastiera. Il fading del brano ci porta alla successiva “Heart Of The Storm”, dove i Dragonforce ritornano a velocizzare la loro proposta, con un power metal veemente e repentino. Nonostante gli intenti delle ottime strofe ed i bei solos, il ritornello fatica a decollare, così l’intero brano tende ad assomigliare a tante vecchie canzoni del gruppo senza presentare molta varietà stilistica e senza il giusto mordente, presente maggiormente nei primi brani del disco. Dopo questo classicissimo brano alla Dragonforce, la band si ripropone con un altro brano power, meno veloce ma sempre infuocato, che perlomeno presenta però qualche spunto più interessante: “Die By The Sword” non gode di un refrain eccellente, ma ha dalla sua parte degli interessanti arrangiamenti di chitarra, delle strofe precise e convincenti ed uno stupendo intermezzo lento e malinconico, con un intervento solistico emozionante e particolarmente sentito, prima della spiazzante ripresa di velocità che conduce al finale. Dopo un brano degno di nota ma non trascendentale, arriviamo al finale con “Last Man Stands”. Nella breve introduzione di tastiere pare quasi di sentire i Linkin Park più elettronici e recenti (scusate l’ingombrante paragone), ma le cose virano ben presto verso un canonico power melodico e arioso, pregno di positività e speranza: del resto, i Dragonforce sono anche questo. Al di là della canonicità del pezzo, “Last Man Stands” non esagera con la velocità e gode di un buon refrain melodico e di un ottimo e perfetto crescendo solistico dei chitarristi e del tastierista. Arriviamo così agli acuti finali, che concludono degnamente questo ritrovato spirito della band britannica, esposto nei nove brani di questo pregevole come-back discografico. Delle varie bonus-tracks dell’edizione speciale, cito solamente la versione acustica di “Seasons”, un piccolo gioiellino in grado di far risaltare ancor di più arrangiamenti e melodie del pezzo originale.


Considerazioni Conclusive:

Colpo centrato per il combo britannico. Dopo un album piuttosto deludente, sotto molti aspetti, come “Ultrabeatdown”, TPW riesce a risollevare le sorti di una formazione che negli anni ha cercato di portare perlomeno una ventata nuova nel power, introducendo velocità d’esecuzione al limite dell’umano e suoni spesso grotteschi. Non si può nascondere che la monotonia nei loro pezzi stava iniziando a prendere il sopravvento; l’eccesso iniziava a diventare un irrinunciabile vezzo che andava inevitabilmente a soffocare la composizione e la qualità della musica. Per fortuna, ora sembra che Herman Li abbia finalmente capito che non serve essere così eccessivi per poter essere ricordati. Infatti l’operato suo e di Sam Totman alle chitarre si impone, come sempre, con potenza e precisione tecnica nelle complesse partiture ritmiche, mentre nei solos qualcosa è cambiato rispetto al passato; più melodia, più ricercatezza e meno miliardi di note sbrodolate a caso in una battuta. Perfino il basso di Frederic Leclercq assume un ruolo fondamentale e in moltissime occasioni funge da collettore tra un riff e l’altro attraverso repentini fraseggi di basso, che lasciano intendere una buona capacità tecnica (mai particolarmente dimostrata nel power melodico). Altro punto chiave è la tastiera: i suoni ridicoli pseudo-videogame anni ’80 sono praticamente scomparsi. Al loro posto i tappeti sinfonici e pianistici diventano maturi e fondamentali, senza scordare qualche ottima prova solistica, il tutto ad opera di un ispirato Vadym Pruzanov. Non si notano grandi differenze nel drumming di Dave Mackintosh, sempre preciso, dinamico e velocissimo, essenziale per gli intenti del gruppo. Le luci sono però tutte puntate su Marc Hudson, un classico power-metal-singer, dotato di tecnica, carisma, di estensione e del giusto calore esecutivo. La differenza con la sterilità di ZP si sente; Marc ha indubbiamente portato un’ulteriore grammo di freschezza nella band. La produzione è perfetta per la proposta: potente ma anche lievemente aggressiva nel suono delle chitarre, mentre sul versante artwork, la band dovrà ancora lavorare: così come molte precedenti, anche la copertina di TPW è davvero insignificante. Ma è il songwriting a fare davvero la differenza: tutto suona più equilibrato e ridimensionato, con una qualità compositiva in molti casi davvero matura ed elevata. Insomma, c’è molto di cui sperare per il futuro dei Dragonforce, ma intanto godetevi senza remore questo nuovo piccolo gioiellino del power moderno.


Tracklist:

01. Holding On
02. Fallen World
03. Cry Thunder
04. Give Me The Night
05. Wings Of Liberty
06. Seasons
07. Heart Of The Storm
08. Die By The Sword
09. Last Man Stands


Voto: 8/10

giovedì 24 maggio 2012

AELEGY - Highness Of The Fallen


--- Autoproduzioni ---

HIGHNESS OF THE FALLEN

Anno: Dicembre 2011/Gennaio 2012
Genere: Symphonic Black Metal
Line-Up:
Massimiliano Mantovanelli – Vocals;
Leonardo Fravezzi – Guitars;
Riccardo Spadi – Guitars;
Matteo Fiori – Bass Guitar;
Matteo Polinari – Drums;
Enrico Marchiotto – Guest Keyboards.
               

Recensione:

La scena black metal sinfonica veronese ha un altro discepolo al suo servizio. Dopo il successo, non solo italiano ma anche estero, dei Riul Doamnei (una della band più conosciute nel veronese), negli ultimi tempi si stanno facendo largo a forza anche giovani band dallo spirito attivo e decisamente creativo. Tra queste, meritano una certa attenzione gli Ǽlegy, attivi dal 2010. La giovane band ha recentemente rilasciato un breve demo autoprodotto, la prima fatica in studio di questi 5 ragazzi (anche se recentemente sono rimasti in 4), dall’enigmatico titolo di “Highness Of The Fallen”. Dietro ad una bella copertina ad opera di Alexander (Hedera Art), mostrante una sorta di rielaborazione di alcuni disegni di manoscritti del 1500, si nascondono degli interessanti pregi in queste 5 tracce. Ciò che balza subito all’orecchio e che mi ha colpito positivamente in questo lavoro, ad un primo e rapido ascolto, è che la band gode di una buona ed originale vena creativa, in grado di farla già scostare significativamente dalle leggende del sympho-black internazionale (Dimmu Borgir e Cradle Of Filth, sempre inevitabilmente citati quando si parla di questo filone musicale) anche se i riferimenti al sound dei mostri sacri non mancano; la maggior originalità della loro proposta è quindi un fattore che gioca decisamente a favore degli Ǽlegy. Ciò è infatti riscontrabile immediatamente nel primo brano “Standing By The Stygian Veil”, dove una cupa introduzione sinfonica lascia ben presto spazio a delle azzeccate melodie pseudo-folk, trasformando il pezzo in un evocativo e convincente epic-black metal. Le sorprese non finiscono perché anche le seguenti “Entice The Firmament” e soprattutto “Pandemonium” mostrano delle buone idee che miscelano un po’ di sympho-black old style con un approccio oscuro ma innovativo; in “Entice The Firmament” il sound della prima parte si assesta su intenti gothic-black, mentre il bel finale, grazie ai suoi oscuri innesti di pianoforte, si avvicina ai migliori Dimmu Borgir di “Spiritual Black Dimensions”. La “behemothiana” “Pandemonium” è invece un altro godibile pezzo dotato di una vena epica nell’atmosfera e di un sound particolarmente pesante e feroce nei riff chitarristici, in mezzo alla quale spuntano interessanti arrangiamenti ben curati. Più canonica risulta invece “Desacralize His Throne”, brano fortemente legato ai primi Cradle di “Dusk And Her Embrace”, mentre siamo di fronte ad un ulteriore gustoso pezzo con la conclusiva “Let The Symphony Bound Your Spirit”, brano lento, dai toni gothic, epico e melodico, in cui giocano un ruolo fondamentale le numerose melodie chitarristiche e gli inserti sinfonici di tastiera, concludendo il tutto con un pregevole tocco di pianoforte. Quindi tirando le somme, a livello compositivo gli Ǽlegy se la cavano già alla grande per essere solo al primo demo della loro carriera. Tuttavia, a minare molto l’intero “Highness Of The Fallen” persistono alcuni aspetti che ne rappresentano delle indubbie pecche. Partiamo da mixaggio e produzione: i suoni non sono sempre ben amalgamati e in alcune occasioni si riesce a fatica a distinguere bene le partiture degli strumenti ed in tale contesto il basso di Matteo è forse il più penalizzato, a livello di resa esterna. L’altro elemento debole del demo è, a mio parere, la sezione ritmica generale, poiché gli impulsi scanditi dalla grancassa sono un po’ imprecisi (credo che la batteria non abbia subito alcun processo di editing), di conseguenza basso e chitarre ritmiche spesso non sono coordinati con essa e ciò tende a minare la fluidità dell’intero lavoro. Singolarmente i musicisti dimostrano buone doti ai rispettivi strumenti: su tutto spicca la voce di Massimiliano, singer versatile in grado di esprimere un brillante scream alternato sapientemente a perfette partiture di growl, profondo ed espressivo; le chitarre di Leonardo e Riccardo si destreggiano bene nelle ritmiche anche se sul versante solistico necessitano di una maggiore ricercatezza ed espressività; anche Matteo al basso si dimostra un buon esecutore, anche se purtroppo penalizzato dal mix dell’album; il drummer Matteo pecca un po’ in accuratezza, ma non disdegna qualche ottimo passaggio e sono convinto avrà modo di accrescere precisione ed inventiva, inoltre (quest’ultimo è un parere puramente personale) qualche bella sfuriata di blast-beat non avrebbe guastato in un lavoro come questo; infine un plauso va anche alle tastiere del guest Enrico, essenziali nel dare la giusta atmosfera ai brani durante i momenti topici. Insomma, siamo certamente di fronte al primo demo, dove non mancano numerose imprecisioni, ma la band ha tutto il tempo necessario per crescere e sviluppare precisione, sound e quant’altro: tutti aspetti destinati a migliorare nel tempo con una buona dose di pazienza ed esperienza, sia in sala prove, sia durante i live-shows. L’inventiva già c’è, si percepisce, e questo è già un aspetto assolutamente importante per una nuova band. Il resto verrà col tempo. Avanti così.


Tracklist:

01. Standing By The Stygian Veil
02. Entice The Firmament
03. Desacralize His Throne
04. Pandemonium
05. Let The Symphony Bound Your Spirit


Voto: 7,5/10

domenica 13 maggio 2012

HOUR OF PENANCE - Sedition


SEDITION

Etichetta: Prosthetic Records
Data di uscita: 6 Aprile 2012
Genere: Brutal Death Metal

Introduzione:

Un massacro sonico. Non ci sono altre parole al di fuori di queste per descrivere il lavoro brutal-death italico dell’anno, ovvero “Sedition”, la quinta fatica in studio degli (orgogliosamente) italiani Hour Of Penance. Prendete la violenza brutale della scuola americana (Nile, Cannibal Corpse, Hate Eternal, Morbid Angel ecc…), mescolatela all’epicità anticristiana dei Behemoth più recenti (“The Apostasy” per esempio), dosate con qualche lineamento più personale ed otterrete “Sedition”; è però doveroso andare con calma e fare qualche passo indietro, tornando al 2003, anno in cui la scena seppe dell’esistenza della band romana. Il primo sigillo ebbe nome “Disturbance” e, fin da allora, la band si fece notare per le sue spiccate qualità tecniche ed esecutive, con pochi eguali nella scena brutal italiana. Così come l’esordio, anche il successivo “Pageantry For Martyrs” (2005) subì la forte influenza della scena americana, smaccatamente tecnica ed anti-melodica, tesa esclusivamente ad una dissacrante ed eretica costruzione di un impenetrabile muro sonoro. Fu con “The Vile Conception” (2008) e con le ottime live performance che gli HOP iniziarono ad essere considerati una seria promessa del brutal tricolore; l’album segnò, inoltre, una strada intermedia tra il passato dei primi due lavori ed il futuro del più sofisticato di “Paradogma”, un album dove la scuola americana lasciò spazio a delle idee più variegate e personali, con qualche lieve venatura epica e melodica. Arriviamo così a “Sedition”: il nuovo lavoro segue le coordinate di “Paradogma”, ne ricalca le orme fedelmente, dal punto di vista compositivo, risultandone un degno successore. Siamo chiari: sempre di death tecnico si tratta, ma tra riff chirurgici, una batteria disumana e precisa al millisecondo, muri sonori volti ad una sacrilega cacofonia, spietata e senza compromessi, anche nel nuovo album si innesta qualche lieve ed oscura melodia, quel tanto che basta per sottolineare certi passaggi o creare la giusta atmosfera, rendendo il tutto più personale, più coinvolgente e più apprezzabile rispetto alla monotonia (comunque anche qui presente in qualche occasione) del genere proposto. “Sedition” si presenta come una mezz’ora secca di scariche violente ed impulsive; un nuovo centro per la band romana, la quale è ormai un vero pilastro del metallo tricolore, un piccolo e grande orgoglio italiano. Non è certo musica per tutti: bisogna amare questo tipo di sonorità alla follia o, semplicemente, basta avere mente ed orecchie aperte ed attente a tutto. Personalmente, ho maggior propensione verso generi più melodici, ma ho sempre un orecchio di riguardo anche verso i modi più pesanti di intendere il metal ed ammetto che gli HOP riescono sempre ad affascinarmi nel modo giusto, quando la sete di metallo estremo diventa incalzante. Fatelo vostro.


Track by Track:

L’introduzione dell’album è affidata ai 50 secondi dell’oscura “Transubstantiatio”, tra suoni apocalittici e soffusi cori gregoriani di sottofondo, in grado di trasportarci brevemente in un’atmosfera alla “Angeli e Demoni”. Giusto il tempo di capire l’ambientazione ed il growl possente di Paolo fa subito tremare le casse dei nostri stereo con la vera opener “Enlighted Submission”: dopo una prima parte d’introduzione con melodie di chitarra appena accennate, la song si trasforma subito in un devastante assalto brutale, dove già capiamo che la batteria di Simone sarà una protagonista indiscussa e ben in evidenza (forse fin troppo) nel susseguirsi dell’album. I riff si succedono senza tregua alcuna, dall’inizio alla fine, con pochi e brevi momenti in cui si ha perlomeno la possibilità di gustare degli ottimi passaggi di chitarra. Ancora più devastante della precedente è “Decimate The Ancestry Of The Only God”: fin dall’introduzione, sono chiari gli intenti di voler creare un muro di suono assolutamente violento ed apocalittico mandando in frantumi il cervello dell’ascoltatore. Nonostante una batteria assolutamente brutale, martellante e precisissima, prorompente nel suo suono ultra-triggerato, si percepiscono gli ottimi riff chitarristici delle asce. I blast-beats e la doppia cassa non danno alcuna tregua, mostrando anche un’ottima versatilità nei passaggi più tecnici e strutturalmente ricercati. Ancora una volta, tra le sfuriate pazzesche, alcune oscure melodie rendono la traccia variegata e personale, anche se forse 5 minuti di durata sono persino troppi per canzoni del genere. Un’ulteriore marea di riff travolge l’ascoltatore in “Fall Of The Servants”, tra fulminei blast-beats ed improvvisi stop’n’go. Gli ingredienti sono gli stessi e la traccia in questione sembra avere un approccio ancora più brutale e devoto alla scuola americana negli intenti, rispetto alle precedenti tracce, e nei riff non sono rari i riferimenti ai consacrati gore-deathsters Cannibal Corpse (tralasciando le loro discutibili tematiche), o agli Hate Eternal. “Ascension” ci fa finalmente respirare lungo il suo corso: una breve introduzione di archi ci introduce a dei riff decisamente più lenti e meno brutali delle canzoni precedenti, ma che concedono maggior spazio alla sperimentazione ritmica ed armonica. Le plumbee melodie chitarristiche e le varie pause richiamano fortemente il sound dei polacchi Behemoth, band assai influente. In altri termini, siamo dinnanzi ad una traccia più epica (prendete il termine in un contesto death) che sacrifica un po’ di velocità d’esecuzione per farci assaporare un arrangiamento più studiato e dei gradevoli e convincenti riff chitarristici, in mezzo a qualche melodia appositamente studiata per l’occasione. Sulla scia dei primi brani viene introdotta “The Cannibal Gods”, ma, tra i consueti furiosi blast-beats, fa spesso incursione una buia melodia di chitarra tesa a diventare il tema portante del brano. Siamo dinnanzi ad un altra song apprezzabile per la sua potenza e per una sua maggiore orecchiabilità, un brano decisamente significativo in una tracklist estremamente brutale e senza compromessi. “Sedition Through Scorn” prosegue ininterrotto il fiume di sangue anticlericale partorito dalla band romana: riff pesanti sottolineati da una batteria sempre martellante ed impetuosa. Proprio per questo motivo, come ci si poteva aspettare, i padiglioni auricolari iniziano ad essere particolarmente provati da tanta “grazia” sonora, ma presa singolarmente, “Sedition Through Scorn” ripercorre fedelmente la strada della band con degli ottimi riff di death tecnico e chirurgico, impostati in un climax apocalittico. “Deprave To Redeem” si imposta sempre sugli stessi binari delle composizioni precedenti, ma gode di alcuni riff chitarristici più aperti ed heavy, alternati ad altri più ricercati tecnicamente. La batteria si fa meno disumana, andando a sottolineare (sempre, comunque, con la solita delicatissima veemenza) tutto l’intenso lavoro di dissonanti armonizzazioni create dalle asce di Paolo e Giulio. Una parte narrata finale chiude questo altro ottimo episodio senza compromessi. Arriviamo al turbolento finale con “Blind Obedience”, una song aggressiva e povera di melodie; questo ultimo episodio non ha più nulla di troppo innovativo da aggiungere a quanto già detto con i brani precedenti. Il brano sussegue i suoi riff senza risaltare nella tracklist e rientrando in un contesto assolutamente ordinario, chiudendo un album comunque di tutto rispetto.


Considerazioni Conclusive:

Alla fine dell’ascolto di “Sedition” non possiamo che confermare l’assoluta e brillante abilità della giovane band romana; al di là dei gusti personali, oggettivamente il lavoro sorprende per la sua qualità elevata e ricercata fin nei minimi particolari, già partendo dalla copertina: un’immagine apocalittica e spettacolare, evocativa e ricca di particolari (così come furono quelle di “The Vile Conception” e “Paradogma”). Dietro un gran prodotto, esistono ovviamente dei grandi musicisti ed è così che possiamo assaporare tutte le abilità di Paolo Pieri (anche singer) e Giulio Moschini alla chitarra, precisi esecutori di veloci riff tecnici ed elaborati; Simone alla batteria è una vera belva umana e non fa rimpiangere il precedente ed apprezzato drummer Mario Mercurio: trita e squarcia tutto ciò che incontra tra colpi assassini di grancassa triggerata, blast-beats atroci e fulminei passaggi sui fusti, il tutto corredato da una precisione ed una potenza invidiabili. Il basso di Silvano Leone riempie delle giuste frequenze il sound della band con necessaria perizia tecnica e precisione, mentre infine la voce cavernosa ed abissale di Paolo trascina l’inferno sonoro degli Hour Of Penance per questi 30 minuti di macello, con il suo growl profondo e feroce. La produzione riesce a valorizzare tutti gli strumenti, con una potenza d’impatto impressionante, anche se va segnalato che il volume esagerato della batteria tende, in varie occasioni, a mascherare il resto degli strumenti; soprattutto nelle partiture più rapide e brutali, i veloci riff di chitarra vengono letteralmente sommersi da una mitragliata di beat di grancassa e rullante e ciò rende l’ascolto confusionario in molti punti dell’album. Un altro aspetto critico della band sono i testi, come sempre anti-religiosi e più propriamente anti-clericali, che cominciano forse ad essere piuttosto ripetitivi. Al di là di questi lievi difetti, gli HOP hanno ormai trovato un loro modo personale e più originale di intendere il brutal death metal e “Sedition” lo dimostra pienamente; l’album merita infatti un plauso e, nonostante qualche momento di noia, si lascia ascoltare con piacere (molto saggia ed apprezzabile, a mio avviso, la scelta di limitare il minutaggio complessivo a 30 minuti; altrimenti, con un sound così pesante, il lavoro sarebbe risultato troppo ripetitivo e alla lunga monotono). Teniamoci strette e supportiamo le meritevoli realtà nostrane come gli Hour Of Penance.


Tracklist:

01. Transubstantiatio
02. Enlighted Submission
03. Decimate The Ancestry Of The Only God
04. Fall Of The Servants
05. Ascension
06. The Cannibal Gods
07. Sedition Through Scorn
08. Deprave To Redeem
09. Blind Obedience


Voto: 8/10

mercoledì 9 maggio 2012

ADRENALINE MOB - Omertà


OMERTA’

Etichetta: Century Media
Data di uscita: 19 Marzo 2012
Genere: Heavy Groove Metal

Introduzione:

Gli Adrenaline Mob potrebbero definirsi come il gradevole epilogo della Portnoy-saga, una storia che ci è stata propinata in lungo e in largo da tutte le web-zine metal del mondo negli ultimi due anni. Facciamo un po’ di chiarezza, riassumendo in due righe il tutto: il (co)fondatore dei Dream Theater Mike Portnoy, funambolico drummer dalla tecnica indiscutibile, abbandona (o è abbandonato da) i suoi compagni d’avventura mentre sostituisce lo sfortunato The Rev dietro le pelli dei metalcorers Avenged Sevenfold. Ulteriormente cacciato da questi ultimi, si introduce in una serie di varie collaborazioni prog, tra una sparata mediatica e un’altra sui suoi ex-compagni, i quali hanno intanto rimpiazzato il vecchio Mike con un nuovo Mike: nientedimeno che Mike Mangini (uno dei drummer più apprezzati del globo). Portnoy si infatua di sonorità meno prog e più heavy metal, entrando a far parte quindi di questi Adrenaline Mob, dove troviamo un altro asso del prog metal mondiale, tale Russell Allen, singer dei Symphony X. Eccoci, quindi, con in mano il primo full-lenght del neo-nato gruppo, dopo un primo EP omonimo che faceva già ben sperare in un lavoro sano e genuino. “Omertà” è tutto fuorché quello che ci si potrebbe aspettare: scordatevi il prog, scordatevi i virtuosismi di batteria, scordatevi i tempi dispari. La musica contenuta qui dentro è solo un fottutissimo hard’n’heavy dalle tinte southern, suonato e cantato con i controcazzi. Poco importa se dietro alla batteria potrebbe esserci chiunque a suonare questi pezzi, perché probabilmente è quello che serviva in questo momento a Mike, dopo anni di intensa concentrazione. L’album spacca con il giusto tiro, dalla prima all’ultima nota senza  troppi momenti morti, ma anche con alcuni cali di tensione non indifferenti. I riff tritaossa sono impostati su un sound potente e dinamico, rendendo praticamente impossibile ad ogni ascoltatore non abbandonarsi ad uno sfrenato headbanging sano e genuino. Insomma, non fatevi abbindolare dai nomi che stanno dietro a questa vera e propria band; non è un semplice progettino fatto tanto per sfogo, ma siamo dinnanzi ad un gruppo solido e deciso a lasciare la propria impronta, o almeno questa è la sensazione che si trae dall’ascolto di questo buonissimo “Omertà”, forse privo di idee troppo originali ma abbastanza fresco e coinvolgente quanto basta. Lanciate il disco e sfogate le vostre frustrazioni: gli Adrenaline Mob non fanno prigionieri.


Track by Track:

“Undaunted” rimbalza subito nelle nostre orecchie come una molla. I suoi riff lenti e corposi, da una parte ricordano alcune partiture delle più recenti produzioni moderne di Dream Theater e Symphony X, dall’altra delineano subito il tiro dell’album di Portnoy e soci. Il groove e l’aggressività si portano subito in primo piano, grazie alla perfetta alchimia tra i vari strumenti, su cui spicca la prestazione massiccia e convincente del singer. Il guitar-solo ad opera di Orlando non brilla particolarmente, essendo più che altro giocato su una serie di particolari effettistiche: farà meglio in seguito. Dopo un primo buon biglietto da visita, è il turno di “Psychosane”, e gli Adrenaline Mob iniziano a fare sul serio: il ritmo si fa più intenso, i riff pseudo-nu-metal si susseguono su una batteria saltellante e dinamica. Allen primeggia con una prestazione intensa per tutto il brano, compreso un aggressivo ed esaltante refrain. Il groove padroneggia su tutto il minutaggio del brano ed è impossibile non muovere la testa a ritmo. Orlando sfodera la sua immensa capacità creativa in un assolo non solo tecnico ma anche originale. Un altro attacco poderoso con “Indifferent”, dove Allen riposa la sua ugola sulla strofa acustica e delicata mentre Portnoy non resiste alla tentazione di mostrare la sua abilità tecnica con alcuni dei suoi giochetti sullo strumento. Nonostante il melodico refrain non sia dei più esaltanti, il brano si lascia ascoltare grazie ai suoi riff chitarristici e al suo coinvolgente arrangiamento. Un altro ottimo assolo di Orlando suggella un altro buon brano dinamico e coinvolgente. E’ già tempo di ballad e spunta “All On The Line”, lontanissima dalle prog-ballad di Dream e Symphony; infatti la song in questione si muove su territori hard rock/alternative metal decisamente moderni, con chitarra acustica in primo piano. Ciò non significa che l’intensità dell’esecuzione non sia garantita, anzi, tutt’altro. Infatti questa ballad riesce ad emozionare a dovere grazie soprattutto all’intenso lavoro di Allen, questa volta impostato su binari maggiormente melodici, ma sempre decisi e corposi. Il legame strumentale si sente e garantisce la resa di un brano semplice ma anche molto valido. Si torna al metallo con il riff thrasheggiante di “Hit The Wall”, un brano heavy condito da alcuni lievi accenni sincopati nella strofa, sottolineati dall’ottimo lavoro di Portnoy alla batteria. I vari riff si susseguono con intensità ed aggressività, dando vita ad un lungo brano estremamente graffiante e dinamico. Dai 4 minuti in poi, il brano torna a farsi lento e marziale su un potente riff che più alla Zakk Wylde di così non potrebbe essere, proseguendo per altri due minuti e mezzo tra vocals aspre ed assoli non sempre brillanti. Un brano meno diretto e forse più difficile da assimilare, ma anche ben fatto e riuscito. “Feelin’ Me” strizza ancora l’occhio a Zakk o all’ultimo Ozzy Osbourne, tra riff rocciosi accompagnati da una batteria semplice, minimale ed incisiva. Il brano vince sul versante vocale, grazie ad un Russell sempre molto ispirato, anche se un ritornello stanco ed una struttura fin troppo semplice e ripetitiva rischiano di arrecare un po’ di noia. Visto sotto un'altra ottica, “Feelin’ Me” risulta una song diretta e potente, giusta per muovere la testa per qualche minuto, ma rispetto al resto dell’album è effettivamente trascurabile. “Come Undone” stilisticamente cerca di muoversi sui binari già fissati dai brani precedenti, ma una maggiore melodia e degli inconsueti inserti di archi destano qualche sospetto: si tratta, infatti, di una cover dei Duran Duran, nota pop-rock band di successo negli anni ’80. La cover presentata dalla band esibisce chiaramente un arrangiamento più metal-oriented, risultando un buon esperimento, anche se, in tutta onestà, non brilla particolarmente all’interno della tracklist. Da segnalare la prestazione canora dell’intrigante Elisabeth Hale, la singer degli Halestorm ospitata per duettare con Allen. Torna il nu/alternative metal saltellante con gli echi dreamtheateriani di “Believe Me”, brano cadenzato e melodico nei cori e maggiormente sincopato ed aggressivo nelle varie strofe. La scorrevolezza è assicurata, ma d’altro canto non sussiste alcun punto particolare in grado di far spiccare il volo al brano. Buoni i solos di chitarra (anche se meno ispirati rispetto ad altri precedenti) ed il finale roboante. “Down To The Floor” è un brano dinamico e acceso che si muove su coordinate simil-hard rock, con sprazzi di punk metal ed accenni di crossover. La song in questione è in grado di separarsi dal resto delle tracce del disco pur rimanendo abbastanza ancorata allo spirito aggressivo ed impetuoso dello stesso. La struttura è semplice ed i riff sono pochi, senza grosse sorprese se non un altro ottimo breve assolo di Orlando. L’apice d’intensità melodica del disco è raggiunto con la seconda ballad “Angel Sky”, dove lievi archi ed accordi di chitarre acustiche dettano la trama di un brano lento e delicato sulla scia del precedente lento “All On The Line”. Da segnalare la parte intermedia e la prova vocale di un Allen sempre preciso anche sui toni alti. Ci avviciniamo al finale e, dopo la quiete della traccia precedente, gli Adrenaline Mob ci lasciano con un’altra mazzata dal nome “Freight Train”, in cui siamo travolti dalla consueta valanga di riff potenti, solos precisi e tecnici e vocals sanguigne. Nonostante ciò, la struttura è inconcludente e monotona, il ritornello lascia ben poca soddisfazione ed il proseguire stesso della canzone tende probabilmente ad essere un po’ troppo ripetitivo, con un finale decisamente amaro e troppo scialbo; insomma, dopo una buona dose di canzoni riuscite, avremmo preferito essere congedati con un brano più solido, ma in ogni caso siamo già soddisfatti del buon lavoro svolto nelle canzoni precedenti.


Considerazioni Conclusive:

Nulla da eccepire, “Omertà” è un bel lavoro, suonato e cantato con passione e grinta. Per una cinquantina di minuti scarsi siamo riusciti ad abbandonare l’idea che Portnoy e Allen siano adatti solo al progressive metal; l’intero lavoro, infatti, scorre abbastanza fluido e corposo, senza grandi punti luminosi che brillino su altri, ma anche senza grossi imperdonabili flop. Le songs suonano potenti e dirette, estremamente alla portata dell’ascoltatore medio. Ma oltre alle fattezze dei due maestri di cui abbiamo abbondantemente parlato, ovvero Mike e Russell, chi sta dietro alla realizzazione di questo album? Non dobbiamo infatti dimenticare che un buon 50% di riuscita del full-lenght dipende dalla classe di un certo Mike Orlando, un chitarrista abilissimo e dalla notevole tecnica sul suo strumento, convincente nei pesanti riff e anche nell’esecuzione dei solos. Oltre a Orlando, al basso troviamo Paul Di Leo (uscito dalla band appena dopo la registrazione di “Omertà”) che esegue il suo lavoro onestamente ed in modo precisissimo, donando indispensabili frequenze basse a supporto dei riff di Orlando. Portnoy si dimostra incazzato al punto giusto, pesta le pelli con ferocia nel momento in cui è richiesto più tono e va ad ammorbidire il tocco nei momenti più riflessivi. Che dire di Russell, l’autentica chicca che dona dei magici punticini in più al lavoro. Sulla scia di heavy-metal-singers come Jorn Lande (incisero assieme anche un progetto, chiamato Allen-Lande), Mattew Barlow (per la teatralità) o più alla lontana Phil Anselmo (del quale, Allen, pur mostrando una tecnica canora più incisiva e preparata, condivide sicuramente la grinta), il nostro frontman sciorina tutta la sua potenza; il suo attuale modo di cantare, sempre melodico ma anche più rauco e robusto, è forse più idoneo agli Adrenaline Mob piuttosto che ai suoi Symphony X, anche se in realtà l’evoluzione pseudo-thrash di quest’ultimi è maturata assieme a lui, risultandone adatta. Allen alterna, quindi, momenti violenti e rabbiosi con partiture più rilassate e delicate, senza mai risultare banale. Insomma, con un songwriting il più delle volte vincente, con musicisti di tutto rispetto, con una super produzione pomposa e con un artwork fresco e divertente, gli Adrenaline Mob si confermano già una solida realtà, pronta a sfoderare le armi migliori in un prossimo futuro, speriamo, non troppo lontano.


Tracklist:

01. Undaunted
02. Psychosane
03. Indifferent
04. All On The Line
05. Hit The Wall
06. Feelin’ Me
07. Come Undone
08. Believe Me
09. Down To The Floor
10. Angel Sky
11. Freight Train


Voto: 7,5/10