giovedì 24 maggio 2012

AELEGY - Highness Of The Fallen


--- Autoproduzioni ---

HIGHNESS OF THE FALLEN

Anno: Dicembre 2011/Gennaio 2012
Genere: Symphonic Black Metal
Line-Up:
Massimiliano Mantovanelli – Vocals;
Leonardo Fravezzi – Guitars;
Riccardo Spadi – Guitars;
Matteo Fiori – Bass Guitar;
Matteo Polinari – Drums;
Enrico Marchiotto – Guest Keyboards.
               

Recensione:

La scena black metal sinfonica veronese ha un altro discepolo al suo servizio. Dopo il successo, non solo italiano ma anche estero, dei Riul Doamnei (una della band più conosciute nel veronese), negli ultimi tempi si stanno facendo largo a forza anche giovani band dallo spirito attivo e decisamente creativo. Tra queste, meritano una certa attenzione gli Ǽlegy, attivi dal 2010. La giovane band ha recentemente rilasciato un breve demo autoprodotto, la prima fatica in studio di questi 5 ragazzi (anche se recentemente sono rimasti in 4), dall’enigmatico titolo di “Highness Of The Fallen”. Dietro ad una bella copertina ad opera di Alexander (Hedera Art), mostrante una sorta di rielaborazione di alcuni disegni di manoscritti del 1500, si nascondono degli interessanti pregi in queste 5 tracce. Ciò che balza subito all’orecchio e che mi ha colpito positivamente in questo lavoro, ad un primo e rapido ascolto, è che la band gode di una buona ed originale vena creativa, in grado di farla già scostare significativamente dalle leggende del sympho-black internazionale (Dimmu Borgir e Cradle Of Filth, sempre inevitabilmente citati quando si parla di questo filone musicale) anche se i riferimenti al sound dei mostri sacri non mancano; la maggior originalità della loro proposta è quindi un fattore che gioca decisamente a favore degli Ǽlegy. Ciò è infatti riscontrabile immediatamente nel primo brano “Standing By The Stygian Veil”, dove una cupa introduzione sinfonica lascia ben presto spazio a delle azzeccate melodie pseudo-folk, trasformando il pezzo in un evocativo e convincente epic-black metal. Le sorprese non finiscono perché anche le seguenti “Entice The Firmament” e soprattutto “Pandemonium” mostrano delle buone idee che miscelano un po’ di sympho-black old style con un approccio oscuro ma innovativo; in “Entice The Firmament” il sound della prima parte si assesta su intenti gothic-black, mentre il bel finale, grazie ai suoi oscuri innesti di pianoforte, si avvicina ai migliori Dimmu Borgir di “Spiritual Black Dimensions”. La “behemothiana” “Pandemonium” è invece un altro godibile pezzo dotato di una vena epica nell’atmosfera e di un sound particolarmente pesante e feroce nei riff chitarristici, in mezzo alla quale spuntano interessanti arrangiamenti ben curati. Più canonica risulta invece “Desacralize His Throne”, brano fortemente legato ai primi Cradle di “Dusk And Her Embrace”, mentre siamo di fronte ad un ulteriore gustoso pezzo con la conclusiva “Let The Symphony Bound Your Spirit”, brano lento, dai toni gothic, epico e melodico, in cui giocano un ruolo fondamentale le numerose melodie chitarristiche e gli inserti sinfonici di tastiera, concludendo il tutto con un pregevole tocco di pianoforte. Quindi tirando le somme, a livello compositivo gli Ǽlegy se la cavano già alla grande per essere solo al primo demo della loro carriera. Tuttavia, a minare molto l’intero “Highness Of The Fallen” persistono alcuni aspetti che ne rappresentano delle indubbie pecche. Partiamo da mixaggio e produzione: i suoni non sono sempre ben amalgamati e in alcune occasioni si riesce a fatica a distinguere bene le partiture degli strumenti ed in tale contesto il basso di Matteo è forse il più penalizzato, a livello di resa esterna. L’altro elemento debole del demo è, a mio parere, la sezione ritmica generale, poiché gli impulsi scanditi dalla grancassa sono un po’ imprecisi (credo che la batteria non abbia subito alcun processo di editing), di conseguenza basso e chitarre ritmiche spesso non sono coordinati con essa e ciò tende a minare la fluidità dell’intero lavoro. Singolarmente i musicisti dimostrano buone doti ai rispettivi strumenti: su tutto spicca la voce di Massimiliano, singer versatile in grado di esprimere un brillante scream alternato sapientemente a perfette partiture di growl, profondo ed espressivo; le chitarre di Leonardo e Riccardo si destreggiano bene nelle ritmiche anche se sul versante solistico necessitano di una maggiore ricercatezza ed espressività; anche Matteo al basso si dimostra un buon esecutore, anche se purtroppo penalizzato dal mix dell’album; il drummer Matteo pecca un po’ in accuratezza, ma non disdegna qualche ottimo passaggio e sono convinto avrà modo di accrescere precisione ed inventiva, inoltre (quest’ultimo è un parere puramente personale) qualche bella sfuriata di blast-beat non avrebbe guastato in un lavoro come questo; infine un plauso va anche alle tastiere del guest Enrico, essenziali nel dare la giusta atmosfera ai brani durante i momenti topici. Insomma, siamo certamente di fronte al primo demo, dove non mancano numerose imprecisioni, ma la band ha tutto il tempo necessario per crescere e sviluppare precisione, sound e quant’altro: tutti aspetti destinati a migliorare nel tempo con una buona dose di pazienza ed esperienza, sia in sala prove, sia durante i live-shows. L’inventiva già c’è, si percepisce, e questo è già un aspetto assolutamente importante per una nuova band. Il resto verrà col tempo. Avanti così.


Tracklist:

01. Standing By The Stygian Veil
02. Entice The Firmament
03. Desacralize His Throne
04. Pandemonium
05. Let The Symphony Bound Your Spirit


Voto: 7,5/10

domenica 13 maggio 2012

HOUR OF PENANCE - Sedition


SEDITION

Etichetta: Prosthetic Records
Data di uscita: 6 Aprile 2012
Genere: Brutal Death Metal

Introduzione:

Un massacro sonico. Non ci sono altre parole al di fuori di queste per descrivere il lavoro brutal-death italico dell’anno, ovvero “Sedition”, la quinta fatica in studio degli (orgogliosamente) italiani Hour Of Penance. Prendete la violenza brutale della scuola americana (Nile, Cannibal Corpse, Hate Eternal, Morbid Angel ecc…), mescolatela all’epicità anticristiana dei Behemoth più recenti (“The Apostasy” per esempio), dosate con qualche lineamento più personale ed otterrete “Sedition”; è però doveroso andare con calma e fare qualche passo indietro, tornando al 2003, anno in cui la scena seppe dell’esistenza della band romana. Il primo sigillo ebbe nome “Disturbance” e, fin da allora, la band si fece notare per le sue spiccate qualità tecniche ed esecutive, con pochi eguali nella scena brutal italiana. Così come l’esordio, anche il successivo “Pageantry For Martyrs” (2005) subì la forte influenza della scena americana, smaccatamente tecnica ed anti-melodica, tesa esclusivamente ad una dissacrante ed eretica costruzione di un impenetrabile muro sonoro. Fu con “The Vile Conception” (2008) e con le ottime live performance che gli HOP iniziarono ad essere considerati una seria promessa del brutal tricolore; l’album segnò, inoltre, una strada intermedia tra il passato dei primi due lavori ed il futuro del più sofisticato di “Paradogma”, un album dove la scuola americana lasciò spazio a delle idee più variegate e personali, con qualche lieve venatura epica e melodica. Arriviamo così a “Sedition”: il nuovo lavoro segue le coordinate di “Paradogma”, ne ricalca le orme fedelmente, dal punto di vista compositivo, risultandone un degno successore. Siamo chiari: sempre di death tecnico si tratta, ma tra riff chirurgici, una batteria disumana e precisa al millisecondo, muri sonori volti ad una sacrilega cacofonia, spietata e senza compromessi, anche nel nuovo album si innesta qualche lieve ed oscura melodia, quel tanto che basta per sottolineare certi passaggi o creare la giusta atmosfera, rendendo il tutto più personale, più coinvolgente e più apprezzabile rispetto alla monotonia (comunque anche qui presente in qualche occasione) del genere proposto. “Sedition” si presenta come una mezz’ora secca di scariche violente ed impulsive; un nuovo centro per la band romana, la quale è ormai un vero pilastro del metallo tricolore, un piccolo e grande orgoglio italiano. Non è certo musica per tutti: bisogna amare questo tipo di sonorità alla follia o, semplicemente, basta avere mente ed orecchie aperte ed attente a tutto. Personalmente, ho maggior propensione verso generi più melodici, ma ho sempre un orecchio di riguardo anche verso i modi più pesanti di intendere il metal ed ammetto che gli HOP riescono sempre ad affascinarmi nel modo giusto, quando la sete di metallo estremo diventa incalzante. Fatelo vostro.


Track by Track:

L’introduzione dell’album è affidata ai 50 secondi dell’oscura “Transubstantiatio”, tra suoni apocalittici e soffusi cori gregoriani di sottofondo, in grado di trasportarci brevemente in un’atmosfera alla “Angeli e Demoni”. Giusto il tempo di capire l’ambientazione ed il growl possente di Paolo fa subito tremare le casse dei nostri stereo con la vera opener “Enlighted Submission”: dopo una prima parte d’introduzione con melodie di chitarra appena accennate, la song si trasforma subito in un devastante assalto brutale, dove già capiamo che la batteria di Simone sarà una protagonista indiscussa e ben in evidenza (forse fin troppo) nel susseguirsi dell’album. I riff si succedono senza tregua alcuna, dall’inizio alla fine, con pochi e brevi momenti in cui si ha perlomeno la possibilità di gustare degli ottimi passaggi di chitarra. Ancora più devastante della precedente è “Decimate The Ancestry Of The Only God”: fin dall’introduzione, sono chiari gli intenti di voler creare un muro di suono assolutamente violento ed apocalittico mandando in frantumi il cervello dell’ascoltatore. Nonostante una batteria assolutamente brutale, martellante e precisissima, prorompente nel suo suono ultra-triggerato, si percepiscono gli ottimi riff chitarristici delle asce. I blast-beats e la doppia cassa non danno alcuna tregua, mostrando anche un’ottima versatilità nei passaggi più tecnici e strutturalmente ricercati. Ancora una volta, tra le sfuriate pazzesche, alcune oscure melodie rendono la traccia variegata e personale, anche se forse 5 minuti di durata sono persino troppi per canzoni del genere. Un’ulteriore marea di riff travolge l’ascoltatore in “Fall Of The Servants”, tra fulminei blast-beats ed improvvisi stop’n’go. Gli ingredienti sono gli stessi e la traccia in questione sembra avere un approccio ancora più brutale e devoto alla scuola americana negli intenti, rispetto alle precedenti tracce, e nei riff non sono rari i riferimenti ai consacrati gore-deathsters Cannibal Corpse (tralasciando le loro discutibili tematiche), o agli Hate Eternal. “Ascension” ci fa finalmente respirare lungo il suo corso: una breve introduzione di archi ci introduce a dei riff decisamente più lenti e meno brutali delle canzoni precedenti, ma che concedono maggior spazio alla sperimentazione ritmica ed armonica. Le plumbee melodie chitarristiche e le varie pause richiamano fortemente il sound dei polacchi Behemoth, band assai influente. In altri termini, siamo dinnanzi ad una traccia più epica (prendete il termine in un contesto death) che sacrifica un po’ di velocità d’esecuzione per farci assaporare un arrangiamento più studiato e dei gradevoli e convincenti riff chitarristici, in mezzo a qualche melodia appositamente studiata per l’occasione. Sulla scia dei primi brani viene introdotta “The Cannibal Gods”, ma, tra i consueti furiosi blast-beats, fa spesso incursione una buia melodia di chitarra tesa a diventare il tema portante del brano. Siamo dinnanzi ad un altra song apprezzabile per la sua potenza e per una sua maggiore orecchiabilità, un brano decisamente significativo in una tracklist estremamente brutale e senza compromessi. “Sedition Through Scorn” prosegue ininterrotto il fiume di sangue anticlericale partorito dalla band romana: riff pesanti sottolineati da una batteria sempre martellante ed impetuosa. Proprio per questo motivo, come ci si poteva aspettare, i padiglioni auricolari iniziano ad essere particolarmente provati da tanta “grazia” sonora, ma presa singolarmente, “Sedition Through Scorn” ripercorre fedelmente la strada della band con degli ottimi riff di death tecnico e chirurgico, impostati in un climax apocalittico. “Deprave To Redeem” si imposta sempre sugli stessi binari delle composizioni precedenti, ma gode di alcuni riff chitarristici più aperti ed heavy, alternati ad altri più ricercati tecnicamente. La batteria si fa meno disumana, andando a sottolineare (sempre, comunque, con la solita delicatissima veemenza) tutto l’intenso lavoro di dissonanti armonizzazioni create dalle asce di Paolo e Giulio. Una parte narrata finale chiude questo altro ottimo episodio senza compromessi. Arriviamo al turbolento finale con “Blind Obedience”, una song aggressiva e povera di melodie; questo ultimo episodio non ha più nulla di troppo innovativo da aggiungere a quanto già detto con i brani precedenti. Il brano sussegue i suoi riff senza risaltare nella tracklist e rientrando in un contesto assolutamente ordinario, chiudendo un album comunque di tutto rispetto.


Considerazioni Conclusive:

Alla fine dell’ascolto di “Sedition” non possiamo che confermare l’assoluta e brillante abilità della giovane band romana; al di là dei gusti personali, oggettivamente il lavoro sorprende per la sua qualità elevata e ricercata fin nei minimi particolari, già partendo dalla copertina: un’immagine apocalittica e spettacolare, evocativa e ricca di particolari (così come furono quelle di “The Vile Conception” e “Paradogma”). Dietro un gran prodotto, esistono ovviamente dei grandi musicisti ed è così che possiamo assaporare tutte le abilità di Paolo Pieri (anche singer) e Giulio Moschini alla chitarra, precisi esecutori di veloci riff tecnici ed elaborati; Simone alla batteria è una vera belva umana e non fa rimpiangere il precedente ed apprezzato drummer Mario Mercurio: trita e squarcia tutto ciò che incontra tra colpi assassini di grancassa triggerata, blast-beats atroci e fulminei passaggi sui fusti, il tutto corredato da una precisione ed una potenza invidiabili. Il basso di Silvano Leone riempie delle giuste frequenze il sound della band con necessaria perizia tecnica e precisione, mentre infine la voce cavernosa ed abissale di Paolo trascina l’inferno sonoro degli Hour Of Penance per questi 30 minuti di macello, con il suo growl profondo e feroce. La produzione riesce a valorizzare tutti gli strumenti, con una potenza d’impatto impressionante, anche se va segnalato che il volume esagerato della batteria tende, in varie occasioni, a mascherare il resto degli strumenti; soprattutto nelle partiture più rapide e brutali, i veloci riff di chitarra vengono letteralmente sommersi da una mitragliata di beat di grancassa e rullante e ciò rende l’ascolto confusionario in molti punti dell’album. Un altro aspetto critico della band sono i testi, come sempre anti-religiosi e più propriamente anti-clericali, che cominciano forse ad essere piuttosto ripetitivi. Al di là di questi lievi difetti, gli HOP hanno ormai trovato un loro modo personale e più originale di intendere il brutal death metal e “Sedition” lo dimostra pienamente; l’album merita infatti un plauso e, nonostante qualche momento di noia, si lascia ascoltare con piacere (molto saggia ed apprezzabile, a mio avviso, la scelta di limitare il minutaggio complessivo a 30 minuti; altrimenti, con un sound così pesante, il lavoro sarebbe risultato troppo ripetitivo e alla lunga monotono). Teniamoci strette e supportiamo le meritevoli realtà nostrane come gli Hour Of Penance.


Tracklist:

01. Transubstantiatio
02. Enlighted Submission
03. Decimate The Ancestry Of The Only God
04. Fall Of The Servants
05. Ascension
06. The Cannibal Gods
07. Sedition Through Scorn
08. Deprave To Redeem
09. Blind Obedience


Voto: 8/10

mercoledì 9 maggio 2012

ADRENALINE MOB - Omertà


OMERTA’

Etichetta: Century Media
Data di uscita: 19 Marzo 2012
Genere: Heavy Groove Metal

Introduzione:

Gli Adrenaline Mob potrebbero definirsi come il gradevole epilogo della Portnoy-saga, una storia che ci è stata propinata in lungo e in largo da tutte le web-zine metal del mondo negli ultimi due anni. Facciamo un po’ di chiarezza, riassumendo in due righe il tutto: il (co)fondatore dei Dream Theater Mike Portnoy, funambolico drummer dalla tecnica indiscutibile, abbandona (o è abbandonato da) i suoi compagni d’avventura mentre sostituisce lo sfortunato The Rev dietro le pelli dei metalcorers Avenged Sevenfold. Ulteriormente cacciato da questi ultimi, si introduce in una serie di varie collaborazioni prog, tra una sparata mediatica e un’altra sui suoi ex-compagni, i quali hanno intanto rimpiazzato il vecchio Mike con un nuovo Mike: nientedimeno che Mike Mangini (uno dei drummer più apprezzati del globo). Portnoy si infatua di sonorità meno prog e più heavy metal, entrando a far parte quindi di questi Adrenaline Mob, dove troviamo un altro asso del prog metal mondiale, tale Russell Allen, singer dei Symphony X. Eccoci, quindi, con in mano il primo full-lenght del neo-nato gruppo, dopo un primo EP omonimo che faceva già ben sperare in un lavoro sano e genuino. “Omertà” è tutto fuorché quello che ci si potrebbe aspettare: scordatevi il prog, scordatevi i virtuosismi di batteria, scordatevi i tempi dispari. La musica contenuta qui dentro è solo un fottutissimo hard’n’heavy dalle tinte southern, suonato e cantato con i controcazzi. Poco importa se dietro alla batteria potrebbe esserci chiunque a suonare questi pezzi, perché probabilmente è quello che serviva in questo momento a Mike, dopo anni di intensa concentrazione. L’album spacca con il giusto tiro, dalla prima all’ultima nota senza  troppi momenti morti, ma anche con alcuni cali di tensione non indifferenti. I riff tritaossa sono impostati su un sound potente e dinamico, rendendo praticamente impossibile ad ogni ascoltatore non abbandonarsi ad uno sfrenato headbanging sano e genuino. Insomma, non fatevi abbindolare dai nomi che stanno dietro a questa vera e propria band; non è un semplice progettino fatto tanto per sfogo, ma siamo dinnanzi ad un gruppo solido e deciso a lasciare la propria impronta, o almeno questa è la sensazione che si trae dall’ascolto di questo buonissimo “Omertà”, forse privo di idee troppo originali ma abbastanza fresco e coinvolgente quanto basta. Lanciate il disco e sfogate le vostre frustrazioni: gli Adrenaline Mob non fanno prigionieri.


Track by Track:

Undaunted” rimbalza subito nelle nostre orecchie come una molla. I suoi riff lenti e corposi, da una parte ricordano alcune partiture delle più recenti produzioni moderne di Dream Theater e Symphony X, dall’altra delineano subito il tiro dell’album di Portnoy e soci. Il groove e l’aggressività si portano subito in primo piano, grazie alla perfetta alchimia tra i vari strumenti, su cui spicca la prestazione massiccia e convincente del singer. Il guitar-solo ad opera di Orlando non brilla particolarmente, essendo più che altro giocato su una serie di particolari effettistiche: farà meglio in seguito. Dopo un primo buon biglietto da visita, è il turno di “Psychosane”, e gli Adrenaline Mob iniziano a fare sul serio: il ritmo si fa più intenso, i riff pseudo-nu-metal si susseguono su una batteria saltellante e dinamica. Allen primeggia con una prestazione intensa per tutto il brano, compreso un aggressivo ed esaltante refrain. Il groove padroneggia su tutto il minutaggio del brano ed è impossibile non muovere la testa a ritmo. Orlando sfodera la sua immensa capacità creativa in un assolo non solo tecnico ma anche originale. Un altro attacco poderoso con “Indifferent”, dove Allen riposa la sua ugola sulla strofa acustica e delicata mentre Portnoy non resiste alla tentazione di mostrare la sua abilità tecnica con alcuni dei suoi giochetti sullo strumento. Nonostante il melodico refrain non sia dei più esaltanti, il brano si lascia ascoltare grazie ai suoi riff chitarristici e al suo coinvolgente arrangiamento. Un altro ottimo assolo di Orlando suggella un altro buon brano dinamico e coinvolgente. E’ già tempo di ballad e spunta “All On The Line”, lontanissima dalle prog-ballad di Dream e Symphony; infatti la song in questione si muove su territori hard rock/alternative metal decisamente moderni, con chitarra acustica in primo piano. Ciò non significa che l’intensità dell’esecuzione non sia garantita, anzi, tutt’altro. Infatti questa ballad riesce ad emozionare a dovere grazie soprattutto all’intenso lavoro di Allen, questa volta impostato su binari maggiormente melodici, ma sempre decisi e corposi. Il legame strumentale si sente e garantisce la resa di un brano semplice ma anche molto valido. Si torna al metallo con il riff thrasheggiante di “Hit The Wall”, un brano heavy condito da alcuni lievi accenni sincopati nella strofa, sottolineati dall’ottimo lavoro di Portnoy alla batteria. I vari riff si susseguono con intensità ed aggressività, dando vita ad un lungo brano estremamente graffiante e dinamico. Dai 4 minuti in poi, il brano torna a farsi lento e marziale su un potente riff che più alla Zakk Wylde di così non potrebbe essere, proseguendo per altri due minuti e mezzo tra vocals aspre ed assoli non sempre brillanti. Un brano meno diretto e forse più difficile da assimilare, ma anche ben fatto e riuscito. “Feelin’ Me” strizza ancora l’occhio a Zakk o all’ultimo Ozzy Osbourne, tra riff rocciosi accompagnati da una batteria semplice, minimale ed incisiva. Il brano vince sul versante vocale, grazie ad un Russell sempre molto ispirato, anche se un ritornello stanco ed una struttura fin troppo semplice e ripetitiva rischiano di arrecare un po’ di noia. Visto sotto un'altra ottica, “Feelin’ Me” risulta una song diretta e potente, giusta per muovere la testa per qualche minuto, ma rispetto al resto dell’album è effettivamente trascurabile. “Come Undone” stilisticamente cerca di muoversi sui binari già fissati dai brani precedenti, ma una maggiore melodia e degli inconsueti inserti di archi destano qualche sospetto: si tratta, infatti, di una cover dei Duran Duran, nota pop-rock band di successo negli anni ’80. La cover presentata dalla band esibisce chiaramente un arrangiamento più metal-oriented, risultando un buon esperimento, anche se, in tutta onestà, non brilla particolarmente all’interno della tracklist. Da segnalare la prestazione canora dell’intrigante Elisabeth Hale, la singer degli Halestorm ospitata per duettare con Allen. Torna il nu/alternative metal saltellante con gli echi dreamtheateriani di “Believe Me”, brano cadenzato e melodico nei cori e maggiormente sincopato ed aggressivo nelle varie strofe. La scorrevolezza è assicurata, ma d’altro canto non sussiste alcun punto particolare in grado di far spiccare il volo al brano. Buoni i solos di chitarra (anche se meno ispirati rispetto ad altri precedenti) ed il finale roboante. “Down To The Floor” è un brano dinamico e acceso che si muove su coordinate simil-hard rock, con sprazzi di punk metal ed accenni di crossover. La song in questione è in grado di separarsi dal resto delle tracce del disco pur rimanendo abbastanza ancorata allo spirito aggressivo ed impetuoso dello stesso. La struttura è semplice ed i riff sono pochi, senza grosse sorprese se non un altro ottimo breve assolo di Orlando. L’apice d’intensità melodica del disco è raggiunto con la seconda ballad “Angel Sky”, dove lievi archi ed accordi di chitarre acustiche dettano la trama di un brano lento e delicato sulla scia del precedente lento “All On The Line”. Da segnalare la parte intermedia e la prova vocale di un Allen sempre preciso anche sui toni alti. Ci avviciniamo al finale e, dopo la quiete della traccia precedente, gli Adrenaline Mob ci lasciano con un’altra mazzata dal nome “Freight Train”, in cui siamo travolti dalla consueta valanga di riff potenti, solos precisi e tecnici e vocals sanguigne. Nonostante ciò, la struttura è inconcludente e monotona, il ritornello lascia ben poca soddisfazione ed il proseguire stesso della canzone tende probabilmente ad essere un po’ troppo ripetitivo, con un finale decisamente amaro e troppo scialbo; insomma, dopo una buona dose di canzoni riuscite, avremmo preferito essere congedati con un brano più solido, ma in ogni caso siamo già soddisfatti del buon lavoro svolto nelle canzoni precedenti.


Considerazioni Conclusive:

Nulla da eccepire, “Omertà” è un bel lavoro, suonato e cantato con passione e grinta. Per una cinquantina di minuti scarsi siamo riusciti ad abbandonare l’idea che Portnoy e Allen siano adatti solo al progressive metal; l’intero lavoro, infatti, scorre abbastanza fluido e corposo, senza grandi punti luminosi che brillino su altri, ma anche senza grossi imperdonabili flop. Le songs suonano potenti e dirette, estremamente alla portata dell’ascoltatore medio. Ma oltre alle fattezze dei due maestri di cui abbiamo abbondantemente parlato, ovvero Mike e Russell, chi sta dietro alla realizzazione di questo album? Non dobbiamo infatti dimenticare che un buon 50% di riuscita del full-lenght dipende dalla classe di un certo Mike Orlando, un chitarrista abilissimo e dalla notevole tecnica sul suo strumento, convincente nei pesanti riff e anche nell’esecuzione dei solos. Oltre a Orlando, al basso troviamo Paul Di Leo (uscito dalla band appena dopo la registrazione di “Omertà”) che esegue il suo lavoro onestamente ed in modo precisissimo, donando indispensabili frequenze basse a supporto dei riff di Orlando. Portnoy si dimostra incazzato al punto giusto, pesta le pelli con ferocia nel momento in cui è richiesto più tono e va ad ammorbidire il tocco nei momenti più riflessivi. Che dire di Russell, l’autentica chicca che dona dei magici punticini in più al lavoro. Sulla scia di heavy-metal-singers come Jorn Lande (incisero assieme anche un progetto, chiamato Allen-Lande), Mattew Barlow (per la teatralità) o più alla lontana Phil Anselmo (del quale, Allen, pur mostrando una tecnica canora più incisiva e preparata, condivide sicuramente la grinta), il nostro frontman sciorina tutta la sua potenza; il suo attuale modo di cantare, sempre melodico ma anche più rauco e robusto, è forse più idoneo agli Adrenaline Mob piuttosto che ai suoi Symphony X, anche se in realtà l’evoluzione pseudo-thrash di quest’ultimi è maturata assieme a lui, risultandone adatta. Allen alterna, quindi, momenti violenti e rabbiosi con partiture più rilassate e delicate, senza mai risultare banale. Insomma, con un songwriting il più delle volte vincente, con musicisti di tutto rispetto, con una super produzione pomposa e con un artwork fresco e divertente, gli Adrenaline Mob si confermano già una solida realtà, pronta a sfoderare le armi migliori in un prossimo futuro, speriamo, non troppo lontano.


Tracklist:

01. Undaunted
02. Psychosane
03. Indifferent
04. All On The Line
05. Hit The Wall
06. Feelin’ Me
07. Come Undone
08. Believe Me
09. Down To The Floor
10. Angel Sky
11. Freight Train


Voto: 7,5/10

giovedì 12 aprile 2012

UNISONIC - Unisonic


UNISONIC

Etichetta: EarMusic
Data di uscita: 4 Aprile 2012
Genere: Hard Rock/Heavy Metal

Introduzione:

Sono loro, sono finalmente tornati: uno dei come-back più attesi dell’anno, la coppia d’oro del metal anni ’80, due leggende e due simboli del power metal, due maestri che hanno fatto scuola a miliardi di musicisti della nostra generazione. Avete capito, Kai Hansen e Michael Kiske sono tornati a creare musica assieme. Dai tempi dei mitici “Keeper Of The Seven Keys” degli Helloween d’oro (albums che videro i due protagonisti rispettivamente alla chitarra e alla voce), di anni ne sono passati; tra cospicui successi dei Gamma Ray di Kai e la carriera solista di Michael, i due ragazzoni tedeschi hanno visto i loro percorsi musicali separarsi sempre di più, mantenendo comunque un forte legame personale e d’amicizia. Tutti sanno, ormai, quanto Kiske
(uno dei singer più amati ed imitati nella storia del power) abbia da tempo abbandonato il metal per dedicarsi ad una carriera più soft con i suoi dischi solisti, prima, e con gli ottimi Place Vendome dopo; nonostante la sua dichiarata avversione alla scena, negli ultimi anni ha preso parte ad alcune collaborazioni metal importanti: prima tra tutte gli Avantasia del mitico Tobias Sammet, poi i Revolution Renaissance di Timo Tolkki, gli stessi Gamma Ray, i nostri Trick Or Treat e via dicendo. Forse queste collaborazioni, forse la voglia di tornare a suonare insieme al suo caro amico Kai, o il recente ritorno on stage, devono aver convinto Kiske che era ormai giunto il momento di tornare a suonare dell’onesto metal, ed ecco arrivare gli Unisonic: una band a tutti gli effetti di Kiske, a cui partecipa attivamente anche l’amico Kai, nell’esclusiva veste di chitarrista. Fans di tutto il mondo, voi che aspettavate un ritorno dei veri Helloween, raffreddate i bollenti spiriti: qui non abbiamo un altro fantomatico “Keeper Of The Seven Keys”, né tantomeno un ritorno al classico power helloweeniano, figlio dell’heavy anni ’80. Abbiamo però, in fin dei conti, un hard rock ben suonato e in molti casi davvero notevole, tra alcune melodie zuccherose ed alcuni episodi più veloci e heavy che possono ricordare di striscio quanto creato dalle zucche di Amburgo negli anni d’oro, il tutto condito con un pizzico di AOR. Il disco scorre liscio, a tratti davvero esaltante, mantenendo alta l’attenzione e rappresentando indubbiamente un perfetto ritorno di scena per uno dei singer più amati (ma anche più contestati) dell’intero universo metallico, anche se non mancano lievi momenti sottotono. Intanto, siamo già contenti così e non potremmo chiedere di meglio, felici di poter rivedere finalmente comporre e suonare assieme Kai e Michael, il primo un chitarrista heavy di tutto rispetto, il secondo un singer che in questo “Unisonic” dimostra ancora una volta la potenza assoluta della sua voce squillante, calda e cristallina…a volte non sembra nemmeno che siano passati più di vent’anni.


Track by Track:

Partenza col botto assoluto: il riff iniziale dell’omonima “Unisonic” ripesca senza dubbio dall’operato di Kai nei suoi Gamma Ray (“Into The Storm” su tutte), consegnandoci l’iniziale tassello di quest’opera prima, il brano più heavy-oriented dell’intero platter. Il ritmo si accende e si fa incalzante, su tutto si innesta la stupenda voce di Kiske, che gioca su superbe metriche vocali e dona uno spessore intenso ad un brano che, altrimenti, potrebbe sembrare più scontato. Il refrain in doppia cassa è puro godimento, così come gli innesti voce-strumenti. Dopo un’opener pressoché perfetta, breve e ultra-diretta, arriva un secondo piccolo gioiello, ovvero “Souls Alive”, un altro brano dalle tinte heavy metal, ma più cadenzato, che rimanda indubbiamente al sound gammarayano. Un grandissimo Kiske modula la sua voce in modo incredibile sul bel ritornello, lasciando spazio anche ad ottimi assoli e godibili intrecci chitarristici. Anche i lievi interventi di tastiera garantiscono un minimo d’atmosfera in più, prima del bel finale. Non sarà un totale ritorno al power anni ’80, ma se le premesse sono queste, c’è solo da essere gioiosi per questa nuova creatura. Sempre restando nell’ambito dei primi Gamma Ray, spunta dalla tracklist un nuovo lascito a firma di Kai, ovvero la zuccherosa e divertente “Never Too Late”: un raffinato hard rock sbarazzino ed intrigante nelle sue ritmiche e nelle sue melodie. Ancora una volta, Kiske manovra su registri alti e potenti, con passione e senza difficoltà. La song ricorda da vicino pezzi immortali come “Free Time”, “Heaven Can Wait” (entrambi dall’esordio dei Gamma Ray, “Heading For Tomorrow”) o “Time To Break Free” (dal mitico masterpiece “Land Of The Free”), canzone a cui partecipò lo stesso Kiske come guest-vocalist. Nulla di innovativo quindi, ma è comunque un gran piacere poter godere di un pezzo suonato con gusto e con la grinta giusta. Dopo questo trittico iniziale, devoto al sound della band di Kai, l’album cambia rotta con l’AOR frizzante di “I’ve Tried”, song che si rifà maggiormente al rock melodico dei Place Vendome. La strofa leggera e delicata apre la strada all’ennesima stupenda prova di Kiske nell’energico refrain ed a raffinati arrangiamenti chitarristici. Su tutto, primeggia un delizioso gusto melodico. Poco metal e molto rock anni ’80: ecco come riassumere questo piacevole brano, prima dell’epica melodiosità di un pezzo come “Star Rider”, dove, ancora una volta, è l’hard rock ottantiano a farla da padrone, con un ritornello pomposo ed iper-melodico, sottolineato da leggere tastiere. Il brano non aggiunge nulla di innovativo al panorama rock e, spesso, si ha la sensazione di aver già sentito questa o quella melodia. Nonostante ciò, questo buon pezzo, si lascia ascoltare piacevolmente, senza voler strafare. Un po’ più interessante e spumeggiante è invece il pomp rock di “Never Change Me”, un brano dai toni ancora allegri e zuccherosi simil-primi Helloween/Gamma Ray, con un bel ritornello, semplice ma efficace e tutto da cantare. Con una coppia come Hansen e l’ex Gotthard Mendy Meyer, nulla viene lasciato al caso ed anche i più semplici arrangiamenti chitarristici arricchiscono la song di gusto melodico. Nel bellissimo riff iniziale di “Renegade” si riaffaccia un massiccio heavy, anche se il resto della canzone presenta una dimensione maggiormente melodica. Tutto ciò risulta in un mid-tempo dotato di ottimo gusto ed arrangiamenti perfetti, compresi i cori del ritornello, i vari solos e le varie melodie chitarristiche. “My Sanctuary” segue a ruota: indubbiamente il miglior pezzo di tutto “Unisonic”. Torna l’hard rock sanguigno, come si intuisce fin dalle prime note, mentre bridge ed il superbo refrain costituiscono una doppietta in un crescendo di esaltazione sonora. La grande prestazione di Kiske torna a fare miracoli nel ritornello, dove il singer raggiunge elevati picchi di estensione, su riff rock semplici, ma compatti e graffianti. Gli Unisonic ci regalano un ultimo refrain su batteria incalzante, consegnandoci un brano non innovativo ma senza dubbio convincente fin dal primo ascolto, fresco e coinvolgente. “King For A Day” riporta in auge l’AOR dei Place Vendome, rivestito però di un abito più incisivo ed accattivante. Nel ritornello e in molti punti della canzone, Kiske si adagia stranamente su dei registri più baritonali. Il brano acquista un maggior vigore nell’accelerazione centrale, trasformandosi in un heavy metal sfacciato e diretto. Nell’ultimo refrain Kiske torna a far sentire il suo timbro e, tutto sommato, nonostante l’ispirazione non sia allo stesso livello dei brani precedenti, “King For A Day” si rivela un episodio gradevole e scorrevole. Decisamente più in rilievo l’heavy mordente di “We Rise”, una song plumbea ed oscura nella strofa, ma positiva e potente nel bridge e nel melodioso ritornello, il tutto su ritmiche più accese e dinamiche. Spiccano come sempre le intense melodie, la prova di Kiske ed il bellissimo scambio solistico tra Hansen e Meyer nella parte centrale della song, prima dell’ultimo refrain, a conclusione di un altro brano brillante e riuscito. Non poteva mancare la ballatona finale, ed ecco che in chiusura di “Unisonic” arriva “No One Ever Sees Me” a scaldare i cuori degli ascoltatori. Si intuisce a pelle che il brano richiama tantissimo le atmosfere dei dischi solisti di Kiske, con chitarre acustiche in primo piano e delicati arrangiamenti strumentali tra strings e pianoforte. Una romantica ballad, decisamente dedita ad un pop-rock tanto leggero quanto piacevole; ci sembra quasi strano immaginare Kai alle prese con delle partiture così leggiadre, ma il brano è davvero notevole: infatti, nonostante la sua semplicità esecutiva, “No One Ever Sees Me” acquista un immenso valore, soprattutto per l’intensa ed emozionante prova canora di Kiske e per il bellissimo assolo centrale, chiudendo in bellezza questo primo eccellente lascito del come-back di Kai e Michael. Pochissimo metal, è vero…ma tanta buona musica di qualità, ed è questo che conta.


Considerazioni Conclusive:

I nostalgici potranno godere di questo piccolo grande album, genuino e roccioso quanto basta per farci apprezzare nuovamente la voce di mr. Kiske. Ad accompagnare Kai e Michael in questa nuova avventura, i due assi dell’old-power si sono attorniati di musicisti di tutto rispetto come Mandy Meyer (ex-Gotthard ed ex-Krokus) alla chitarra, Dennis Ward (Pink Cream 69 e Place Vendome) al basso e Kosta Zafiriou (Place Vendome e da poco ex-Pink Cream 69) alla batteria, tutti musicisti che, in un modo o nell’altro, hanno saputo farsi notare positivamente in questo esordio, pur restando circoscritti ad un modo di suonare semplice e d’impatto. Insomma, abbiamo una vera e propria super-band, ma Hansen e Kiske è inutile negare che siano le due attrazioni principali del gruppo, tanto che in più di un’occasione gli Unisonic vengono presentati come “il ritorno di Kai e Michael”, dimenticando per un momento che la band è a tutti gli effetti di Kiske. Ad ogni modo, è automatico considerare assieme i due musicisti e le loro prestazioni avvalorano indubbiamente il lavoro, in particolar modo la spettacolare voce di quel piccolo grande uomo che a soli 18 anni di età cantava in modo esemplare una certa “Eagle Fly Free”, influenzando generazioni di cantanti power. E’ vero che i vecchi Helloween non sono tornati, è vero che la musica di questo platter non è nulla di nuovo ed è inevitabilmente influenzata dai progetti rock ed AOR in cui Kiske ha messo piede negli ultimi anni, ma è anche vero che gli Unisonic arrivano al cuore con una musica semplice, accattivante e passionale; un hard rock che, dopo i comunque meritevolissimi Place Vendome,  finalmente riporta Kiske al posto giusto e, considerato che alcuni loro vecchi pezzi come la mitica “I Want Out” verranno certamente riproposti dal vivo, non potremmo essere più contenti di così. Una piccola nota la dedichiamo alla produzione, pomposa e super cristallina (com’era lecito aspettarsi) ed all’immagine di copertina: non brillerà per chissà quali doti grafiche, ma l’idea del pianeta-altoparlante è abbastanza originale ed i suoi colori accesi e sprintosi donano fascino al tutto (sicuramente meglio della copertina dell’EP d’esordio “Ignition”). Consigliato a tutti i fans dei due musicisti: sono convinto che “Unisonic” girerà parecchio nel vostro stereo. Bentornato Michael!


Tracklist:

01. Unisonic
02. Souls Alive
03. Never Too Late
04. I’ve Tried
05. Star Rider
06. Never Change Me
07. Renegade
08. My Sanctuary
09. King For A Day
10. We Rise
11. No One Ever Sees Me


Voto: 8/10

martedì 10 aprile 2012

UKUKU - Esplosione di Organi Interni


--- Autoproduzioni ---

ESPLOSIONE DI ORGANI INTERNI

Anno: Marzo 2012
Genere: Primitive Thrash Metal
Line-Up:
Supay – Vocals;
Mabon – Rhythm, Lead and Bass Guitars;
Mizar – Bass Guitar;
Christian – Bass Guitar.
                

Recensione:

Dopo quasi quattro anni di assenza, si riaffacciano sulla fiorente scena underground veronese gli  Ukuku, band capitanata dal factotum Francesco Bommartini (Cold Fire, Carnera FM, Deatherrent, Skorbutiks). E’ doveroso spendere qualche riga per introdurre la band in questione, per chi non la conoscesse: gli Ukuku si formano nel lontano 2003, dall’unione di Mabon (Francesco, alle chitarre), Supay alla voce, Linda al basso e Paolilla dietro le pelli. Il combo, fin da subito, mostra l’intenzione di suonare un metal potente ed aggressivo, orientato verso il thrash metal, come dimostrano qualche iniziale cover dei Pantera o dei Kreator; tra cambi di line-up susseguitisi nei vari anni a molte date dal vivo, ad un certo punto le cose non reggono e gli Ukuku si sciolgono ufficialmente, nell’aprile del 2008. Circa a metà del 2011, il leader e compositore Mabon riprende le redini del gruppo, chiama a sé alcuni vecchi membri e riforma gli Ukuku, i quali sono ora pronti per presentare alla scena il loro primo full-lenght autoprodotto, saggiamente intitolato “Esplosione di Organi Interni”. Le 16 canzoni che compongono l’album sono brevi, dirette e malate, ricche di ospiti provenienti soprattutto dalla scena veronese, figlie di un modo di suonare metal talmente sporco ed aggressivo da essere stato spesso battezzato dalla band stessa come “primitive metal”: l’appellativo calza a pennello, poiché proprio dall’ascolto si percepisce come il valore concreto a cui mirano gli Ukuku è proprio quello della rabbia selvaggia, del non-controllo, del non avere alcuno schema che si interponga tra loro e la loro musica. Chiaramente, si tratta di una mia interpretazione personale e potrei anche sbagliarmi, ma è molto verosimile che gli arrangiamenti così semplici, i brani brevi ma d’impatto, il suono cupo e scarno e la marea di ottimi riff chitarristici all’interno del platter facciano fede ad un’idea che non si allontana poi molto dalla sensazione che ho percepito con l’ascolto di questo album. Addentrandoci nelle singole songs, il riferimento più lampante è quello di un sincero thrash metal di derivazione ottantiana, con i riff secchi e potenti della chitarra di Mabon e con qualche spruzzata di death-grind qua e là. Gli impulsi sonori di “Dimentica il Mio Nome”, con il suo intermezzo pseudo-psichedelico ed il suo testo ficcante e combattivo, il sanguigno e marziale thrash-death di “Deviating Hate”, l’hardcore marcio e primitivo di “Malaria” o la veloce e feroce “For Those They Die”, esempio di raw thrash anni ’80, sono solo alcuni dei tasselli più rappresentativi che costituiscono “Esplosione di Organi Interni”, un album crudo e lanciato, se vogliamo, volutamente “poco pensato” nella sua struttura, dedita esclusivamente ad un head-banging dal sapore anarchico ed anti-sociale. Quindi, riassumendo tutto ciò, i brani sono sufficientemente accattivanti, qualcuno più, qualcuno meno (a tal proposito, il brano che ho trovato più fuori contesto è la plumbea “The World We Created”) e danno vita ad un lavoro abbastanza omogeneo e sincero. Tuttavia, c’è da sottolineare che la band ha alcuni punti di debolezza, sui quali avrà comunque modo di lavorare nelle prossime uscite in futuro; in modo particolare, il suono generale in certe occasioni è troppo cupo e poco graffiante, penalizzato e poco valorizzato, così come il suono della batteria (con molta probabilità, una drum-machine), la quale, pur suonando diretta ed essenziale senza fronzoli, non spicca nel mixing e spesso non riesce a dare la giusta “botta” ai brani. Personalmente, non ho trovato brillante la prova vocale di Supay, il cui growl tende in più di un’occasione ad ammorbidire certe partiture piuttosto che ad incattivirle. Al di là di ciò, i vari riff chitarristici di Mabon, di vecchia scuola, sono ottimi e donano il giusto sapore ai brani. Lo stesso Mabon, in molti brani si occupa anche delle linee di basso, mentre le restanti sono suonate dai vecchi componenti degli Ukuku, Mizar e Christian. Ad aiutare Mabon nel suo progetto, intervengono poi vari ospiti tra cui il Mik e il Cikus (conosciuti nell’ambiente metal veronese per la loro ormai conclusa militanza nei Vehement ed ora nei nuovi Skorbutiks), Keg degli Skorbutiks, Willi dei noti bresciani Cadaveric Crematorium, Peter degli altrettanto noti Aneurysm e Fabio, chitarrista degli emergenti math-corers Acheode. Detto questo, auguriamo agli Ukuku un roseo ritorno nella scena underground veronese; con una maggiore cura nei dettagli e, soprattutto, un drastico studio sul sound, non si sa mai che riescano anche loro a varcare i cancelli dei piccoli confini veronesi, come successo a molti loro meritevoli concittadini come Riul Doamnei, Acheode, Vehement, Mothercare e via dicendo. 


Tracklist:

01. Intro
02. Grey Old Bar
03. Dimentica il mio Nome
04. Bloody Gold
05. Hit the Kobold
06. Berserk
07. Deviating Hate
08. Malaria
09. The World We Created
10. Secrets
11. For Those They Die
12. Parabellum
13. Neri Presagi
14. Remembering The Past
15. Black Snow
16. Clowns


Voto: 7/10

domenica 8 aprile 2012

EPICA - Requiem For The Indifferent


REQUIEM FOR THE INDIFFERENT

Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 9 Marzo 2012
Genere: Symphonic Metal

Introduzione:

Oggi l’umanità vive un momento di forte crisi dei valori fondamentali per la vita e la convivenza, una sorta di apocalisse che, in modo strisciante, silenzioso, ma altrettanto feroce si propaga per i quattro angoli della Terra. In tutto questo, una forte colpa ricade sull’incedere implacabile della moderna tecnologia, responsabile di una “progressione regressiva” che porta, inevitabilmente, alla privazione dell’identità dell’uomo ed ad un silenzioso e cupo allontanamento dalla natura: è un po’ in questo contesto lirico che nasce “Requiem For The Indifferent”, quinto capitolo in studio degli olandesi Epica, famosissima band che negli anni ha visto crescere in maniera esponenziale il proprio pubblico, sempre più affascinato dalle tendenze estreme del loro sound e (ovviamente) dalla suadente bellezza della singer rosso crinita Simone Simons. Il percorso intrapreso dal nuovo album prosegue quanto già è stato fatto dalla band nelle ultime due releases “The Divine Conspiracy” (2007) e l’ultimo “Design Your Universe” (2009), due lavori obiettivamente qualitativi che toccavano un metal sinfonico, maestoso ed epico, arricchito da un tappeto di death metal sempre più tecnico e dalle strutture complesse, allontanandosi sempre più dalle prime rimembranze gothic. RFTI non è da meno e presenta, in linea di massima, lo stesso orientamento stilistico. Nonostante ciò, il mio parere personale è che questa volta le cose siano state fatte in maniera meno egregia del solito: soprattutto a livello di songwriting, infatti, il nuovo album spesso non riesce a colpire nel segno, a causa di strutture sempre più complesse ed articolate ma allo stesso tempo anche più forzate e meno istintive, facendo smarrire l’impatto necessario. Anche dopo numerosi ascolti (senza contare che 74 minuti sono davvero tanti) si riesce a scovare poco di davvero notevole e stupefacente all’interno dell’album in questione. I fan degli Epica non avranno problemi a farsi piacere questo RFTI, perché gli elementi tipici del loro (recente) sound ci sono tutti: maestosità, growls, la voce angelica della Simons, le parti orchestrali, le ritmiche death, e c’è anche da dire che gli arrangiamenti sono curati con una maestria notevole, maturata in anni di esperienza su palchi e studio. Ma ciò non basta, perché è soprattutto la composizione a peccare; non è un album da dimenticare, anzi, è frutto di un lungo lavoro creativo, ma molte partiture, sforzandosi di essere esplosive e geniali nella loro complessità, spesso risultano invece prive di miccia e non detonano come ci si aspetterebbe.   


Track by Track:

Come da copione, una classica introduzione apre un lavoro degli Epica, ed ecco arrivare l’incalzante “Karma”, un delicato affresco sinfonico-cinematografico, molto godibile tra cori e strings, nonostante la sua brevità. L’opener vera e propria è “Monopoly On Truth”, uno dei migliori brani di quest’album. Sette minuti di riff convincenti tra sprazzi più death-oriented supportati dall’abbondante presenza del growl di Mark e sprazzi più melodici con Simone protagonista. Purtroppo, già da ora, la prestazione della rossa singer non convince appieno, rendendo piuttosto piatte alcune delle parti a lei affidate. Molto suggestiva la parte finale, con assolo di Isaac e ritornello corale in bella vista. “Storm The Sorrow” gode di un incipit oscuro e possente, ma è un pezzo discreto, con strutture stranamente più lineari e in cui la voce di Simone ancora non convince pienamente, in particolar modo nel flebile bridge. Il ritornello è abbastanza gradevole, ma alla lunga il brano tende a stagnare. Nonostante ciò, è decisivo l’intermezzo death nel risollevare le sorti del pezzo. Arriva già il turno di una spettacolare ballad a nome “Delirium”, un altro brano da annoverare tra i migliori del lotto. Una delicatissima introduzione corale-polifonica apre la strada ad un magico pianoforte che va a sostenere con una carezza la voce di Simone, finalmente a suo agio sui pezzi più interpretativi e più melodici. Delicate orchestrazioni, chitarre acustiche, gocce di sussurrata coralità ed un refrain carico di pathos costituiscono gli ingredienti di base di un lento strepitoso e davvero bello, tra i migliori partoriti dagli Epica. “Internal Warfare” torna a pestare duramente tra partiture intricate e ritmiche forsennate, ottimi intrecci chitarristici, un breve break incazzato al punto giusto e indemoniati virtuosismi solistici di chitarra-tastiera. Al di là di queste buone qualità, il brano non convince appieno, a causa di un refrain svuotato della giusta carica. La title-track seguente è introdotta da alcune sonorità orientaleggianti e va subito a mescolare riff e partiture caotiche e di complessa intuizione, tanto che è difficile mantenere l’attenzione adeguatamente. Non mi ha proprio convinto la prestazione di Simone in questa canzone. I punti più emozionanti toccati da “Requiem For The Indifferent” sono l’intermezzo acustico ed il bellissimo refrain, epico ed evocativo, ma, sinceramente, poco o nulla si salva del resto: un calderone di riff ed idee al limite del prog-metal che sembrano messe assieme un po’ alla rinfusa, facendo spesso perdere il filo logico degli otto minuti di brano. Peccato. Dopo un po’ di sgomento, passiamo al successivo semplice intermezzo “Anima”, nulla di più che un lieve e malinconico pianoforte sfiorato da tenui soffi di archi. Carino certamente, ma è difficile percepirne un significato. “Guilty Demeanor” è un brano molto breve, rispetto alla lunghezza dei pezzi presenti nell’album. Nonostante alcuni ottimi riff e la buona componente d’oscurità di cui sembra godere nel marziale incipit, il pezzo si perde in un infinito refrain abbastanza spento e non viene data la giusta carica al brano (il timbro di Simone, ancora una volta, non rende giustizia). La calda introduzione di chitarra classica in “Deep Water Horizon” fa ben sperare in un’altra bella ballad ricca di melodia, ed in effetti le aspettative sono ripagate da un bel lento, dotato di un appagante refrain e di un’ottima prestazione della cantante. A metà brano, tutto si trasforma ed il sound si impregna di epicità e sontuosi arrangiamenti tra cori ed orchestra, anche se questa trasformazione in alcuni momenti non sembra dotata di molta logica, per via di alcuni intrecci poco riusciti tra i vari riff. Resta, ad ogni modo, un brano da menzionare, se non altro per la forte componente melodica. “Stay The Course” è un brano più adatto alle corde cavernose di Mark, dotato di riff più death-oriented in mezzo a melodie sinfonico-orientaleggianti. Il ritornello si adagia su coordinate morbide e poco incisive cantate da Simone, facendo perdere impatto ad un brano che prometterebbe una ben altra botta (il feroce intermezzo symphonic-death parla da solo a tal proposito), pertanto il brano scorre liscissimo ma con poca presa sull’ascoltatore. Veniamo, a questo punto, sorpresi dalla bontà di un ottimo brano come “Deter The Tyrant”, sorretto dalle sue intricate melodie pseudo-folk di chitarra. Il brano azzecca, nel suo incedere, una serie di ottimi riff, questa volta perfettamente integrati nel creare un logico tappeto musicale. Molto bello il ritornello, con una Simone Simons finalmente convincente e ficcante come ai tempi d’oro. Assume anche un alto valore il delicato intermezzo acustico prima delle successive e tormentate sfuriate metalliche, tra growls e lodevoli solos. Finalmente un brano da cui rimanere piacevolmente colpiti ed all’altezza del nome Epica. Con la seguente “Avalanche” ci si addentra in atmosfere gothic dolci ed evocative, con carillon, clean guitars e leggiadre strings. Siamo dinnanzi ad una semi-ballad che alterna momenti più riflessivi alle classiche incursioni sympho-death del growl di Mark. L’incastro tra le varie parti risulta, anche in questo caso, scorrevole, rilasciandoci un’altra complessa composizione degna di nota. Purtroppo, la conclusione dell’album non è dei migliori auspici, dopo due buoni brani: infatti “Serenade Of Self-Destruction” è una lunga suite di 10 minuti che alterna dei momenti estremamente brillanti (sentite tutta la spettacolare parte introduttiva) a delle partiture ripetitive e forzate nel contesto. Inoltre, la song in questione è stata soggetta ad un presunto errore di mixaggio, che ha portato ad escludere molte parti vocali dalla versione definitiva, rendendola di fatto un lungo strumentale. Si potranno indubbiamente apprezzare meglio i sopraffini arrangiamenti strumentali e tutta l’energia impiegata in tal senso dalla band, anche se l’assenza di voci la rende una song di difficile digeribilità in più momenti, vista anche la sua considerevole lunghezza.
   

Considerazioni Conclusive:

Tirando le somme, “Requiem For The Indifferent” è un lavoro poliedrico e dalla diverse sfaccettature, alle quali però non viene resa giustizia a causa di un songwriting troppo ricercato ed incapace di stupire in molte occasioni. Certamente non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio, poiché dietro alle quinte risiede una cura del dettaglio lodevole, che porta a scoprire arrangiamenti sinfonici eleganti e prestazioni strumentali maiuscole ed indiscutibili. Le stesse asce del leader Mark Jansen e dell’ultimo arrivato Isaac Delahaye intessono ritmiche e costruzioni chitarristiche mai banali e tutt’altro che scontate. Mark si occupa, come sempre, delle chitarre ritmiche e del cavernoso canto growl, in continuo miglioramento (l’esperienza con i suoi sympho-deathsters Mayan deve aver dato i suoi frutti), mentre Isaac, già da “Design Your Universe”, aggiunge al sound degli Epica strepitosi assoli che mostrano una tecnica ed una preparazione notevole sullo strumento. Menzione va anche alla coppia ritmica Arien V. Weesenbeek, un batterista essenziale per la band, preparatissimo e ricco di gusto nei vari passaggi sul proprio strumento, ed il bassista Yves Huts, alla sua ultima prova con la band (ha recentemente abbandonato il gruppo, dopo la registrazione dell’album). Le orchestrazioni campionate sono manovrate dalla sapiente mano di Coen Janssen, tastierista abile e dotato di una buona perizia compositiva, senza dover strafare con troppi assoli fulminei; ed infine, non potevamo non parlare dell’ammaliante Simone Simons, il simbolo degli Epica: peccato che in quest’album la sua prestazione, seppur buona, a mio parere non sia all’altezza dei due dischi precedenti. Sarà che le strutture così complesse richiedono ormai una potenza maggiore anche nel canto, ma in ogni caso Simone presenta della partiture spesso scarne, quasi asciutte, prive di colore, di potenza e di mordente. Insomma, rimane una ragazza stupenda ed una bravissima cantante, ma c’è da dire che il suo lavoro in questo album non dona lo spessore che ci aspetteremmo nei vari brani. La produzione ed i suoni sono miscelati in maniera certosina e professionale e la copertina è notevole, soprattutto per i significati metaforici che si celano sotto di essa: a tal proposito, è anche da ricordare l’impegno profuso nei testi, che vanno a toccare molti argomenti odierni e di attualità. Sono certo che i fan non disdegneranno questo “Requiem For The Indifferent”, ma d’altro canto la lunghezza eccessiva del lavoro, il cantato non sempre convincente  e le idee non sempre brillanti vanno a minare molto il giudizio finale. Devo ammetterlo, personalmente mi aspettavo qualcosa di più da una grande realtà come gli Epica.


Tracklist:

01. Karma
02. Monopoly On Truth
03. Storm The Sorrow
04. Delirium
05. Internal Warfare
06. Requiem For The Indifferent
07. Anima
08. Guilty Demeanor
09. Deep Water Horizon
10. Stay The Course
11. Deter The Tyrant
12. Avalanche
13. Serenade Of Self-Destruction


Voto: 6,5/10

martedì 27 marzo 2012

LACUNA COIL - Dark Adrenaline


DARK ADRENALINE
 
Etichetta: Century Media
Data di uscita: 23 Gennaio 2012
Genere: Alternative Metal

Introduzione:

Prosegue la scalata delle classifiche dei nostrani Lacuna Coil, la band milanese capitanata da Andrea Ferro e simboleggiata dalla bella Cristina Scabbia. Ancora non si sono spenti gli echi del buon “Shallow Life”, uscito ormai 3 anni fa, ma la amata/odiata band italiana si ripresenta sul mercato con un altro capitolo dalla qualità indiscutibile; una godibile uscita discografica che, come al solito, non sarà esente dalle solite critiche da parte di un pubblico italiano spesso troppo ermetico nei confronti di un metal estremamente attuale e moderno. “Dark Adrenaline” si assesta infatti su un suono fortemente influenzato dal mainstream americano, così come già era successo nel disco precedente, pertanto lo pseudo-gothic dei primi dischi viene ancora abbandonato in maniera piuttosto massiccia, virando sempre verso un metal alternativo, fortemente patinato di nu-metal sfacciatamente modernista. Ad essere sinceri, di gothic questa band ne ha visto davvero poco, anche se non si può evitare di scorgerne qualche sottile intrusione in album come “Unleashed Memories” (2001) o il fortunato “Comalies” (2002). La smaccata vena ruffiana ed ammiccante proposta dal suono dei Lacuna Coil non sembra essere un problema, poiché “Dark Adrenaline”, nonostante la sua estrema orecchiabilità, possiede vari brani interessanti e dotati del giusto piglio melodico, rendendo l’ascolto scorrevole ed estremamente fluido. Nonostante, obiettivamente, questo nuovo lavoro sia un altro buon esempio di alternative metal ben fatto e quasi mai banale, sono convinto che la schiera di metallari italiani medi rimarrà sempre indifferente nei confronti di questa solida realtà musicale, un piccolo grande orgoglio “made in Italy” che tanta fortuna ha fatto e sta facendo all’estero, negli States soprattutto. Chi è invece dotato della giusta apertura musicale, saprà apprezzare in buona parte, se non tutto, anche questo nuovo corposo lavoro, queste sonorità così  catchy, commerciali e moderne ma anche dannatamente accattivanti.  


Track by Track:

L’adrenalina oscura pervade il nuovo album già a partire dalla prima traccia “Trip The Darkness”, classico brano alla Lacuna Coil, pervaso da atmosfere cupe e blande ritmiche alternative, con un ritornello emotivo e carico di pathos, dove splende la prova vocale di Cristina, su alte tonalità. I ritmi si accendono maggiormente con la splendida “Against You”, brano dotato di riff su ritmiche veloci nella strofa e di un bellissimo refrain melodico ed accattivante. Questa volta, la voce di Andrea diventa protagonista, anche se è da sottolineare come le sue linee vocali spesso non presentino grandi sviluppi. Da notare, invece, un inusuale assolo di chitarra nella parte intermedia del brano, riuscito e perfettamente integrato nel contesto. Le lievi orchestrazioni e gli intrecci vocali aiutano a far decollare quest’ottimo brano. Il singolo apripista dell’album è la seguente “Kill The Light” che, non a caso, è uno dei brani più radiofonici ed immediati dell’intero lavoro, in modo particolare nel semplice ma efficace refrain. Nonostante la sua attitudine prettamente mainstream e radiofonica, il brano, maggiormente legato alla produzione più recente del gruppo, scorre liscio e deciso nel suo proseguimento, accompagnato da lievi ed azzeccate partiture elettroniche. Nulla di più, nulla di meno: “Kill The Light” non è un capolavoro, ma è un buon singolo, perfetto ed istintivo, melodico e piacevole quanto basta per entrare nelle grazie dei fan di tutto il mondo. Spicca maggiormente la successiva “Give Me Something More”, forte di notevoli intrecci vocali tra i due singers e di una strofa particolarmente accesa e graffiante, su riff semplici ma potenti. La struttura e l’arrangiamento del brano lo rendono davvero molto gradevole e coinvolgente, privo di momenti vuoti o a sé stanti. Un plauso va ai due cantanti e soprattutto ad Andrea, particolarmente ispirato dalla carica emozionale di quest’altra buonissima canzone. Il nu-metal più sordido sembra spadroneggiare fin dall’introduzione di “Upsidedown”, ma, dopo i primi secondi, è notevole come i nostri riescano a trasformare un brano nu-metal in un qualcosa di più personale e grandioso. L’arrangiamento oscuro e sinistro è un vero punto di forza da sempre per la band e non fa eccezione questa song, esempio di un rock moderno egregiamente eseguito. Da segnalare ancora una volta l’ottimo apporto vocale dei due cantanti: due voci estremamente complementari e quasi sempre ben ragionate nelle linee vocali. “End Of Time” si presenta come una ballad moderna e potente, dove l’aspetto emotivo della band non stenta a presentarsi, attraverso un arrangiamento delicato di chitarre pulite e tastiere atmosferiche, fino al possente ritornello distorto, cantato da Andrea. Un brano molto melodico e radiofonico che, in varie occasioni, ricorda le ultime prove degli olandesi Within Temptation. La song in questione non brilla certo per estrema originalità o idee sovraumane ma è adeguata al contesto e, senza nemmeno rendercene conto, fluisce grazie alla sua semplicità. Fin dalle prime note notiamo una certa oscurità di fondo in “I Don’t Believe In Tomorrow”, il brano più potente del lotto, dal punto di vista del sound, e anche la song dotata del refrain più plumbeo dell’intero album. Sebbene le premesse siano buone, in realtà “I Don’t Believe In Tomorrow” risulta anche la creazione più monotona all’interno dell’album, pervasa da un solito gusto sfacciato per il modernismo metallico che questa volta, però, non riesce a spiccare in alcuna occasione sul resto. Dimentichiamo questo mezzo passo falso con la successiva e più intrigante “Intoxicated”, dove le solite ritmiche alternative sono condite da ottime prove vocali e da arrangiamenti corposi e dinamici. Evocativo il pur semplice ritornello, sorretto da lievi ma essenziali tastiere. Un brano semplice, breve ed estremamente lineare, ma accattivante quanto basta per apprezzarlo. Ancora un richiamo ai Within Temptation più recenti con “The Army Inside” (il ritornello non ricorda anche a voi la nota “What You Have Done”?), dove comunque si può godere di un buon refrain e di un perfetto arrangiamento. Il brano, come molti altri, è breve e scarno nella struttura e non è memorabile per chissà quali doti tra le righe, ma è semplice e d’effetto, come da classica tradizione della band. C’è spazio anche per un altro bell’assolo ad opera di Cristiano, sicuramente un surplus tutt’altro che sgradevole da sentire in un disco come questo. I Lacuna Coil già ci avevano proposto una breve e gradita capatina nelle cover storiche con l’ottima interpretazione di “Enjoy The Silence” dei Depeche Mode, nell’album “Karmacode” (2006) e ripropongono l’esperimento con un altro pezzo forte dei primi anni ’90, ovvero la bellissima “Losing My Religion” dei R.E.M., scioltisi in tempi recenti. La prova offerta dai Lacuna stravolge, in parte, l’anima delicata della canzone, inserendo, ovviamente, i consueti chitarroni pesanti nel refrain, ma c’è da dire che la band, nel ri-arrangiare secondo il proprio stile un brano estremamente lontano dai suoi canoni, è in grado comunque di mantenere abbastanza intatta l’emotività dello stesso, il quale risulta così una versione gradevole anche se, in fin dei conti, non eccellente (insomma, è prevedibile che l’originale rimanga indubbiamente la versione migliore). Dopo questo coraggioso esperimento, la band torna a propinare il sound alternative rock/metal tanto caro ai sei musicisti con “Fire”, una brevissima canzone immediata e potente, dotata di un ritornello estremamente diretto e chatchy. Proprio per questa sua estrema immediatezza, il brano è sufficientemente gradevole ma, allo stesso tempo, non c’è un solo particolare che osi rimanere in testa per essere ricordato con piacere. Arriviamo al finale dell’album, ed in effetti non poteva protendersi oltre, considerato che certe soluzioni sonore, dopo una dozzina di canzoni, iniziano a stancare e ad essere abbastanza ripetitive. Congetture a parte, “My Spirit” è una sorta di lenta ballad, nella concezione moderna del termine. E’ lodevole ed originale l’idea di inserire un’atmosferica narrazione in lingua italiana a metà brano, ma, al contempo, la song ha un incedere ed un refrain poco convincenti ed abbastanza piatti, che si trascinano per quasi sei minuti senza un barlume di energia all’orizzonte. Non è stato quindi il modo migliore per concludere un album comunque discreto, dotato anche di qualche ottimo picco compositivo.   


Considerazioni Conclusive:

Un album 100% Lacuna Coil, ecco come semplificare l’operato svolto dai sei milanesi per questo “Dark Adrenaline”. L’impatto commerciale del precedente “Shallow Life” viene ripreso e codificato in una chiave leggermente più pesante, con un occhio rivolto verso i lavori meno recenti del gruppo, dando vita ad un album indubbiamente valido, onesto e sufficientemente corposo. Gli arrangiamenti, eleganti e di classe, donano, come sempre, una marcia in più al lavoro svolto dal combo e, per tal scopo, aiuta senza dubbio anche la sfarzosa produzione (ad opera di Don Gilmore), potente e nitidissima. In primo piano, spiccano i lavori vocali della coppia Andrea Ferro-Cristina Scabbia, il primo esente da particolari capacità tecniche e dedito ad una pura carica energica, mentre Cristina ha dalla sua una voce abbastanza versatile, precisa e dinamica, pur rimanendo in un ambito canoro totalmente moderno. Restano, invece, semplici ma di impatto i lavori dei restanti fedeli musicisti Chris e Maus (chitarre), Criz (batteria) e Marco Zelati (bassista ed autore, tra l’altro, di quasi tutti i pezzi della discografia del gruppo), protagonisti di prove precise ed efficienti. Proprio in questo consiste la forza della band: pezzi semplici ed immediati, potenti, malinconici, ricchi di carica, di emotività…di una “oscura adrenalina”; un titolo decisamente azzeccato a pensarci bene: l’“adrenalina” c’è, si percepisce in ogni solco, in ogni nota, e l’“oscurità” pervade palesemente l’intero lavoro grazie ai soffici e raffinati arrangiamenti. Non scrivono e non hanno mai scritto dei veri capolavori, tutti lo riconosciamo, e “Dark Adrenaline” non fa certo eccezione, ma invito comunque tutti i metalheads a dare una chance ai Lacuna Coil, una band di cui dobbiamo andare fieri, un caposaldo del metal moderno. Una musica alla portata di tutti e sicuramente un ottimo diversivo di qualità per chi vuole avvicinarsi al concetto più moderno del tanto bistrattato metal contemporaneo.


Tracklist:

01. Trip The Darkness
02. Against You
03. Kill The Light
04. Give Me Something More
05. Upsidedown
06. End Of Time
07. I Don’t Believe In Tomorrow
08. Intoxicated
09. The Army Inside
10. Losing My Religion
11. Fire
12. My Spirit


Voto: 7,5/10