lunedì 14 novembre 2011

SYMPHONY X - Iconoclast


Aggressività e precisione, sinonimi di “Symphony X”...

Nome Album: Iconoclast
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 17 Giugno 2011
Genere: Progressive Metal

Introduzione:

Una delle band più influenti della scena prog metal mondiale risponde al nome dei grandissimi Symphony X, band attualmente molto popolare tra il pubblico metallaro globale. Infatti dalla loro esplosione musicale nei primi anni novanta, per la band americana è stata tutta una parabola discendente, un percorso fatto di album perfetti, gioielli di progressive metal, ovviamente tecnico, precisissimo e dotato di una inconfondibile nonché fondamentale caratteristica: un sound potente ed accattivante. Insomma, questo prog, ultimamente molto votato ad un graffiante heavy/thash/power, ha fatto la fortuna della macchina chiamata Symphony X, superando in più di un’occasione i ben più noti colleghi Dream Theater, a livello di songwriting (per quanto riguarda l’aspetto esecutivo, forse la band di Petrucci resta al primo posto). Da tutti i fan del quintetto d’oltre oceano, era da tempo atteso il nuovo lavoro, questo Iconoclast: un album che fin da subito ha dovuto fare i conti con un grosso peso, ovvero quello di essere il successore di Paradise Lost (2007), un album pressoché perfetto, amato dai fans e critica, tanto da poter essere considerato, nonostante un appesantimento del suono, uno dei lavori migliori della band (assieme, indubbiamente, a vecchie pietre miliari come The Divine Wings Of Tragedy, gemma del 1997). Giusto per giocare a carte scoperte, diciamo subito che Iconoclast, non è Paradise Lost. E’ un album certamente ottimo, ancora una volta ricco di dettagli e giochi strumentali da brivido, ma incapace di raggiungere l’apice musicale ed emotivo del suo acclamato predecessore. Poco importa comunque, perché la qualità è veramente alta, ed i nostri dimostrano come sempre di essere in grado di unire le influenze più progressive con i titanici groove/thrash riffs chitarristici ad opera del guitar-hero Michael Romeo, e i risultati sono spesso sbalorditivi. L’unico neo di questo lavoro è forse rappresentato da un’eccessiva prolissità dei brani: canzoni così colme e dal suono così pesante ed elaborato, tendono forse a deconcentrare l’orecchio dell’ascoltatore, una volta giunto ad un certo punto della tracklist. E’ per questo motivo che, come si può immaginare, Iconoclast richiede più ascolti, oppure un ascolto a piccole dosi, per essere apprezzato fino in fondo in tutta la sua complessità artistica. Nonostante qualche brano non sia eccellente, si tratta di un altro indubbio centro per i Symphony X, non lasciatevelo scappare…


Track By Track:

Il nuovo lavoro degli X inizia subito alla grande con un’ottima title-track. “Iconoclast” è un lungo brano che si aggira sui 10 minuti di durata, introdotto da virulenti giochi virtuosistici in grado, fin da subito, di trasportarci nell’estro musicale propostoci dal gruppo, attraverso sfarzosi capogiri in pieno stile progressive metal, partiture più operistiche ed evocative e melodici refrains. “Iconoclast” è il brano simbolo dei Symphony X del 2011, ricco di sfumature da scoprire adeguatamente. Superba la parte centrale, con progressioni accompagnate da interventi coral-sinfonici ed assoli di chitarra e tastiera. Il viaggio ha avuto inizio! L’album ritaglia lo spazio per un’altra ottima song, “The End Of Innocence”, dotata di riff di stampo thrash, dal tiro metallico assicurato, e di un bellissimo solo di chitarra. Torna la melodia con il bel ritornello, dove gustiamo la buona prova di Russen Allen dietro al microfono, sempre in bilico tra canto melodico e timbro più sporco (mai growl propriamente detto). Forse la song più orecchiabile e di più facile assimilazione di tutto l’album. Altri ritmi groove-thrash sincopati caratterizzano la seguente “Dehumanized”, una buona song, aggressiva quanto basta, ma non eccezionale nelle scelte melodiche. Restano sempre ottime le prove dei singoli musicisti, ma manca quel qualcosa in grado di catturare doverosamente l’attenzione dell’ascoltatore. Va già molto meglio con la seguente “Bastards Of The Machine”, il brano più corto di Iconoclast (sfiora i 5minuti), dove, finalmente, i nostri posano un piede più pesante sull’acceleratore, regalandoci un buon brano nel pieno stile dei Symphony X più recenti, veloce e dotato di un gran tiro, grazie agli onnipresenti ritmi groove e saltellanti che caratterizzano il loro sound. Eccezionale l’accelerazione sull’assolo di chitarra ed il seguente duetto chitarra-tastiera. Un brano che riesce a farsi sentire e ad essere ricordato per la sua carica ed immediatezza. “Heretic” si apre con alcuni ottimi riff di chitarra, alternando una veloce strofa con un melodico bridge che sfocia in un refrain che, come “Dehumanized” punta maggiormente all’aggressività dei riff piuttosto che a soluzioni melodiche ricercate. Abbiamo così tra le mani un brano thrasheggiante e cupo, dove è la chitarra di Romeo a far da padrone a suon di riff pesanti e solos, fulminanti per precisione e velocità d’esecuzione. E’ il momento di un altro buon brano di Iconoclast, ovvero “Children Of A Faceless God”: i ritmi si fanno più lenti, accompagnando riffs alla Pantera, carichi di groove. Da una strofa dotata di toni grigi e cupi, il brano tocca il suo punto di forza con il ritornello, lento, melodico e malinconico. Le accelerazioni a metà brano, con un ennesimo superbo assolo ad opera di Romeo, sono perfette per non disperdere troppo l’attenzione del nostro padiglione auricolare. Il seguito è affidato ad un attacco di metallo a profusione chiamato “Electric Messiah”, brano che, in maniera assolutamente vincente, torna a velocizzare i ritmi, eccezion fatta per il bellissimo refrain, ancora una volta rallentato e più melodico rispetto al resto del brano. I vari riff, come sempre molto thrash-oriented, potenti e graffianti, godono di maggiore freschezza rispetto ad alcuni precedenti episodi dell’album, mentre i solos di chitarra e tastiera risultano forse meno ispirati di altri, ma, sia chiaro, sempre di indubbio valore virtuosistico. La penultima “Prometheus (I Am Alive)”, fin dall’incipit, dotato di tempi dispari e sincopi, sembrerebbe tirar fuori l’anima più progressiva dei Symphony, ed in effetti, nonostante alcune sfuriate più tipicamente metalliche (tra cui una strofa piuttosto monotona), il resto delle soluzioni adottate ha un mood maggiormente ricercato e più progressivo. Tutto questo, tuttavia, fa scemare l’attenzione, poiché il brano non riesce a decollare come dovrebbe (dopo sette canzoni altrettanto pretenziose è anche comprensibile), risultando, a mio avviso, l’episodio meno riuscito di Iconoclast. Il finale è tutto dedicato al brano più bello e più riuscito dell’album, la semi-ballad “When All Is Lost”: pianoforte, archi e voce introducono un vero gioiello di musica che si propaga per 9 minuti di durata, senza stancare neanche un secondo. Bellissimo ed emozionante il refrain, come da sempre i Symphony ci hanno abituato, in linea con ballad-capolavori come “Accolade II” (su The Odissey) o l’immensa “Paradise Lost” (sull’album omonimo). Azzeccatissima e toccante l’incursione di prog-rock a metà brano, con tanto di hammond e chitarre acustiche a seguito che creano, assieme agli archi, una calda atmosfera. Menzione d’onore per come la band ha saputo unire sapientemente partiture accelerate e metalliche con altre più lente e malinconiche. La voce di Russen conclude delicatamente questo superbo brano ed un album sicuramente valido e meritevole.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Ed anche per i Symphony mi ritrovo a dover riempire, quasi inutilmente, questo piccolo spazio dedicato all’aspetto tecnico delle composizioni. Dico inutile poiché, anche per il quintetto americano, la tecnica esecutiva è sempre stata una componente fondamentale, ma mai fine a sé stessa. L’aspetto tecnico è al servizio di una musica che affonda le radici nel sound classico, fondendo sapientemente il power con sempre più numerose incursioni thrasheggianti e sempre meno orientate al versante neoclassico. In altre parole, gli X hanno abbondantemente appesantito la proposta, senza mai mancare di carica e d’inventiva. Iconoclast è qui per dimostrarlo. Non sprecherò parole per descrivere le capacità dei singoli musicisti, innegabilmente di indubbio spessore artistico. Cito solo il chitarrismo virtuoso ed impeccabile del leader e songwriter Michael Romeo, autentica macchina-sforna riff e funambolico protagonista dell’album, con solos sempre ricercati e mai banali, ed il lavoro vocale del frontman Russen Allen, ormai sempre più orientato, con buoni risultati, verso una dimensione più aggressiva e meno pulita (forse anche in virtù del “nuovo” stile della band), senza peccare in estensione vocale. Le prove di Michael Pinnella alla tastiera e di Michael Lepond e Jason Rullo alla sezione ritmica sono impeccabili e di gran classe. La produzione è potente e cristallina, come è lecito aspettarsi, ed una immagine di cover certamente significativa per i testi (uomini e macchine, giusto per sintetizzare), ma non eccelsa, corona il tutto. Questi ingredienti convergono tutti in un album naturalmente complesso, tecnico e metallico, ma, pur restando su alti livelli, anche un po’ meno incisivo ed attraente rispetto al passato. Poco importa comunque, perché i Symphony X del 2011 sono una band che mantiene ancora alta la propria bandiera, senza deludere le aspettative. O almeno non tutte.


Tracklist:

01. Iconoclast
02. The End Of Innocence
03. Dehumanized
04. Bastards Of The Machine
05. Heretic
06. Children Of A Faceless God
07. Electric Messiah
08. Prometheus (I Am Alive)
09. When All Is Lost


Voto: 8/10

lunedì 24 ottobre 2011

MALEVOLENTIA - Ex Oblivion


Nere sinfonie d’oltralpe…

Nome Album: Ex Oblivion
Etichetta: Epictural Production
Data di uscita: 30 Marzo 2011
Genere: Symphonic Black Metal

Introduzione:

Anche in Francia sanno fare black metal. E’ proprio il caso dei Malevolentia, promettente band d’oltralpe nata nel 2003 ed autrice di due album, il discreto esordio Contes et Nouvelles Macabres (datato 2005) e questo nuovo Ex Oblivion, parto più maturo e frutto di una sapiente tecnica e composizione maturata dal quintetto durante gli ultimi anni. No, non avete capito male leggendo i titoli: la peculiarità di questa band è proprio la ferrea volontà di voler usare la lingua madre nelle loro composizioni. Avreste mai detto che una lingua così morbida come il francese, potesse adattarsi ad un genere spietato ed estremo come il black metal sinfonico? I Malevolentia sono la risposta alle vostre diffidenze. Come se non bastasse, alla voce godono della maligna presenza di Spleen, una ragazza dalle scream vocals evocative e strazianti (nel senso buono del termine), aggiungendo quel qualcosa in più alla proposta del combo. Al di là di queste interessantissime novità, inconsuete per un gruppo black, la musica dei Malevolentia (non abbiatemene a male per l’abusato paragone in questo campo) è fortemente influenzata dai maestri del genere, i norvegesi Dimmu Borgir, nonché da altre band di rilievo come Dragonlord e (molto in lontananza) i britannici Cradle Of Filth. Pertanto, anche alla luce della difficoltà d’evoluzione di un genere molto stretto ed inquadrato come il sympho-black, anche la band francese soffre di una palpabile mancanza d’inventiva, salvo proporci brani estremamente coinvolgenti e dotati comunque di una già apprezzabilissima maggior originalità generale rispetto ad altre band musicalmente affini. Quindi, bisogna partire ad ascoltare i Malevolentia partendo proprio da questo presupposto, senza impallarsi di fronte ad un riff sentenziando la sua estrema somiglianza con i più blasonati Dimmu o compagnia. Le somiglianze ci sono e sono palesi, è vero, ma se voi, amanti delle sinfonie oscure e solenni del sympho-black, siete rimasti delusi dalle recenti altalenanti uscite dei succitati Dimmu Borgir, fate un favore a voi stessi: staccatevi dal filone più conosciuto e “commerciale” del black sinfonico e concedete un ascolto a questi meritevoli ragazzi francesi. Non rimarrete delusi nel constatare quanta veemenza riescono a sprigionare, così come comprenderete quanto esistano, come loro, molti talenti spesso sconosciuti al grande pubblico, ma dannatamente validi, a volte anche molto più di tanti più blasonati act del settore.


Track By Track:

La seconda creatura dei francesi si apre con un’introduzione, breve e sinfonica, come di consueto si usa fare nella maggioranza delle releases di black metal sinfonico. “Ex Libris Oblivionis” ha quindi il dovere di aprire l’opera nella maniera più classica possibile, attraverso un minuto di inquietanti sinfonie e cori che ricordano ben presto i maestri Dimmu Borgir più recenti e sinfonici. Già con l’opener “Serpent De La Corde”, i Malevolentia ci sbattono in faccia un tremendo riff che ben delinea lo stile e le caratteristiche del loro sound. Un uso imponente (ma sapiente) del blast-beat, melodie di stampo horror, volte a definire un lugubre senso di inquietudine nell’ascoltatore, partiture sinfoniche, mai troppo invadenti, a servizio di riff assassini nel classico stile black metal. Questi saranno gli ingredienti di base che ritroveremo in questo Ex Oblivion, tra cui spicca la voce della singer Spleen, tagliente e sofferta come poche. Infatti, anche con la seguente “Martyrs”, dopo una breve introduzione corale, veniamo letteralmente travolti da una furia di metallo nero, con tempi velocissimi ed un alto tasso di garantita angoscia musicale. Bellissimi gli interventi corali in varie parti del brano, a sottolineare l’atmosfera cupa già creata dagli altri strumenti. Non concedono un solo secondo di respiro, fino al break di pianoforte che ci conduce alla conclusione dei 6 minuti di questo lungo e spietato brano. L’ombra dei Dimmu torna prepotentemente con la seguente “A L’Est D’Eden”, brano dotato di buonissime melodie, anche se, inevitabilmente, non troppo originali. Stesso discorso per il bellissimo stacco sinfonico centrale: atmosferico e perfetto nel contesto, ma già abusato e stra-abusato da miliardi di gruppi sulla Terra. Come impone lo stile, giunge anche per Ex Oblivion l’ora dell’intermezzo sinfonico: arrangiamenti orchestrali ben fatti, con perizia e classe, si sfogano in due minuti di epiche sinfonie cinematografiche, battagliere ed inquietanti, degne di film a tematica storica o fantasy (Il Signore degli Anelli, giusto per farne un esempio). Tutto questo prende il nome di “Dies Irae”. Un arpeggio distorto apre il capitolo seguente, intitolato “Dagon”. Le coordinate stilistiche sono le medesime dei brani precedenti, ma si intravede qui una maggiore personalità nel saper creare un senso di angoscia disarmante, attraverso voci sofferte e disperate e attraverso alcune plumbee melodie. Azzeccato lo stacco thrash, localizzato più o meno a metà brano, così come i mai invasivi arrangiamenti orchestrali. Una song riuscita e leggermente differente dal resto del lavoro. Dei possenti brass d’orchestra aprono “Nyarlathotep”, per poi sfociare negli ordinari riff classicamente black metal, costruiti su tempi fulminei, chitarre veloci e batteria al fulmicotone. In mezzo a tanta cattiveria, c’è sempre uno spazio per la melodia, come dimostrano i vari stacchi melodici lungo il brano. Canzone nella media stilistica dell’album. La title-track “Ex Oblivion” apre le danze con lugubri suoni di pianoforte, melodie oscure e maledette e voci demoniache, narranti di incubi e immaginari orrorifici e “lovecraftiani” (nel testo si fa riferimento a Chtulu), con un apparente rallentamento dei tempi d’esecuzione, salvo poi riprendere velocità e brutalità nel corso del brano. Abbiamo tra le mani una song riuscitissima ed originale, grazie anche ad alcuni inserti più thrash-oriented. Ancora aperture dinamiche ed ultraveloci con la penultima “La Nonnet Et L’Incube”, song da annoverare tra le più riuscite dell’album, assieme a “Martyrs” e la title-track. Non fraintendetemi, lo stile e le cadenze sono identiche a quelle dei brani precedenti, e, da questo punto di vista, abbiamo ormai capito che chiedere ai Malevolentia di scrivere qualcosa di innovativo è una richiesta, giustamente, troppo esosa. Tuttavia alcuni riff più ricercati e ragionati lasciano spazio ad una maggiore attenzione da parte dell’ascoltatore, per non parlare dello stupendo crescendo finale, in cui la nostra Spleen si diletta in alcuni lamenti di piacere/sofferenza, mentre le chitarre e la batteria si rincorrono in un vortice sonoro senza via di fuga. Brano oppressivo ed angosciante all’inverosimile. Arriviamo al finale con “La Geste Du Corbeau”, introdotto da un carillon e da soffusi cori. Il brano per quanto piacevole, scorre lungo partiture già sfruttate nelle tracce precedenti, nonostante la presenza di un assolo di chitarra ben fatto (ne avessero aggiunto qualcuno in più, sicuramente non avrebbe guastato all’economia dell’intero lavoro) e di alcune interessanti parti di basso sotto un imponente e claustrofobico blast-beat. Magniloquente e ben costruita anche la bella coda sinfonica, che sfuma nel vuoto della disperazione: un sentimento cantato con frenesia e sofferenza in questo bellissimo e promettente album dei Malevolentia.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Indubbiamente questi Malevolentia rappresentano una bella scoperta ed una nuova realtà da tenere d’occhio nel panorama black. Abbiamo già più volte sottolineato gli inevitabili, quanto scontati, paragoni con la band norvegese di Shagrat, ed indubbiamente l’intero platter ne risente molto, essendo dotato delle classiche caratteristiche sonore del black sinfonico, genere diventato grande e diffuso presso il grande pubblico metal proprio grazie alle opere dei Dimmu Borgir. Tuttavia i 5 francesi, nel marasma incontenibile di quelle che sono le miliardi di band-fotocopia dei Dimmu, riescono nell’intento di donare maggiore spessore e personalità alla propria proposta (o almeno nelle sensazioni). Partiamo dalla “dolce” presenza di Spleen, una singer dallo scream nitido ma non troppo acuto, spesso volto all’interpretazione disperata e decadente più che all’estensione. Una frontwoman davvero notevole ed impressionante per come riesca a donare quel qualcosa in più di personale a dei brani altrimenti più stantii. Le due asce Arbaal e Apathy sciorinano riff veloci e precisi, forse inevitabilmente poco personali, ma comunque necessari per la resa dell’isterismo black. La sezione ritmica si muove con velocità e perizia tecnica, con un martellante Thyr alla batteria, che imbastisce soprattutto fulminei blast-beats e “tu-pa tu-pa” d’ordinanza, senza variare troppo nell’inventiva, ma di sicuro convincente in termini di perfezione esecutiva. Il basso di Tzeensh è presente seppur poco dinamico, spiccando in rare occasioni all’interno dell’album. La produzione non eccelle in pomposità, ma risulta comunque nitida, enfatizzando maggiormente il suono delle chitarre. Infine, esemplari ed ottimamente arrangiate risultano le orchestrazioni, in grado di sottolineare cupe atmosfere che fanno sostegno a testi devoti, soprattutto, ad un immaginario horror e d’incubi notturni. A testimonianza di ciò, basta guardare l’immagine di copertina. Immagine che, a parer mio, poteva essere curata maggiormente, ma questo poco importa poiché dinnanzi abbiamo un lavoro spesso scontato o ripetitivo nelle strutture musicali, ma dannatamente riuscito nell’intento di essere oscuro ed angosciante fino al midollo. Consigliato.


Tracklist:

01. Ex Libris Oblivionis
02. Serment De La Corde
03. Martyrs
04. A L’Est D’Eden
05. Dies Irae
06. Dagon
07. Nyarlathotep
08. Ex Oblivion
09. La Nonnet et L’Incube
10. La Geste Du Corbeau


Voto: 8/10

martedì 18 ottobre 2011

HAMMERFALL - Infected


Quando il martello perde la mira…

Nome Album: Infected
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 20 Maggio 2011
Genere: Heavy Power Metal

Introduzione:

Signore e signori, diamo il benvenuto all’atteso ritorno di una delle band più importanti nel panorama heavy moderno, gli Hammerfall! A distanza di due anni da No Sacrifice No Victory, gli svedesi di Goteborg tornano con un album di classico heavy metal, ottimamente prodotto e ottimamente suonato. La copertina e l’annesso titolo avevano destato, prima dell’uscita del full-lenght, una certa curiosità circa il possibile cambio di rotta che la band avrebbe potuto assumere. Insomma, vedere, dal 1997 ad oggi, sempre il nostro caro templare-martellatore sulle loro copertine ed improvvisamente ritrovarsi una mano insanguinata stile Resident Evil o altri videogame survival horror, certamente qualche sospetto lo ha destato. Ad ascolto effettuato però, possiamo dire che, nonostante ovvie variazioni dal punto di vista lirico (meno fantasy e più sociale nelle tematiche), la pasta rimane la stessa: le stesse strutture e gli stessi arrangiamenti del passato vengono infatti ripresi ancora una volta, stroncando sul nascere la possibilità di avere tra le mani degli Hammerfall finalmente diversi e cambiati. E’ storia risaputa ormai, come gli Hammerfall siano sempre stati (troppo) coerenti con se stessi durante la loro carriera, portandoli spesso ad inequivocabili autocitazioni, attraverso riff di puro stampo heavy-power metal e strutture che definire classiche è un eufemismo. Insomma, quello che rappresentano i Manowar nel continente americano, lo fanno gli Hammerfall in Europa (proclami sul “true heavy metal” a parte). Tant’è che anche questo nuovo Infected, musicalmente, viaggia sulle stesse coordinate stilistiche delle uscite precedenti. Non staremo certo a soffermarci su questo, poiché, se la musica è ben fatta ed esaltante, per quanto ripetitiva possa essere, è pur sempre innegabilmente degna di nota (lo testimoniano alcuni loro vecchi album, tra cui l’esordio Glory To The Brave o Legacy of Kings). Se i due album precedenti, in fin dei conti, sono risultati essere due platter discreti e nella media compositiva del gruppo svedese, il problema qui è che molte delle 11 canzoni del nuovo album, purtroppo, non riescono a centrare l’obiettivo, risultando spesso dispersive e deconcentranti. Che le idee stiano seriamente iniziando a scarseggiare? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che, a prescindere da questo, ci sarà qualcuno che troverà questo Infected come un nuovo capolavoro tra i tanti della band. Obiettivamente parlando, mi permetto di discostarmi da questa fazione di persone, perché se è vero che qualche riff e qualche song sono degne del passato marcato Hammerfall, altre certamente sfigurano e non rientrano in quest’ultima categoria. Il cambio di tematiche, quindi, non è servito a dissuaderci. Pare proprio che il martello stia perdendo la mira, e ci auguriamo che in futuro possa essere in grado di riprendere il giusto equilibrio.


Track By Track:

Un’introduzione atipica ci catapulta subito in un’atmosfera da videogame horror, con tanto di segnali d’allarme in un ipotetico laboratorio scientifico da cui è appena scappata qualche creatura infettata dal puntuale morbo del morto vivente o via dicendo. Tempo qualche secondo e gli Hammerfall del 2011 ci sbattono in faccia il potente riff di “Patient Zero”, mid-tempo d’apertura di questo nuovo Infected. La partenza merita un plauso, i riff sono intriganti e da indubbio headbanging e la song in questione prosegue su binari sicuri, tra sprazzi più melodici e accelerazioni forse un po’ forzate. Un brano nella media degli ultimi lavori in studio degli svedesi. Le cose iniziano a concretizzarsi con la seguente “Bang Your Head”, eloquente fin dal titolo persuasivo. Un brano più semplice e più diretto, forse per questo più vicino alla classica produzione Hammerfall: tempi veloci, riff in pieno stile heavy metal. Song carina e scorrevole, ma incapace, senza dubbio, di aggiungere alcunché a quanto già sentito negli ultimi 20-30 anni e purtroppo lo scialbo intermezzo semi-acustico non aiuta nell’intento. Stuzzicante, anche se standard, l’assolo centrale di chitarra. Arriviamo al singolo apripista dell’album, correlato ad un video con tanto di zombie che inseguono gli Hammerfall stessi: “One More Time”. I riff di chitarra sono potenti,  abbastanza accattivanti e come tali anche il ritornello non sfigura, ma, purtroppo, l’impressione generale è quella di avere tra le mani un brano incapace di decollare, assemblato in maniera piuttosto scarna e sbrigativa negli arrangiamenti (tra l’altro, era totalmente evitabile l’inutile ed inadeguato intermezzo di pianoforte). Quindi, anche dopo ripetuti ascolti, lo stimolo è sempre quello di skippare una song inconcludente e poco riuscita, nel suo complesso. Molto meglio con la seguente “The Outlaw”, dotata di un ottimo riff e velocità sostenuta. Un’ottima power metal song graffiante e spietata, degna del miglior passato Hammerfall. Azzeccato l’evocativo bridge ed il ritornello rallentato, nonché l’ottimo assolo dell’axeman Pontus Norgren. La struttura semplice la rende scorrevole nonché immediatamente memorizzabile nelle sue melodie, fino al bellissimo finale più energico ed armonico. Un ottimo pezzo quindi, che fa da preludio all’immancabile ballad acustica: questa volta è il turno di “Send Me a Sign”. Chitarra acustica e voce assoluti protagonisti nella prima parte del brano, fino alla ripresa dell’ultimo ritornello, con batteria e chitarre distorte sul finale. La voce di Joacim Cans tesse melodie su melodie, accompagnata dal delicato tocco di un arpeggio acustico. L’evocativo refrain rende il brano abbastanza interessante, anche se alla fine dell’ascolto non percepiamo quella sensazione di compiutezza e carica emotiva che ci si aspetterebbe da una ballad. Se poi teniamo anche conto che non si tratta di un brano scritto dagli svedesi, ma di una cover dei Pokolgép (gruppo ungherese), la song diventa ulteriormente trascurabile nell’analisi globale del disco. Finalmente si torna a pestare sull’acceleratore con “Dia De Los Muerto”, brano dai connotati power, con tanto di doppia cassa martellante e ritmiche velocizzate, con melodie a tratti cupe e a tratti più ariose. Anche in questo caso la struttura risulta semplice e classica nella sua impostazione, ma ciò non toglie che il brano sia valido e piacevole. L’assolo di chitarra non è particolarmente innovativo e magari qualcosa in più poteva essere tirato fuori dalla mente di Norgren, che si limita a proporre tapping velocizzati e lente melodie armonizzate. L’unica virgola è il finale: piuttosto insipido, ci dà la sensazione di essere stato abbozzato in un lasso di tempo breve, senza prendersi troppo la briga di elaborarlo ed arrangiarlo in maniera più degna, lasciandoci l’amaro in bocca. Peccato, perché il pezzo in se è semplice ma buono. “I Refuse” è un altro classico pezzo alla Hammerfall, un mid-tempo carico d’adrenalina negli accattivanti riff del chitarrista-fondatore Oscar Dronjak. L’incedere è marziale e piuttosto classico, senza strafare in soluzioni troppo contorte o sperimentali (dagli svedesi, abbiamo capito che non ci si può aspettare più di questo), anche se va segnalato almeno l’intento di cambiare un minimo le carte in tavola e sperimentare qualche piccola soluzione nuova, grazie ad un ritornello strano, stantio, cupo e controverso. Potrà piacere o non piacere, ma almeno l’attenzione si desta per l’ascolto di qualche soluzione melodica diversa rispetto allo standard. Proseguiamo l’album con “666 – The Enemy Within”, dove, dopo un’atipica introduzione con tanto di suoni elettronici di tastiera, ancora una volta abbiamo riff di chitarra piuttosto insipidi e privi di inventiva, mal incastrati tra loro, rendenti quindi il brano scialbo e poco scorrevole. “Immortalized” ci presenta finalmente dei riff e delle ritmiche più interessanti, pur rimanendo fortemente ancorata all’heavy sound degli svedesi. Questo sano mid-tempo non farà certo gridare al miracolo, ma gode di una certa scorrevolezza nel suo incedere. Godibili anche l’intermezzo e il veloce assolo di chitarra centrale. Resta quindi un brano discreto, anche se gravato dalla pecca di un’ulteriore senso di incompiutezza nell’arrangiamento e nella costruzione. A risollevare il tiro ci pensa “Let’s Get It On”, che fin dall’introduzione ci fa palesemente capire che il suo intento sia quello di fare faville in sede live. La portata è tipicamente heavy vecchia scuola, con una veloce cavalcata a supportare la strofa, fino al refrain di stampo hard rock-heavy in pieno stile Hammerfall. Niente di nuovo, non una sola struttura leggermente innovativa, solo fottutissimo ed esaltante heavy metal che vi ritroverete a canticchiare sotto la doccia. La conclusiva e lunga “Redemption” chiude in maniera discreta e nulla di più questa nuova altalenante fatica di Dronjak e soci, presentandoci un brano dai toni epici, con organo in primo piano. La semplice strofa semi-acustica apre la strada ad un ritornello carico e pomposo, con un ottimo Joacim Cans sugli immancabili acuti. Interessante il lungo intermezzo solistico, che sfocia poi nei riff finali consegnandoci così gli Hammerfall del 2011: band che, a giudicare da questo Infected, forse ha bisogno di un lungo esame di coscienza per ritrovare la rotta ed il tiro giusto. Glory To The Brave insegna, ragazzi.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Ahi ahi, questa volta i templari dell’heavy hanno toppato alla grande. A parere di chi scrive, gli Hammerfall hanno dato alla luce il peggior album di tutta la loro discografia. A conti fatti, solo una canzone è veramente degna di nota in tutto e per tutto, ovvero “The Outlaw”, mentre, per il resto, siamo sommersi da una marea di riff (alcuni ottimi, alcuni discreti) che soffrono però del tremendo difetto di non essere modellati ed assemblati con gusto, perizia compositiva e personalità, e ciò rende l’album piuttosto trascurabile. A fine ascolto, manca infatti lo stimolo giusto per poter tornare ad ascoltare questi 11 brani. La negatività di questa uscita si scontra con un’ovvia produzione potentissima e pulita, e con un tasso tecnico comunque buono e di spessore. Joacim Cans, alla voce, si snoda sempre sulle stesse linee vocali del passato, talvolta soffrendo della mancanza di una dinamica “metal” necessaria per dare la giusta aggressività ai brani. Oscar e Pontus, alle due asce, eseguono a puntino il loro compito, il primo macinando riff su riff, sempre semplici ma potenti e graffianti, ed il secondo capace in varie occasioni di sorprendere con ottimi solos ispirati, tecnici e veloci. La sezione ritmica non si scomoda più di tanto ed il basso di Fredrik Larsson si attiene a seguire le ritmiche di chitarra, pompando a dovere le frequenze basse senza uscire dal proprio schema. Lo stesso dicasi per la batteria di Anders Johannson, anche se più di una volta si dimostra più coinvolto e dinamico rispetto ai vecchi lavori. Detto in altri termini, il packaging (produzione, tecnica, grafica ecc…) di questo nuovo Infected è perfetto, ma al suo interno non c’è nulla: manca la sostanza, manca l’anima che movimentava il coerente heavy metal di dischi come Legacy Of Kings o Crimson Thunder. Cari Hammerfall, quella mano insanguinata in copertina, per quanto bella, non basta per dissuaderci: attendiamo che il buon vecchio martellatore si riprenda a dovere, riportando in auge idee ripetute e riprese quanto volete, ma che almeno siano ben fatte. Diamo un sei di incoraggiamento, anche per la coerenza che la band si trascina dietro dagli esordi, ma se l’intento era quello di creare del metallo contagioso, stavolta non potevano scegliere un titolo più sbagliato di questo “Infected”. 


Tracklist:

01. Patient Zero
02. Bang Your Head
03. One More Time
04. The Outlaw
05. Send Me A Sign
06. Dia De Los Muertos
07. I Refuse
08. 666 – The Enemy Within
09. Immortalized
10. Let’s Get It On
11. Redemption


Voto: 6/10

mercoledì 12 ottobre 2011

Live Report: EDGUY, Alcatraz, Milano, 10-10-2011

Live Report – EDGUY
 (+ Kottak)
Alcatraz, Milano, 10-10-2011

Un grande evento ha toccato il suolo lucido dell’Alcatraz, in quel di Milano, il giorno 10 Ottobre. Questo giorno ha visto come indiscussa protagonista una delle band più amate del power metal tedesco e mondiale: “ladies and gentleman, welcome to the freak show”! Gli Edguy sono tornati, puntuali, dopo due anni dalla tappa al Rolling Stones del 21 Gennaio 2009 (tappa a cui il sottoscritto era presente) a supporto del riuscito e stuzzicante “Tinnitus Sanctus”. E’ un periodo roseo per la band di Fulda, forte del successo del neo-nato “Age Of The Joker”, album vario, ricco di sfumature ed incredibilmente fresco (link recensione: http://recensionimetalfil.blogspot.com/2011/09/edguy-age-of-joker.html). Il tour di supporto del suddetto album, quindi, tocca anche la storica location milanese per una data che i presenti difficilmente riusciranno a dimenticare. Ad accompagnare il carismatico leader Tobias Sammet e compagni ci pensano i Kottak, nientemeno che la band di James Kottak, l’attuale batterista degli immensi Scorpions, presentandosi con la sua band personale nelle differenti vesti di chitarrista e vocalist dall’energia prettamente rock’n’roll. La scelta di far aprire lo show dei tedeschi ai Kottak non può che suscitare perlomeno un po’ di curiosità: la musica proposta dal drummer, infatti, sta al metal quanto una banana sta aalla verdura, ed è un semplicissimo ma efficace (almeno dal vivo) punk tinteggiato di hard rock stradaiolo e graffiante. Fatta questa premessa, vediamo un po’ come si è svolto uno dei migliori concerti del 2011.  
Arriviamo davanti ai cancelli del locale intorno alle 17, il tempo meteorologico è semplicemente perfetto: non ci si ritrova a sudare (diamine, siamo anche a ottobre) e nemmeno a dover patire freddi gliaciali, non v’è traccia di vento e la temperatura, insomma, è giusta per non affaticare troppo corpo e mente. Tutto procede come da programma: la coda all’esterno si fa via via più numerosa, finchè alla 19 i cancelli aprono al pubblico. Possiamo così accedere al locale. Tempo una mezz’ora circa e sul palco si presentano i KOTTAK! I ritmi si fanno subito accesi ed il pubblico inizia a percepire l’atmosfera del concerto, incitando ed applaudendo il quartetto americano. Certo, ci vorrà qualche canzone per smuovere il numeroso pubblico dell’Alcatraz, che, inizialmente, sembra essere quasi assente, spaesato per una musica così fuori dagli standard metallici (immagino che più di un metallaro abbia storto il naso, dinnanzi al punk rock della formazione). Ma, in fondo, si tratta nient’altro che di sottigliezze, a dimostrazione che l’amicizia tra Scorpions ed Edguy va ben oltre una mera questione di etichette musicali. James dimostra di avere esperienza sul palcoscenico, lanciandosi in performance sciolte e decise, per quanto semplici dal punto di vista esecutivo. La formazione appare affiatata, in particolare un ottimo Francis Ruiz dietro alle pelli. I 45 minuti a disposizione per l’opening act, quindi, si dispiegano senza forzature e con grande feeling, tra momenti di divertimento (magliette di Katy Perry che nascondo in sequenza altre t-shirts di Edguy, Scorpions e Kottak), esecuzioni alla batteria da parte dello stesso James e palloncini che volano tra il pubblico. Tra gli episodi più riusciti abbiamo brani come “Rock ‘n’ Roll Forever” e “Scream With Me” (entrambi dall’album “Rock ‘n’ Roll Forever”), “So Disconnected” e la conclusiva “Time To Say Goodbye”, pescate dal nuovo lavoro in studio “Attack”. Insomma, i Kottak infarciscono i presenti con una buona dose di energico ed adrenalinico punk rock per scaldare la folla. Simpatici, bravi e coinvolgenti…almeno on stage.
Un quarto d’ora circa di cambio palco ed alle 21 salgono in scena i joker del power metal, gli attesi EDGUY! Introdotti da musiche da circo e dal consueto intro narrato di Tobias, la band parte alla grande con “Nobody’s Hero”, pezzo tirato e heavy presente nell’ultimo nuovo album. Il delirio è cominciato, diventando fin troppo incivile nelle prime due songs, a causa di alcuni ignoti “pogatori” che altro non fanno che disturbare la magia dello show (insomma, ammettiamolo: ormai il pogo, più che un divertimento, sta diventando un fastidio, soprattutto in luoghi così piccoli e densi di gente). Inciviltà a parte, i brani si susseguono con una carica incredibile: segue la power hit “The Arcane Guild” sempre da AOTJ ed è già ora di quel super-classico magistrale ed epico che porta il nome di “Tears Of A Mandrake”. Dalla prima all’ultima canzone, il pubblico in visibilio lascia il fiato ad ogni ritornello, trasformando l’Alcatraz in un coro imponente e divertito come non mai. Tra un classico e l’altro, Tobi si rende assoluto protagonista, trascinando la folla come un giullare carico d’energia, attraverso battute sul nostro presidente del consiglio, sul merchandise esposto fuori dal locale, sull’heavy metal, su Bon Jovi nonché sui grandi Iron Maiden, omaggiati spesso durante il corso della serata. Che dire, Tobias e compagni si sanno divertire e fanno divertire, ed in questo sta la vera forza ed emozione che solo un loro concerto sa sprigionare. Come si fanno a trattenere i sorrisi quando, nell’intermezzo dell’incredibile “Robin Hood”, al posto della narrazione presente su disco, Tobi si lancia nella narrazione di “Seventh Son of a Seventh Son” dei Maiden? Solo lui, animo mattatore, poteva fare una cosa del genere! Tra le performance migliori sono da ricordare “Ministry Of Saints” (con incontenibile risata di Tobi durante tutto il brano), la divertentissima “Rock Of Cashel” (avreste dovuto esserci per capire quanta allegria sa sprigionare), il solito gioco con il pubblico prima del dirompente hard rock di “Lavatory Love Machine”, la vecchia ma immortale “Vain Glory Opera”, con divertenti richiami a “The Final Countdown” degli Europe, e il primo encore, ovvero l’immancabile e richiestissima a gran voce “Babylon” che, come al solito, fa impazzire il pubblico milanese, a testimonianza di quanto accadde anni fa con la suddetta song, proprio a Milano. In questa canzone Tobi cita “Eagle Fly Free” degli Helloween, cantata sul refrain, e prima dell’acuto finale, gli Edguy, tra uno sketch e l’altro, deliziano il pubblico con alcuni minuti di cover di “Hallowed Be Thy Name” e “The Trooper” delle leggende dell’heavy. Decisamente uno dei momenti più intensi e divertenti dell’intera serata. I ragazzi sono decisamente in forma, e sorprende come Tobias, nonostante una recente laringite che ha costretto la band a saltare tre date tedesche del tour, sia ancora più sicuro e preciso rispetto al passato. Gli acuti sono perfetti e la sua prestazione generale è davvero dotata di maestria e gran classe: alla faccia della laringite! Bravo anche Jens Ludwig, dall’impeccabile e graffiante lavoro alla chitarra solista. Il resto della band si muove con precisione e professionalità sui propri strumenti (su tutti un Felix Bohne dietro alla pelli, protagonista di un bel drum solo, quest’anno basato sulla sigla dell’A-team…geniale!), senza disdegnare il divertimento ed il coinvolgimento, sempre presenti (nonché fondamentali) per gli Edguy. Anche i suoni sono risultati decisamente buoni, senza troppa esagerazione nei volumi e ben bilanciati per tutti gli strumenti.
In conclusione, i grandissimi Edguy hanno dato prova di essere ancora sulla cresta dell’onda, di essere in forma più che mai e decisi a spaccare il mondo, con la sola forza delle loro note e del loro naturale ed irresistibile senso del divertimento. Più che un concerto, un vero e proprio spettacolo, come giustamente dovrebbe essere uno show come questo. Grazie Edguy per aver dimostrato, ancora una volta, che la musica deve saper prima di tutto divertire ed entusiasmare, e per avermi regalato il più bel concerto a cui abbia mai partecipato…e sono convinto di non essere l’unico a pensarla in questo modo. Inciviltà a parte, una giornata davvero memorabile.   


Setlist :

01. Intro
02. Nobody’s Hero
03. The Arcane Guild
04. Tears Of A Mandrake
05. Pandora’s Box
06. Rock Of Cashel
07. Lavatory Love Machine
08. Behind the Gates to Midnight World
09. Superheroes
10. Robin Hood
11. Drum solo
12. Ministry Of Saints
13. Vain Glory Opera
14. Babylon
15. King Of Fools

domenica 25 settembre 2011

DREAM THEATER - A Dramatic Turn Of Events


Stravolti dai cambiamenti…in meglio.

Nome Album: A Dramatic Turn Of Events
Etichetta: Roadrunner Records
Data di uscita: 13 Settembre 2011
Genere: Progressive Metal

Introduzione:

Sembra incredibile come i Dream Theater siano divenuti, negli ultimi tempi, il caso mediatico più seguito in tutto il mondo metal. Diciamocelo, da un anno a questa parte non si è fatto altro che parlare di loro. Che sia per lo scioccante abbandono di Portnoy, per la soap-opera che ci hanno propinato negli ultimi mesi per il fatidico cambio di batterista, che sia per il nuovo materiale in arrivo, ognuno ha avuto di cui dire, ridire, criticare, osannare, denigrare e via dicendo. E quindi eccoci qui, con questo nuovo A Dramatic Turn Of Events tra le mani. Che ne sia valsa la pena sorbirci tutta la precedente diatriba giornalistica? Beh…basta dire che probabilmente i DT non costruivano un album così valido dal lontano Train Of Thought (2003). Non mi permetterei ad azzardare ipotesi troppo scomode, ma direi che il cambio di rotta intrapreso dalla band (mi riferisco al cambio dello storico drummer e fondatore\mattatore Mike Portnoy con il superbo Mike Mangini) ha giovato non poco alla musica del quintetto. Certo, è ancora presto per poterlo dire, poiché bisognerà aspettare il futuro per sapere con quale avidità Mr.Mangini porrà le proprie mani sulla composizione, ma, per una volta, ammetto, è bello non sentire l’ingombrante batteria di Portnoy che nell’ultima decade ha spesso preso piede sulle singole canzoni, prevaricando su armonie e melodie, rendendo tronfia e pesante la proposta degli americani. Quindi è bello sentire un album forse più melodico e meno impostato sui tecnicismi esasperati, completo, ricco di sfumature variegate, ricco di pathos musicale, di gran classe. Un album che comunque, per dovere di cronaca, suona al 100% DT. Non ci sono grosse novità stilistiche al suo interno, rispetto alla consueta proposta del gruppo, ma la volontà di reiterare un certo mood del passato, lo porta a pescare spesso e volentieri atmosfere da quei capolavori quali Images & Words (1992) e Scenes From A Memory (1999), gli album più belli e più melodici in assoluto della band, in cui i DT raggiunsero livelli di creatività difficilmente ripetibili. ADTOE è un album dove, quindi, predominano la melodia e l’atmosfera di chitarre e tastiere, dove la batteria finalmente è meno accentuata, sia nei volumi che nelle composizioni, e che rappresenta un importante spartiacque per la più grande prog metal band al mondo. Non me ne abbia a male Portnoy, che resta sempre un ottimo batterista ed un gigante dello strumento, ma probabilmente il suo zampino avrebbe portato, ancora una volta, ad un disco comunque buono, ma prolisso e ponderoso. Attenderemo l’esito di Mr.Mangini nel songwriting, ma intanto suggerisco a tutti di godersi questo fortunato ritorno, finchè, nel frattempo, continua indisturbata la saga/telenovela mediatica Portnoy VS Dream Theater…


Track By Track:

Già da vario tempo prima della pubblicazione dell’album era stata rilasciata su Youtube “On The Backs Of Angels”, singolone dai toni altisonanti ed ottimo brano di apertura di ADTOE, riproposto anche dal vivo nel mini-tour “A Night With Dream Theater” con Gamma Ray ed Anathema. Il brano in questione presenta una struttura molto simile a “Pull Me Under” (cavallo di battaglia datato ’92) ma, allo stesso tempo, gode di un’atmosfera lugubre ed oscura già a partire dall’introduzione acustica, che esplode poi in un riff in cui si affollano maestosi tappeti corali. Una classica strofa sincopata ed un ritornello lento ed ammaliante costituiscono i cardini di una canzone forse non subito immediata, ma riuscita e perfetta nel presentare i “nuovi” DT. L’ottimo assolo di Petrucci si snoda su un impianto melodico tutt’altro che asettico, aggiungendo valore al brano. Beat elettronici, introduzione vicina al nu metal, e già con “Build Me Up, Break Me Down” i toni cambiano, presentandoci una canzone che, in fin dei conti, risulta discreta se confrontata con il resto della tracklist. I ritmi si fanno quindi lenti e di stampo alternative, con un perfetto groove assicurato nelle strofe, e il ritornello sfocia in grandi melodie accompagnate da un lieve sussurro sinfonico. Bellissima l’inquietante parte intermedia con cori, organi ed un altro assolo di Petrucci dalla grande caratura. La lunga coda sinfonica finale ci introduce a quello che, indubbiamente, è il brano più controverso di tutto l’album, nonché quello più vicino alle produzioni più recenti, ovvero “Lost Not Forgotten”. Non fatevi ingannare dall’introduzione pianistica: non si tratta di una ballad, anzi. Nei dieci minuti della sua durata si sente di tutto, dall’introduzione che omaggia alla grande l’intramontabile “Under A Glass Moon”, a riff pesanti e sincopati nella strofa (fa capolino il sentore della recente “A Rite Of Passage”), con alcuni spezzoni di tecnicismi esasperati classici del sound moderno della band. Il discreto ritornello in doppia cassa, i numerosi stacchi tecnici e la sua particolare strutturazione, ne fanno un brano riuscito solo a metà, meno immediato dei restanti, senza nulla togliere alla parti melodiche, con annesso assolo di Petrucci, sempre ottime e di qualità. Segue un grande pezzo, la ballad “This Is The Life”, su musica interamente di Petrucci. Dinamico e coinvolgente, questo brano strappalacrime ha dalla sua parte momenti davvero toccanti, come solo i Dream Theater sanno fare con i loro lenti. Anche il testo sprigiona belle parole di speranza. Confrontandole con le grandi ballad del passato, “This Is The Life” non ha nulla da temere contro “Another Day” o “The Spirit Carries On”: risulta un eccellente pezzo carico di emozioni, alla faccia di chi addita i DT come band fredda e dedita al puro tecnicismo fine a se stesso. Balle, sentire per credere. Suoni oscuri, cori soffusi ed evocativi, un eco lontano di uno sciamano: è il momento di uno dei migliori brani dei DT del nuovo millennio, ovvero “Bridges In The Sky”, che si distende per 11 minuti attraverso ottimi momenti di progressive metal. L’aggressiva introduzione richiama la pesantezza sonora degli ultimi dischi (Train Of Thought su tutti), ma ben presto LaBrie ci conduce deciso in un refrain melodico in crescendo, e dopo un valido intermezzo con Petrucci e Ruddess assoluti protagonisti a suon di assoli, il brano raggiunge l’apice dell’espressività nei minuti finali, grazie anche ad un ispirato LaBrie, capace ancora di emozionare. Ancora un brano lungo (del resto, negli anni i DT ci hanno abituati a questo) con “Outcry”: impostato su melodie lente ed evocative, si snoda tra riff più aggressivi ed un refrain pregno di pathos. Spiace dirlo, ma stavolta il lungo intermezzo zeppo di tecnicismi, non rende assolutamente e pare che molti pezzi al suo interno non abbiano collegamento l’uno con l’altro. Ciò fa perdere il filo logico del brano stesso, in cui probabilmente, una maggior riduzione sul lato virtuosistico avrebbe giovato non poco all’economia del brano. Poco male, perché ci penserà una splendida tripletta a concludere questo buonissimo come back degli americani. “Far From Heaven” è una delicata ballad pianistica, lenta e struggente come poche. Pianoforte e violino assoluti protagonisti, in un crescendo memorabile ed emozionante. Come sempre, perfetto LaBrie nell’interpretazione, per un delizioso intermezzo destinato a chi apprezza la musica in tutte le sue forme. “Breaking All Illusions” si aggiudica la palma del miglior brano del disco e, come “Bridges In The Sky”, di una delle più belle composizioni dei DT dell’ultima decade. Contrariamente alle altre suite del disco, “Breaking All Illusions” si impone già dinamica e ricca di intrecci chitarristici e tastieristici davvero geniali e ricercati. Dopo questa introduzione, il ritmo si placa, trascinando il brano attraverso 12 minuti di puro prog metal “theateriano”. Delizioso il ritornello, il più bello dell’album, melodico e ricco di pathos atmosferico, emozionante ad ogni nota. Decisamente azzeccati anche i vari stacchi strumentali centrali, in particolare una bizzarra e divertente sezione di stop’n’go ed uno splendido assolo di Petrucci su un lieve tappeto progressive rock (con tanto di hammond in sottofondo). Inutile descrivere a parole un brano così ricco di dettagli e di sfumature stilistiche, lascio a voi l’emozionante ascolto. Come se non bastasse, i Dream si congedano con un ulteriore brano splendido, la terza ballad “Beneath The Surface”. Ancora una volta, la batteria non è presente, lasciando la scena a chitarre acustiche e soffuse orchestrazioni, che intelaiano una song dolce e cullante, grazie alle sue melodie pop (si…pop. Non vi fermerete ancora davanti a certi pregiudizi vero?!) e ad un LaBrie sussurrante ed ispirato. Provateci adesso a dire che i DT sono freddi e senza cuore. Una ballad estremamente piacevole ed emozionante quindi, con cui i DT ci salutano e ci invitano all’imminente tour di supporto all’album. Un grande ritorno di una band sempre validissima ed ancora in grado di stupire.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Credo che commentare le capacità dei singoli musicisti sia un’operazione piuttosto superflua, visto il costante bagaglio tecnico che la band si porta dietro da inizio carriera. C’è ben poco da aggiungere, se non che siamo in possesso di un album decisamente sopra la media degli ultimi standard. Certo, non tutti i pezzi sono totalmente appaganti o riusciti, ma, nel complesso, riuscire a costruire un’opera del genere non può che far meritare tutto il nostro rispetto. Un lodevole plauso va a Petrucci, a suo agio con assoli meno spietati e più melodici, sempre ottimi ed indirizzati verso indiscutibili abilità tecniche. Ruddess dietro al sintetizzatore è in grado finalmente di coprire il suo ruolo senza strafare con le sue spesso inutili trovate degli ultimi anni (il fastidioso continuum finalmente è stato drasticamente ridotto), regalando invece dei possenti tappeti sinfonico-corali pregevoli, nonché buonissimi solos e delle sempre ricche prestazioni al pianoforte. LaBrie pensa ai live shows e, giustamente, vuoi per l’età che avanza, vuoi per l’intervento alle corde vocali di parecchi anni fa, prosegue sullo stile vocale degli ultimi album, compresi i suoi lavori solisti: assenza di acuti, linee morbide ma con un pizzico di aggressività in più nel proprio timbro, tonalità spesso medio-basse. Ciò non toglie assolutamente vigore ai brani, rimanendo infatti un ottimo interprete (e comunque, sappiamo bene che dal vivo riesce a dare il meglio anche sui brani più datati). La sezione ritmica è lasciata un po’ in disparte nel mixing finale. Una scelta voluta e decisamente azzeccata, per dare più spazio a melodie ed atmosfere a scapito di virtuosismi esagerati e ritmiche troppo ingombranti. Nonostante ciò, dando la dovuta attenzione, si potrà notare l’ottimo lavoro al basso di John Myung e alla batteria della new entry Mike Mangini. Non esaltante ma come sempre enigmatica è l’immagine di copertina, in classico stile DT (stesso disegnatore), il cui significato richiama, assieme alle liriche dell’album, il disequilibrio dell’uomo sulla corda, il rischio di cadere ben presto nella follia del progresso, o meglio, del “degresso”. Trasponendo il tutto in una chiave di lettura leggermente diversa, su quella corda i Dream Theater ci sono ancora, capaci di tener fede al valore delle proprie idee e della propria musica (occhio, quest’ultima frase è un po’ “prog”).


Tracklist:

01. On The Backs Of Angels
02. Build Me Up, Break Me Down
03. Lost Not Forgotten
04. This Is The Life
05. Bridges In The Sky
06. Outcry
07. Far From Heaven
08. Breaking All Illusion
09. Beneath The Surface


Voto: 8/10

giovedì 15 settembre 2011

FREEDOM CALL - Live In Hellvetia

- - - Recensione Live DVD - - -


Titolo: Live In Hellvetia
Data di pubblicazione: 14 Giugno 2011
Etichetta: Spv – Steamhammer
Genere: Power Metal
Contenuti: Live show, documentario.

Recensione:

Freedom Call: una band amata, odiata, goliardica, portabandiera di quel tanto bistrattato movimento chiamato Happy Metal. Fondata alla fine degli anni ’90 dal batterista dei Gamma Ray, Daniel Zimmermann, e il polistrumentista Chris Bay, insultata o meno, questa formazione tedesca è riuscita, negli anni, a ritagliarsi uno spazio cospicuo ed importante nel movimento power europeo. La musica dei Freedom Call non è mai stata messa in risalto per chissà quali capacità tecniche sopra la media, ma ha sempre puntato su degli arrangiamenti curati e ben fatti, su delle linee melodiche piazzate al posto giusto e su ritornelli non distanti dall’essere epici inni di battaglia (in questo, ha aiutato molto l’uso di particolari suoni di brass section/trombe, danti un senso epico e belligerante alla proposta musicale del combo).
Dopo ormai 6 album in studio, i nostri ritornano sul mercato con un secondo live, questa volta anche in formato DVD. Il live appena menzionato fu il solo parzialmente riuscito “Live Invasion”, dove i tedeschi si erano limitati a riprodurre in modo precisino, ma piuttosto scarno ed asciutto, le vecchie canzoni, senza mostrare troppa grinta on stage. A fronte di anni di live shows e dell’esperienza maturata, questo nuovo prodotto si distanzia molto dal suo predecessore, regalandoci una buonissima prova del combo sotto ogni punto di vista: suoni, grinta, tecnica, precisione. Balza subito all’occhio la mancanza del drummer-fondatore Daniel, rimpiazzato in seguito alla sua dipartita per difficoltà nel seguire tutte e due le band (Gamma Ray e Freedom Call), ma ne converrete che anche col nuovo entrato Klaus la formazione gode di ottima stabilità ed intesa, dandoci l’impressione di essere di fronte ad un gruppo finalmente serio e professionale.
La location scelta per le riprese è un piccolo locale svizzero di Pratteln, il Z7, tappa eseguita il 29 Dicembre 2010, durante il tour di supporto all’ultimo discutibile album Legend Of The Shadowking (link recensione: http://recensionimetalfil.blogspot.com/2010/12/freedom-call-legend-of-shadowking.html). Pertanto, la band pesca inevitabilmente parecchie tracce dal suddetto platter e, perlomeno, ci rendiamo conto di come rendano decisamente meglio dal vivo rispetto alla prova su disco. Oltre a ciò, il resto è un viaggio attraverso tutte le uscite del combo (escluso l’EP Taragon), riprendendo i pezzi più riusciti della carriera della band.
Si accendono le luci; una scenografia minimale sullo sfondo (un classico telone con il logo della band); dopo qualche breve sinfonia introduttiva, la partenza alla grande è affidata ad un’epica e fiera “We Are One”, e già dalla prima traccia ci troviamo di fronte a dei suoni potenti e ben bilanciati nel mixing. Il pubblico (i “Callers”, così chiamati dallo stesso Bay durante lo show) non manca di far sentire il proprio affetto per i quattro tedeschi, anche se occorrerà qualche traccia di riscaldamento affinché il pubblico e la stessa band si sciolgano a dovere. La minimale batteria di Klaus Sperling (ex batterista di My Darkest Hate ed ex militanza anche nei Primal Fear) non fa rimpiangere il suo fondatore/predecessore Zimmermann (tecnicamente più completo nei ben più famosi Gamma Ray) e durante tutto lo show la sua prestazione si rivela, certamente, precisa e completa, ma sindacale, senza essere in grado di spiccare troppo (del resto, la musica stessa dei Freedom Call non si è mai basata su ritmiche particolarmente ricercate).
Il resto dello spettacolo è affidato a canzoni perfettamente eseguite e coinvolgenti. Su tutte spiccano la autoreferenziale “United Alliance”, con la prima partecipazione del pubblico, “Thunder God” che finalmente on stage gode di una meritata ed efficace resa, la mazzata melodic-speed “Out Of The Ruins” (una delle più riuscite), la doppietta “Merlin” e la divertentissima “Warriors”. Nella parte finale dello spettacolo assistiamo al maggior coinvolgimento da parte dei “Callers”, grazie a brani folkeggianti ed allegri come “Far Away”, l’helloweeniana “Mr. Evil”, la stupenda “Land Of Light” (il pubblico è in delirio!) o il primo bis con uno dei ritornelli più belli della band, “Freedom Call”. 
Nonostante il locale piuttosto limitato, in quanto a dimensioni (1500…2000 persone?), Bay e soci sono sicuri dei propri mezzi e danno vita ad un ottimo spettacolo di power metal suonato in maniera professionale ed impeccabile, senza rinunciare al divertimento, su cui i Freedom Call hanno costruito un’intera carriera. Buonissime le prove dei singoli musicisti: oltre al già citato Klaus (autore anche di un discreto drum solo), Chris Bay regge bene vocalmente le due ore di concerto, dilettandosi anche al pianoforte in più di un’occasione; Lars Rettkowitz alla chitarra svolge un lavoro abile e sicuro, e Samy Saemann si dimostra bassista abile e preparato. Ben studiati ed efficaci sono anche i controcanti. Il pubblico apprezza e dimostra il proprio encomiabile affetto verso i quattro musicisti, cantando tutti i ritornelli ed i vari intermezzi (ottima la scelta di esaltare il pubblico nel mix finale, rendendo più coinvolgente l’audio). Anche le inquadrature rendono giustizia ad ogni componente, risultando sufficientemente dinamiche. Nel DVD è presente anche un discreto documentario che illustra i vari momenti (alternandosi tra momenti di sanità e sana follia) della band durante il suddetto tour: carino ma non eccelso.
Insomma, il grande balzo professionale dimostrato in questi anni, rende Live in Hellvetia un ottimo lavoro da possedere per ogni “Callers” che si rispetti. Ovviamente, ne stia alla larga chi ha sempre disprezzato la band od un power particolarmente frizzante ed esageratamente “happy”: questo non sarà pane per i vostri denti. In attesa della nuova fatica, attualmente in fase di elaborazione, a voi i Freedom Call, allegri, divertenti, coinvolgenti e più liberi che mai.


Tracklist:

01. We Are One
02. United Alliance
03. Thunder God
04. Tears of Babylon
05. Blackenend Sun
06. Queen of My World
07. Out of the Ruins
08. Hunting High and Low
09. Drum Solo
10. Metal Invasion
11. Merlin – Requiem
12. Merlin – Legend of the Past
13. The Quest
14. Warriors
15. A Perfect Day
16. Far Away
17. Mr. Evil
18. Land of Light
19. Freedom Call
20. Hymn to the Brave


Voto: 8/10

martedì 13 settembre 2011

DEMONAZ - March Of The Norse


Quando un “Demone” vuol essere “Immortale”…

Nome Album: March Of The Norse
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 1 Aprile 2011
Genere: Viking Metal

Introduzione:

Stiamo per parlare di un personaggio noto, perlopiù, ai fans delle prime annate del black metal. Quello grezzo, satanico, privo di compromessi e, indispensabilmente, norvegese D.o.c. Tra questi gruppi dei primi anni ’90, ve n’era uno che sembrava esser più interessato al ghiaccio ed alla neve piuttosto che al satanismo consueto della suddetta scena. Erano (e sono) gli Immortal, band attiva ancora oggi, ma priva di un suo membro fondatore ormai dal 1997: l’ex-chitarrista Harald Naevdal, meglio conosciuto come Demonaz, che appunto in quell’anno fu costretto ad abbandonare la band madre e la chitarra stessa, a causa di una seria tendinite. Demonaz ha avuto modo, comunque, di esprimersi con gli stessi Immortal negli anni venturi, continuando a forgiare testi ed un prezioso supporto. Ma mancava qualcosa: per quest’uomo era necessario tornare ad esprimersi anche musicalmente ed in maniera più personale. Abbandonata la chitarra e conquistato il microfono, ecco che, dopo l’operato con la sua band (a nome Perfect Visions), il buon Demonaz dà alle stampe, in questo 2011, il suo primo lavoro solista, March Of The Norse. Musicalmente, quest’album è definibile come un incontro tra le atmosfere dei Bathory del primo periodo epico (da Blood, Fire, Death, per capirci) e la rudezza e potenza degli stessi Immortal. Tutto ciò si risolve in un coerente e fiero viking metal, dotato di epiche cavalcate dal tono certamente decadente ed oscuro, ma, al contempo, battagliero e sanguinolento. Nonostante certe idee siano di buona fattura, spesso si può notare come, in fin dei conti, l’originalità non regni particolarmente in casa Demonaz, rappresentando così una grave e costante pecca minante la comunque discreta musicalità dell’opera. Possiamo dare atto a Demonaz di aver voluto fortemente e giustamente ritornare sulle scene con una propria creatura, in seguito alla sfortuna che lo ha colpito con i compagni Immortal, e ciò porta a considerare quest’album come un lavoro semplice, diretto, nato con lo scopo di mettere in musica un’espressione libera, immediata e poco studiata. Questo è anche accettabile, ma sarà con i prossimi tasselli che il “cantautore” norvegese deciderà se la sua nuova creatura avrà davvero qualcosa di nuovo e sorprendente da dire. Il primo passo, nella neve del suo nuovo Blashyrkh, è stato mosso.


Track By Track:

Con l’introduzione “Northern Hymn” sembra di tornare indietro nel tempo, ai primi anni ’90, con un palese riferimento sonoro a Blood, Fire, Death del compianto Quorthon (Bathory). La chitarra acustica arpeggiata fa da sfondo ad un lugubre cantato malinconico, per non più di 50 secondi. Perfetta, dal punto di vista atmosferico, per introdurre il disco, quest’intro perde sul lato dell’originalità. Cercando il lato positivo, la possiamo intendere come un semplice omaggio al suddetto artista svedese (scomparso nel 2004) ma nulla di più. Partenza in quarta con “All Blackened Sky”, brano dall’incedere movimentato e marziale. Anche qui, il riferimento alle opere più epiche dei Bathory è chiaramente evidente, con tanto di cori “vichinghi” in sottofondo. Nonostante ciò, il brano scorre incisivo ed incalzante, anche grazie ad un riff thrash-oriented di ottima fattura nel refrain. Nemmeno la voce di Harald presenta particolari novità: sembra di sentire Abbath degli Immortal (ma guarda un po’ le coincidenze…), in versione leggermente più melodica, certamente, ma sempre con lo stesso stampo grezzo e soffocato, tipico del leader dei blackster “immortali”. La seguente title-track “March Of The Norse” è una song dal taglio più epico e battagliero, dotata di toni oscuri e melodie cadenzate, supportate da una ritmica incisiva, ma scontata. Una canzone, quindi, piuttosto discreta e nulla di più, che, nella sua brevità e nella sua scarna struttura, ci lascia un senso di incompiutezza. Non sembra nemmeno di cambiare traccia appena parte la seguente “A Son of The Sword”: stessa ritmica, stesso tempo, stesso accordo e stesso stampo melodico. Basta questo per capire che Demonaz non ha molta intenzione di variare la propria proposta, durante il corso dell’album. Si salvano il refrain, semplice e melanconico, ed il buon assolo centrale di chitarra, che riescono a dare un minimo di vigore ad un mood già piuttosto stanco e stantio. Ne risulta una song, tutto sommato, apprezzabile e ben digeribile. “Where Gods Once Rode” non sposta di una virgola i connotati ritmici del disco, ma, perlomeno, è in grado di donare un pizzico di brio in più, fin dalle prime melodie chitarristiche. Anche lo stesso Demonaz appare tentato da linee leggermente più melodiche, sempre controfacciate da una costante rudezza delle corde vocali. Un breve intermezzo acustico arpeggiato e con dei leggeri cori di sottofondo, spezza il ritmo, riprendendo le caratteristiche dell’intro dell’album. Il brano si dipana poi in assoli semplici e piuttosto anonimi fino alla chiusura. Niente da fare; alla fine, nemmeno questo pezzo riesce a risaltare. Neanche a dirlo, il ritmo e l’arrangiamento sono identici anche per la seguente “Under The Great Fires”, una lunga song di 6 minuti e mezzo che pare una continuazione delle song precedenti. Un po’ di speranza si intravede nella parte centrale, in cui spiccano anche dei solos particolarmente melodici ed armonizzati, in grado di riportare un minimo d’attenzione. Purtroppo, non bastano per controbilanciare l’esaustiva ripetizione dei pezzi. A questo punto la noia raggiunge un picco di saturazione. “Over The Mountains” di certo non aiuta, essendo anch’essa basata su strutture e ritmiche identiche ad altre già sentite nel corso dell’album. Qualche buona melodia, qualche buono spunto…ma tutto pare poco sviluppato e troppo stagnante. Un acustico breve e piuttosto insignificante intermezzo, “Ode To Battle”, apre la strada all’ennesima auto-citazione “Legends Of Fire And Ice”. Come avrete compreso, è inutile che vi parli della sezione ritmica, delle melodie, della struttura ecc…ormai avete capito l’andazzo generale. Anche qui troviamo qualche buona melodia ed un assolo finalmente degno di nota, il tutto coronato da un pezzo discreto e, a tratti, stuzzicante nel suo incedere, ma nulla di più di questo. La bonus track “Dying Sun” (nella varsione digipack) è uno strumentale scritto da Demonaz nel lontano 1998, riproposto oggi a conclusione di questo album. Almeno il ritmo cambia, trasformandosi dal consueto terzinato dei brani precedenti in un semplice mid-tempo. In questo ultimo tassello non compaiono chissà quali grandi idee, risultando anche piuttosto ripetitivo. Ci sono comunque qualche discreta melodia ed un pathos, a conti fatti, anche gradevole, ma il tutto volge verso un finale inconcludente, lasciandoci così l’amaro in bocca.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Il fatto di avere tra le mani un nome altisonante e, a suo modo, importante per un’intera scena musicale, non aiuta quindi a rendere degno di nota questo March Of The Norse. Insomma, conosciamo i connotati del classico viking metal senza compromessi, ma il nostro “demone” avrebbe sinceramente potuto sprecarsi un po’ di più, per trarne qualcosa di leggermente più appassionante e personale. Il coinvolgimento delle prime tracce lascia presto spazio alla noia, a causa di una sezione ritmica che pare scritta in 10 minuti senza un minimo di ritocco od arrangiamento. In questo, il batterismo di Armagedda ed il basso (praticamente inesistente) del leader degli Immortal Abbath non aiutano nell’impresa, proponendo uno scarso valore tecnico ed una precisione minima e sindacale. Lo stesso vale per le chitarre di Ice Dale, improntate su riff monotoni, identici a se stessi, anche se non mancano le occasioni di sentire qualche buon solo o qualche melodia azzeccata. Il vero problema, però, è il songwriting: Demonaz propone dei brani spesso stanchi, privi di spessore artistico e piuttosto statici nella loro costruzione. Non aiuta la voce dello stesso Demonaz, la quale, pur essendo adeguata al contesto sonoro da lui propostoci, risulta monocorde e, il più delle volte, decisamente inespressiva. Grezza e ruvida come una grattugia, soffre inoltre della spietata somiglianza con quella di Abbath, singer/chitarrista dei blackster Immortal. Il sound che fuoriesce dalla produzione è scarno, ma potente quanto basta, anche se dotato di un mixing approssimativo che fatica a mettere in risalto la sezione ritmica (probabilmente è una scelta voluta). In fin dei conti, un buon disegno di copertina ed un paio di canzoni riuscite non aiutano molto nell’ardua impresa di farci piacere quest’opera prima del singer norvegese. Demonaz ha peccato purtroppo di scarsa originalità e poca cura nell’estetica delle singole canzoni; do una sufficienza di incoraggiamento, con l’augurio che in futuro sia in grado di poter offrire qualcosa di più interessante e, soprattutto, vario. Ma per ora la cosa migliore da fare è tornare nel Blashyrkh…assieme agli Immortal. 


Tracklist:

01. Northern Hymn
02. All Blackened Sky
03. March Of The Norse
04. A Son Of The Sword
05. Where Gods Once Rode
06. Under The Great Fires
07. Over The Mountains
08. Ode To Battle
09. Legends Of Fire And Ice
10. Dying Sun (Bonus Track)


Voto: 6/10