giovedì 12 aprile 2012

UNISONIC - Unisonic


UNISONIC

Etichetta: EarMusic
Data di uscita: 4 Aprile 2012
Genere: Hard Rock/Heavy Metal

Introduzione:

Sono loro, sono finalmente tornati: uno dei come-back più attesi dell’anno, la coppia d’oro del metal anni ’80, due leggende e due simboli del power metal, due maestri che hanno fatto scuola a miliardi di musicisti della nostra generazione. Avete capito, Kai Hansen e Michael Kiske sono tornati a creare musica assieme. Dai tempi dei mitici “Keeper Of The Seven Keys” degli Helloween d’oro (albums che videro i due protagonisti rispettivamente alla chitarra e alla voce), di anni ne sono passati; tra cospicui successi dei Gamma Ray di Kai e la carriera solista di Michael, i due ragazzoni tedeschi hanno visto i loro percorsi musicali separarsi sempre di più, mantenendo comunque un forte legame personale e d’amicizia. Tutti sanno, ormai, quanto Kiske
(uno dei singer più amati ed imitati nella storia del power) abbia da tempo abbandonato il metal per dedicarsi ad una carriera più soft con i suoi dischi solisti, prima, e con gli ottimi Place Vendome dopo; nonostante la sua dichiarata avversione alla scena, negli ultimi anni ha preso parte ad alcune collaborazioni metal importanti: prima tra tutte gli Avantasia del mitico Tobias Sammet, poi i Revolution Renaissance di Timo Tolkki, gli stessi Gamma Ray, i nostri Trick Or Treat e via dicendo. Forse queste collaborazioni, forse la voglia di tornare a suonare insieme al suo caro amico Kai, o il recente ritorno on stage, devono aver convinto Kiske che era ormai giunto il momento di tornare a suonare dell’onesto metal, ed ecco arrivare gli Unisonic: una band a tutti gli effetti di Kiske, a cui partecipa attivamente anche l’amico Kai, nell’esclusiva veste di chitarrista. Fans di tutto il mondo, voi che aspettavate un ritorno dei veri Helloween, raffreddate i bollenti spiriti: qui non abbiamo un altro fantomatico “Keeper Of The Seven Keys”, né tantomeno un ritorno al classico power helloweeniano, figlio dell’heavy anni ’80. Abbiamo però, in fin dei conti, un hard rock ben suonato e in molti casi davvero notevole, tra alcune melodie zuccherose ed alcuni episodi più veloci e heavy che possono ricordare di striscio quanto creato dalle zucche di Amburgo negli anni d’oro, il tutto condito con un pizzico di AOR. Il disco scorre liscio, a tratti davvero esaltante, mantenendo alta l’attenzione e rappresentando indubbiamente un perfetto ritorno di scena per uno dei singer più amati (ma anche più contestati) dell’intero universo metallico, anche se non mancano lievi momenti sottotono. Intanto, siamo già contenti così e non potremmo chiedere di meglio, felici di poter rivedere finalmente comporre e suonare assieme Kai e Michael, il primo un chitarrista heavy di tutto rispetto, il secondo un singer che in questo “Unisonic” dimostra ancora una volta la potenza assoluta della sua voce squillante, calda e cristallina…a volte non sembra nemmeno che siano passati più di vent’anni.


Track by Track:

Partenza col botto assoluto: il riff iniziale dell’omonima “Unisonic” ripesca senza dubbio dall’operato di Kai nei suoi Gamma Ray (“Into The Storm” su tutte), consegnandoci l’iniziale tassello di quest’opera prima, il brano più heavy-oriented dell’intero platter. Il ritmo si accende e si fa incalzante, su tutto si innesta la stupenda voce di Kiske, che gioca su superbe metriche vocali e dona uno spessore intenso ad un brano che, altrimenti, potrebbe sembrare più scontato. Il refrain in doppia cassa è puro godimento, così come gli innesti voce-strumenti. Dopo un’opener pressoché perfetta, breve e ultra-diretta, arriva un secondo piccolo gioiello, ovvero “Souls Alive”, un altro brano dalle tinte heavy metal, ma più cadenzato, che rimanda indubbiamente al sound gammarayano. Un grandissimo Kiske modula la sua voce in modo incredibile sul bel ritornello, lasciando spazio anche ad ottimi assoli e godibili intrecci chitarristici. Anche i lievi interventi di tastiera garantiscono un minimo d’atmosfera in più, prima del bel finale. Non sarà un totale ritorno al power anni ’80, ma se le premesse sono queste, c’è solo da essere gioiosi per questa nuova creatura. Sempre restando nell’ambito dei primi Gamma Ray, spunta dalla tracklist un nuovo lascito a firma di Kai, ovvero la zuccherosa e divertente “Never Too Late”: un raffinato hard rock sbarazzino ed intrigante nelle sue ritmiche e nelle sue melodie. Ancora una volta, Kiske manovra su registri alti e potenti, con passione e senza difficoltà. La song ricorda da vicino pezzi immortali come “Free Time”, “Heaven Can Wait” (entrambi dall’esordio dei Gamma Ray, “Heading For Tomorrow”) o “Time To Break Free” (dal mitico masterpiece “Land Of The Free”), canzone a cui partecipò lo stesso Kiske come guest-vocalist. Nulla di innovativo quindi, ma è comunque un gran piacere poter godere di un pezzo suonato con gusto e con la grinta giusta. Dopo questo trittico iniziale, devoto al sound della band di Kai, l’album cambia rotta con l’AOR frizzante di “I’ve Tried”, song che si rifà maggiormente al rock melodico dei Place Vendome. La strofa leggera e delicata apre la strada all’ennesima stupenda prova di Kiske nell’energico refrain ed a raffinati arrangiamenti chitarristici. Su tutto, primeggia un delizioso gusto melodico. Poco metal e molto rock anni ’80: ecco come riassumere questo piacevole brano, prima dell’epica melodiosità di un pezzo come “Star Rider”, dove, ancora una volta, è l’hard rock ottantiano a farla da padrone, con un ritornello pomposo ed iper-melodico, sottolineato da leggere tastiere. Il brano non aggiunge nulla di innovativo al panorama rock e, spesso, si ha la sensazione di aver già sentito questa o quella melodia. Nonostante ciò, questo buon pezzo, si lascia ascoltare piacevolmente, senza voler strafare. Un po’ più interessante e spumeggiante è invece il pomp rock di “Never Change Me”, un brano dai toni ancora allegri e zuccherosi simil-primi Helloween/Gamma Ray, con un bel ritornello, semplice ma efficace e tutto da cantare. Con una coppia come Hansen e l’ex Gotthard Mendy Meyer, nulla viene lasciato al caso ed anche i più semplici arrangiamenti chitarristici arricchiscono la song di gusto melodico. Nel bellissimo riff iniziale di “Renegade” si riaffaccia un massiccio heavy, anche se il resto della canzone presenta una dimensione maggiormente melodica. Tutto ciò risulta in un mid-tempo dotato di ottimo gusto ed arrangiamenti perfetti, compresi i cori del ritornello, i vari solos e le varie melodie chitarristiche. “My Sanctuary” segue a ruota: indubbiamente il miglior pezzo di tutto “Unisonic”. Torna l’hard rock sanguigno, come si intuisce fin dalle prime note, mentre bridge ed il superbo refrain costituiscono una doppietta in un crescendo di esaltazione sonora. La grande prestazione di Kiske torna a fare miracoli nel ritornello, dove il singer raggiunge elevati picchi di estensione, su riff rock semplici, ma compatti e graffianti. Gli Unisonic ci regalano un ultimo refrain su batteria incalzante, consegnandoci un brano non innovativo ma senza dubbio convincente fin dal primo ascolto, fresco e coinvolgente. “King For A Day” riporta in auge l’AOR dei Place Vendome, rivestito però di un abito più incisivo ed accattivante. Nel ritornello e in molti punti della canzone, Kiske si adagia stranamente su dei registri più baritonali. Il brano acquista un maggior vigore nell’accelerazione centrale, trasformandosi in un heavy metal sfacciato e diretto. Nell’ultimo refrain Kiske torna a far sentire il suo timbro e, tutto sommato, nonostante l’ispirazione non sia allo stesso livello dei brani precedenti, “King For A Day” si rivela un episodio gradevole e scorrevole. Decisamente più in rilievo l’heavy mordente di “We Rise”, una song plumbea ed oscura nella strofa, ma positiva e potente nel bridge e nel melodioso ritornello, il tutto su ritmiche più accese e dinamiche. Spiccano come sempre le intense melodie, la prova di Kiske ed il bellissimo scambio solistico tra Hansen e Meyer nella parte centrale della song, prima dell’ultimo refrain, a conclusione di un altro brano brillante e riuscito. Non poteva mancare la ballatona finale, ed ecco che in chiusura di “Unisonic” arriva “No One Ever Sees Me” a scaldare i cuori degli ascoltatori. Si intuisce a pelle che il brano richiama tantissimo le atmosfere dei dischi solisti di Kiske, con chitarre acustiche in primo piano e delicati arrangiamenti strumentali tra strings e pianoforte. Una romantica ballad, decisamente dedita ad un pop-rock tanto leggero quanto piacevole; ci sembra quasi strano immaginare Kai alle prese con delle partiture così leggiadre, ma il brano è davvero notevole: infatti, nonostante la sua semplicità esecutiva, “No One Ever Sees Me” acquista un immenso valore, soprattutto per l’intensa ed emozionante prova canora di Kiske e per il bellissimo assolo centrale, chiudendo in bellezza questo primo eccellente lascito del come-back di Kai e Michael. Pochissimo metal, è vero…ma tanta buona musica di qualità, ed è questo che conta.


Considerazioni Conclusive:

I nostalgici potranno godere di questo piccolo grande album, genuino e roccioso quanto basta per farci apprezzare nuovamente la voce di mr. Kiske. Ad accompagnare Kai e Michael in questa nuova avventura, i due assi dell’old-power si sono attorniati di musicisti di tutto rispetto come Mandy Meyer (ex-Gotthard ed ex-Krokus) alla chitarra, Dennis Ward (Pink Cream 69 e Place Vendome) al basso e Kosta Zafiriou (Place Vendome e da poco ex-Pink Cream 69) alla batteria, tutti musicisti che, in un modo o nell’altro, hanno saputo farsi notare positivamente in questo esordio, pur restando circoscritti ad un modo di suonare semplice e d’impatto. Insomma, abbiamo una vera e propria super-band, ma Hansen e Kiske è inutile negare che siano le due attrazioni principali del gruppo, tanto che in più di un’occasione gli Unisonic vengono presentati come “il ritorno di Kai e Michael”, dimenticando per un momento che la band è a tutti gli effetti di Kiske. Ad ogni modo, è automatico considerare assieme i due musicisti e le loro prestazioni avvalorano indubbiamente il lavoro, in particolar modo la spettacolare voce di quel piccolo grande uomo che a soli 18 anni di età cantava in modo esemplare una certa “Eagle Fly Free”, influenzando generazioni di cantanti power. E’ vero che i vecchi Helloween non sono tornati, è vero che la musica di questo platter non è nulla di nuovo ed è inevitabilmente influenzata dai progetti rock ed AOR in cui Kiske ha messo piede negli ultimi anni, ma è anche vero che gli Unisonic arrivano al cuore con una musica semplice, accattivante e passionale; un hard rock che, dopo i comunque meritevolissimi Place Vendome,  finalmente riporta Kiske al posto giusto e, considerato che alcuni loro vecchi pezzi come la mitica “I Want Out” verranno certamente riproposti dal vivo, non potremmo essere più contenti di così. Una piccola nota la dedichiamo alla produzione, pomposa e super cristallina (com’era lecito aspettarsi) ed all’immagine di copertina: non brillerà per chissà quali doti grafiche, ma l’idea del pianeta-altoparlante è abbastanza originale ed i suoi colori accesi e sprintosi donano fascino al tutto (sicuramente meglio della copertina dell’EP d’esordio “Ignition”). Consigliato a tutti i fans dei due musicisti: sono convinto che “Unisonic” girerà parecchio nel vostro stereo. Bentornato Michael!


Tracklist:

01. Unisonic
02. Souls Alive
03. Never Too Late
04. I’ve Tried
05. Star Rider
06. Never Change Me
07. Renegade
08. My Sanctuary
09. King For A Day
10. We Rise
11. No One Ever Sees Me


Voto: 8/10

martedì 10 aprile 2012

UKUKU - Esplosione di Organi Interni


--- Autoproduzioni ---

ESPLOSIONE DI ORGANI INTERNI

Anno: Marzo 2012
Genere: Primitive Thrash Metal
Line-Up:
Supay – Vocals;
Mabon – Rhythm, Lead and Bass Guitars;
Mizar – Bass Guitar;
Christian – Bass Guitar.
                

Recensione:

Dopo quasi quattro anni di assenza, si riaffacciano sulla fiorente scena underground veronese gli  Ukuku, band capitanata dal factotum Francesco Bommartini (Cold Fire, Carnera FM, Deatherrent, Skorbutiks). E’ doveroso spendere qualche riga per introdurre la band in questione, per chi non la conoscesse: gli Ukuku si formano nel lontano 2003, dall’unione di Mabon (Francesco, alle chitarre), Supay alla voce, Linda al basso e Paolilla dietro le pelli. Il combo, fin da subito, mostra l’intenzione di suonare un metal potente ed aggressivo, orientato verso il thrash metal, come dimostrano qualche iniziale cover dei Pantera o dei Kreator; tra cambi di line-up susseguitisi nei vari anni a molte date dal vivo, ad un certo punto le cose non reggono e gli Ukuku si sciolgono ufficialmente, nell’aprile del 2008. Circa a metà del 2011, il leader e compositore Mabon riprende le redini del gruppo, chiama a sé alcuni vecchi membri e riforma gli Ukuku, i quali sono ora pronti per presentare alla scena il loro primo full-lenght autoprodotto, saggiamente intitolato “Esplosione di Organi Interni”. Le 16 canzoni che compongono l’album sono brevi, dirette e malate, ricche di ospiti provenienti soprattutto dalla scena veronese, figlie di un modo di suonare metal talmente sporco ed aggressivo da essere stato spesso battezzato dalla band stessa come “primitive metal”: l’appellativo calza a pennello, poiché proprio dall’ascolto si percepisce come il valore concreto a cui mirano gli Ukuku è proprio quello della rabbia selvaggia, del non-controllo, del non avere alcuno schema che si interponga tra loro e la loro musica. Chiaramente, si tratta di una mia interpretazione personale e potrei anche sbagliarmi, ma è molto verosimile che gli arrangiamenti così semplici, i brani brevi ma d’impatto, il suono cupo e scarno e la marea di ottimi riff chitarristici all’interno del platter facciano fede ad un’idea che non si allontana poi molto dalla sensazione che ho percepito con l’ascolto di questo album. Addentrandoci nelle singole songs, il riferimento più lampante è quello di un sincero thrash metal di derivazione ottantiana, con i riff secchi e potenti della chitarra di Mabon e con qualche spruzzata di death-grind qua e là. Gli impulsi sonori di “Dimentica il Mio Nome”, con il suo intermezzo pseudo-psichedelico ed il suo testo ficcante e combattivo, il sanguigno e marziale thrash-death di “Deviating Hate”, l’hardcore marcio e primitivo di “Malaria” o la veloce e feroce “For Those They Die”, esempio di raw thrash anni ’80, sono solo alcuni dei tasselli più rappresentativi che costituiscono “Esplosione di Organi Interni”, un album crudo e lanciato, se vogliamo, volutamente “poco pensato” nella sua struttura, dedita esclusivamente ad un head-banging dal sapore anarchico ed anti-sociale. Quindi, riassumendo tutto ciò, i brani sono sufficientemente accattivanti, qualcuno più, qualcuno meno (a tal proposito, il brano che ho trovato più fuori contesto è la plumbea “The World We Created”) e danno vita ad un lavoro abbastanza omogeneo e sincero. Tuttavia, c’è da sottolineare che la band ha alcuni punti di debolezza, sui quali avrà comunque modo di lavorare nelle prossime uscite in futuro; in modo particolare, il suono generale in certe occasioni è troppo cupo e poco graffiante, penalizzato e poco valorizzato, così come il suono della batteria (con molta probabilità, una drum-machine), la quale, pur suonando diretta ed essenziale senza fronzoli, non spicca nel mixing e spesso non riesce a dare la giusta “botta” ai brani. Personalmente, non ho trovato brillante la prova vocale di Supay, il cui growl tende in più di un’occasione ad ammorbidire certe partiture piuttosto che ad incattivirle. Al di là di ciò, i vari riff chitarristici di Mabon, di vecchia scuola, sono ottimi e donano il giusto sapore ai brani. Lo stesso Mabon, in molti brani si occupa anche delle linee di basso, mentre le restanti sono suonate dai vecchi componenti degli Ukuku, Mizar e Christian. Ad aiutare Mabon nel suo progetto, intervengono poi vari ospiti tra cui il Mik e il Cikus (conosciuti nell’ambiente metal veronese per la loro ormai conclusa militanza nei Vehement ed ora nei nuovi Skorbutiks), Keg degli Skorbutiks, Willi dei noti bresciani Cadaveric Crematorium, Peter degli altrettanto noti Aneurysm e Fabio, chitarrista degli emergenti math-corers Acheode. Detto questo, auguriamo agli Ukuku un roseo ritorno nella scena underground veronese; con una maggiore cura nei dettagli e, soprattutto, un drastico studio sul sound, non si sa mai che riescano anche loro a varcare i cancelli dei piccoli confini veronesi, come successo a molti loro meritevoli concittadini come Riul Doamnei, Acheode, Vehement, Mothercare e via dicendo. 


Tracklist:

01. Intro
02. Grey Old Bar
03. Dimentica il mio Nome
04. Bloody Gold
05. Hit the Kobold
06. Berserk
07. Deviating Hate
08. Malaria
09. The World We Created
10. Secrets
11. For Those They Die
12. Parabellum
13. Neri Presagi
14. Remembering The Past
15. Black Snow
16. Clowns


Voto: 7/10

domenica 8 aprile 2012

EPICA - Requiem For The Indifferent


REQUIEM FOR THE INDIFFERENT

Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 9 Marzo 2012
Genere: Symphonic Metal

Introduzione:

Oggi l’umanità vive un momento di forte crisi dei valori fondamentali per la vita e la convivenza, una sorta di apocalisse che, in modo strisciante, silenzioso, ma altrettanto feroce si propaga per i quattro angoli della Terra. In tutto questo, una forte colpa ricade sull’incedere implacabile della moderna tecnologia, responsabile di una “progressione regressiva” che porta, inevitabilmente, alla privazione dell’identità dell’uomo ed ad un silenzioso e cupo allontanamento dalla natura: è un po’ in questo contesto lirico che nasce “Requiem For The Indifferent”, quinto capitolo in studio degli olandesi Epica, famosissima band che negli anni ha visto crescere in maniera esponenziale il proprio pubblico, sempre più affascinato dalle tendenze estreme del loro sound e (ovviamente) dalla suadente bellezza della singer rosso crinita Simone Simons. Il percorso intrapreso dal nuovo album prosegue quanto già è stato fatto dalla band nelle ultime due releases “The Divine Conspiracy” (2007) e l’ultimo “Design Your Universe” (2009), due lavori obiettivamente qualitativi che toccavano un metal sinfonico, maestoso ed epico, arricchito da un tappeto di death metal sempre più tecnico e dalle strutture complesse, allontanandosi sempre più dalle prime rimembranze gothic. RFTI non è da meno e presenta, in linea di massima, lo stesso orientamento stilistico. Nonostante ciò, il mio parere personale è che questa volta le cose siano state fatte in maniera meno egregia del solito: soprattutto a livello di songwriting, infatti, il nuovo album spesso non riesce a colpire nel segno, a causa di strutture sempre più complesse ed articolate ma allo stesso tempo anche più forzate e meno istintive, facendo smarrire l’impatto necessario. Anche dopo numerosi ascolti (senza contare che 74 minuti sono davvero tanti) si riesce a scovare poco di davvero notevole e stupefacente all’interno dell’album in questione. I fan degli Epica non avranno problemi a farsi piacere questo RFTI, perché gli elementi tipici del loro (recente) sound ci sono tutti: maestosità, growls, la voce angelica della Simons, le parti orchestrali, le ritmiche death, e c’è anche da dire che gli arrangiamenti sono curati con una maestria notevole, maturata in anni di esperienza su palchi e studio. Ma ciò non basta, perché è soprattutto la composizione a peccare; non è un album da dimenticare, anzi, è frutto di un lungo lavoro creativo, ma molte partiture, sforzandosi di essere esplosive e geniali nella loro complessità, spesso risultano invece prive di miccia e non detonano come ci si aspetterebbe.   


Track by Track:

Come da copione, una classica introduzione apre un lavoro degli Epica, ed ecco arrivare l’incalzante “Karma”, un delicato affresco sinfonico-cinematografico, molto godibile tra cori e strings, nonostante la sua brevità. L’opener vera e propria è “Monopoly On Truth”, uno dei migliori brani di quest’album. Sette minuti di riff convincenti tra sprazzi più death-oriented supportati dall’abbondante presenza del growl di Mark e sprazzi più melodici con Simone protagonista. Purtroppo, già da ora, la prestazione della rossa singer non convince appieno, rendendo piuttosto piatte alcune delle parti a lei affidate. Molto suggestiva la parte finale, con assolo di Isaac e ritornello corale in bella vista. “Storm The Sorrow” gode di un incipit oscuro e possente, ma è un pezzo discreto, con strutture stranamente più lineari e in cui la voce di Simone ancora non convince pienamente, in particolar modo nel flebile bridge. Il ritornello è abbastanza gradevole, ma alla lunga il brano tende a stagnare. Nonostante ciò, è decisivo l’intermezzo death nel risollevare le sorti del pezzo. Arriva già il turno di una spettacolare ballad a nome “Delirium”, un altro brano da annoverare tra i migliori del lotto. Una delicatissima introduzione corale-polifonica apre la strada ad un magico pianoforte che va a sostenere con una carezza la voce di Simone, finalmente a suo agio sui pezzi più interpretativi e più melodici. Delicate orchestrazioni, chitarre acustiche, gocce di sussurrata coralità ed un refrain carico di pathos costituiscono gli ingredienti di base di un lento strepitoso e davvero bello, tra i migliori partoriti dagli Epica. “Internal Warfare” torna a pestare duramente tra partiture intricate e ritmiche forsennate, ottimi intrecci chitarristici, un breve break incazzato al punto giusto e indemoniati virtuosismi solistici di chitarra-tastiera. Al di là di queste buone qualità, il brano non convince appieno, a causa di un refrain svuotato della giusta carica. La title-track seguente è introdotta da alcune sonorità orientaleggianti e va subito a mescolare riff e partiture caotiche e di complessa intuizione, tanto che è difficile mantenere l’attenzione adeguatamente. Non mi ha proprio convinto la prestazione di Simone in questa canzone. I punti più emozionanti toccati da “Requiem For The Indifferent” sono l’intermezzo acustico ed il bellissimo refrain, epico ed evocativo, ma, sinceramente, poco o nulla si salva del resto: un calderone di riff ed idee al limite del prog-metal che sembrano messe assieme un po’ alla rinfusa, facendo spesso perdere il filo logico degli otto minuti di brano. Peccato. Dopo un po’ di sgomento, passiamo al successivo semplice intermezzo “Anima”, nulla di più che un lieve e malinconico pianoforte sfiorato da tenui soffi di archi. Carino certamente, ma è difficile percepirne un significato. “Guilty Demeanor” è un brano molto breve, rispetto alla lunghezza dei pezzi presenti nell’album. Nonostante alcuni ottimi riff e la buona componente d’oscurità di cui sembra godere nel marziale incipit, il pezzo si perde in un infinito refrain abbastanza spento e non viene data la giusta carica al brano (il timbro di Simone, ancora una volta, non rende giustizia). La calda introduzione di chitarra classica in “Deep Water Horizon” fa ben sperare in un’altra bella ballad ricca di melodia, ed in effetti le aspettative sono ripagate da un bel lento, dotato di un appagante refrain e di un’ottima prestazione della cantante. A metà brano, tutto si trasforma ed il sound si impregna di epicità e sontuosi arrangiamenti tra cori ed orchestra, anche se questa trasformazione in alcuni momenti non sembra dotata di molta logica, per via di alcuni intrecci poco riusciti tra i vari riff. Resta, ad ogni modo, un brano da menzionare, se non altro per la forte componente melodica. “Stay The Course” è un brano più adatto alle corde cavernose di Mark, dotato di riff più death-oriented in mezzo a melodie sinfonico-orientaleggianti. Il ritornello si adagia su coordinate morbide e poco incisive cantate da Simone, facendo perdere impatto ad un brano che prometterebbe una ben altra botta (il feroce intermezzo symphonic-death parla da solo a tal proposito), pertanto il brano scorre liscissimo ma con poca presa sull’ascoltatore. Veniamo, a questo punto, sorpresi dalla bontà di un ottimo brano come “Deter The Tyrant”, sorretto dalle sue intricate melodie pseudo-folk di chitarra. Il brano azzecca, nel suo incedere, una serie di ottimi riff, questa volta perfettamente integrati nel creare un logico tappeto musicale. Molto bello il ritornello, con una Simone Simons finalmente convincente e ficcante come ai tempi d’oro. Assume anche un alto valore il delicato intermezzo acustico prima delle successive e tormentate sfuriate metalliche, tra growls e lodevoli solos. Finalmente un brano da cui rimanere piacevolmente colpiti ed all’altezza del nome Epica. Con la seguente “Avalanche” ci si addentra in atmosfere gothic dolci ed evocative, con carillon, clean guitars e leggiadre strings. Siamo dinnanzi ad una semi-ballad che alterna momenti più riflessivi alle classiche incursioni sympho-death del growl di Mark. L’incastro tra le varie parti risulta, anche in questo caso, scorrevole, rilasciandoci un’altra complessa composizione degna di nota. Purtroppo, la conclusione dell’album non è dei migliori auspici, dopo due buoni brani: infatti “Serenade Of Self-Destruction” è una lunga suite di 10 minuti che alterna dei momenti estremamente brillanti (sentite tutta la spettacolare parte introduttiva) a delle partiture ripetitive e forzate nel contesto. Inoltre, la song in questione è stata soggetta ad un presunto errore di mixaggio, che ha portato ad escludere molte parti vocali dalla versione definitiva, rendendola di fatto un lungo strumentale. Si potranno indubbiamente apprezzare meglio i sopraffini arrangiamenti strumentali e tutta l’energia impiegata in tal senso dalla band, anche se l’assenza di voci la rende una song di difficile digeribilità in più momenti, vista anche la sua considerevole lunghezza.
   

Considerazioni Conclusive:

Tirando le somme, “Requiem For The Indifferent” è un lavoro poliedrico e dalla diverse sfaccettature, alle quali però non viene resa giustizia a causa di un songwriting troppo ricercato ed incapace di stupire in molte occasioni. Certamente non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio, poiché dietro alle quinte risiede una cura del dettaglio lodevole, che porta a scoprire arrangiamenti sinfonici eleganti e prestazioni strumentali maiuscole ed indiscutibili. Le stesse asce del leader Mark Jansen e dell’ultimo arrivato Isaac Delahaye intessono ritmiche e costruzioni chitarristiche mai banali e tutt’altro che scontate. Mark si occupa, come sempre, delle chitarre ritmiche e del cavernoso canto growl, in continuo miglioramento (l’esperienza con i suoi sympho-deathsters Mayan deve aver dato i suoi frutti), mentre Isaac, già da “Design Your Universe”, aggiunge al sound degli Epica strepitosi assoli che mostrano una tecnica ed una preparazione notevole sullo strumento. Menzione va anche alla coppia ritmica Arien V. Weesenbeek, un batterista essenziale per la band, preparatissimo e ricco di gusto nei vari passaggi sul proprio strumento, ed il bassista Yves Huts, alla sua ultima prova con la band (ha recentemente abbandonato il gruppo, dopo la registrazione dell’album). Le orchestrazioni campionate sono manovrate dalla sapiente mano di Coen Janssen, tastierista abile e dotato di una buona perizia compositiva, senza dover strafare con troppi assoli fulminei; ed infine, non potevamo non parlare dell’ammaliante Simone Simons, il simbolo degli Epica: peccato che in quest’album la sua prestazione, seppur buona, a mio parere non sia all’altezza dei due dischi precedenti. Sarà che le strutture così complesse richiedono ormai una potenza maggiore anche nel canto, ma in ogni caso Simone presenta della partiture spesso scarne, quasi asciutte, prive di colore, di potenza e di mordente. Insomma, rimane una ragazza stupenda ed una bravissima cantante, ma c’è da dire che il suo lavoro in questo album non dona lo spessore che ci aspetteremmo nei vari brani. La produzione ed i suoni sono miscelati in maniera certosina e professionale e la copertina è notevole, soprattutto per i significati metaforici che si celano sotto di essa: a tal proposito, è anche da ricordare l’impegno profuso nei testi, che vanno a toccare molti argomenti odierni e di attualità. Sono certo che i fan non disdegneranno questo “Requiem For The Indifferent”, ma d’altro canto la lunghezza eccessiva del lavoro, il cantato non sempre convincente  e le idee non sempre brillanti vanno a minare molto il giudizio finale. Devo ammetterlo, personalmente mi aspettavo qualcosa di più da una grande realtà come gli Epica.


Tracklist:

01. Karma
02. Monopoly On Truth
03. Storm The Sorrow
04. Delirium
05. Internal Warfare
06. Requiem For The Indifferent
07. Anima
08. Guilty Demeanor
09. Deep Water Horizon
10. Stay The Course
11. Deter The Tyrant
12. Avalanche
13. Serenade Of Self-Destruction


Voto: 6,5/10

martedì 27 marzo 2012

LACUNA COIL - Dark Adrenaline


DARK ADRENALINE
 
Etichetta: Century Media
Data di uscita: 23 Gennaio 2012
Genere: Alternative Metal

Introduzione:

Prosegue la scalata delle classifiche dei nostrani Lacuna Coil, la band milanese capitanata da Andrea Ferro e simboleggiata dalla bella Cristina Scabbia. Ancora non si sono spenti gli echi del buon “Shallow Life”, uscito ormai 3 anni fa, ma la amata/odiata band italiana si ripresenta sul mercato con un altro capitolo dalla qualità indiscutibile; una godibile uscita discografica che, come al solito, non sarà esente dalle solite critiche da parte di un pubblico italiano spesso troppo ermetico nei confronti di un metal estremamente attuale e moderno. “Dark Adrenaline” si assesta infatti su un suono fortemente influenzato dal mainstream americano, così come già era successo nel disco precedente, pertanto lo pseudo-gothic dei primi dischi viene ancora abbandonato in maniera piuttosto massiccia, virando sempre verso un metal alternativo, fortemente patinato di nu-metal sfacciatamente modernista. Ad essere sinceri, di gothic questa band ne ha visto davvero poco, anche se non si può evitare di scorgerne qualche sottile intrusione in album come “Unleashed Memories” (2001) o il fortunato “Comalies” (2002). La smaccata vena ruffiana ed ammiccante proposta dal suono dei Lacuna Coil non sembra essere un problema, poiché “Dark Adrenaline”, nonostante la sua estrema orecchiabilità, possiede vari brani interessanti e dotati del giusto piglio melodico, rendendo l’ascolto scorrevole ed estremamente fluido. Nonostante, obiettivamente, questo nuovo lavoro sia un altro buon esempio di alternative metal ben fatto e quasi mai banale, sono convinto che la schiera di metallari italiani medi rimarrà sempre indifferente nei confronti di questa solida realtà musicale, un piccolo grande orgoglio “made in Italy” che tanta fortuna ha fatto e sta facendo all’estero, negli States soprattutto. Chi è invece dotato della giusta apertura musicale, saprà apprezzare in buona parte, se non tutto, anche questo nuovo corposo lavoro, queste sonorità così  catchy, commerciali e moderne ma anche dannatamente accattivanti.  


Track by Track:

L’adrenalina oscura pervade il nuovo album già a partire dalla prima traccia “Trip The Darkness”, classico brano alla Lacuna Coil, pervaso da atmosfere cupe e blande ritmiche alternative, con un ritornello emotivo e carico di pathos, dove splende la prova vocale di Cristina, su alte tonalità. I ritmi si accendono maggiormente con la splendida “Against You”, brano dotato di riff su ritmiche veloci nella strofa e di un bellissimo refrain melodico ed accattivante. Questa volta, la voce di Andrea diventa protagonista, anche se è da sottolineare come le sue linee vocali spesso non presentino grandi sviluppi. Da notare, invece, un inusuale assolo di chitarra nella parte intermedia del brano, riuscito e perfettamente integrato nel contesto. Le lievi orchestrazioni e gli intrecci vocali aiutano a far decollare quest’ottimo brano. Il singolo apripista dell’album è la seguente “Kill The Light” che, non a caso, è uno dei brani più radiofonici ed immediati dell’intero lavoro, in modo particolare nel semplice ma efficace refrain. Nonostante la sua attitudine prettamente mainstream e radiofonica, il brano, maggiormente legato alla produzione più recente del gruppo, scorre liscio e deciso nel suo proseguimento, accompagnato da lievi ed azzeccate partiture elettroniche. Nulla di più, nulla di meno: “Kill The Light” non è un capolavoro, ma è un buon singolo, perfetto ed istintivo, melodico e piacevole quanto basta per entrare nelle grazie dei fan di tutto il mondo. Spicca maggiormente la successiva “Give Me Something More”, forte di notevoli intrecci vocali tra i due singers e di una strofa particolarmente accesa e graffiante, su riff semplici ma potenti. La struttura e l’arrangiamento del brano lo rendono davvero molto gradevole e coinvolgente, privo di momenti vuoti o a sé stanti. Un plauso va ai due cantanti e soprattutto ad Andrea, particolarmente ispirato dalla carica emozionale di quest’altra buonissima canzone. Il nu-metal più sordido sembra spadroneggiare fin dall’introduzione di “Upsidedown”, ma, dopo i primi secondi, è notevole come i nostri riescano a trasformare un brano nu-metal in un qualcosa di più personale e grandioso. L’arrangiamento oscuro e sinistro è un vero punto di forza da sempre per la band e non fa eccezione questa song, esempio di un rock moderno egregiamente eseguito. Da segnalare ancora una volta l’ottimo apporto vocale dei due cantanti: due voci estremamente complementari e quasi sempre ben ragionate nelle linee vocali. “End Of Time” si presenta come una ballad moderna e potente, dove l’aspetto emotivo della band non stenta a presentarsi, attraverso un arrangiamento delicato di chitarre pulite e tastiere atmosferiche, fino al possente ritornello distorto, cantato da Andrea. Un brano molto melodico e radiofonico che, in varie occasioni, ricorda le ultime prove degli olandesi Within Temptation. La song in questione non brilla certo per estrema originalità o idee sovraumane ma è adeguata al contesto e, senza nemmeno rendercene conto, fluisce grazie alla sua semplicità. Fin dalle prime note notiamo una certa oscurità di fondo in “I Don’t Believe In Tomorrow”, il brano più potente del lotto, dal punto di vista del sound, e anche la song dotata del refrain più plumbeo dell’intero album. Sebbene le premesse siano buone, in realtà “I Don’t Believe In Tomorrow” risulta anche la creazione più monotona all’interno dell’album, pervasa da un solito gusto sfacciato per il modernismo metallico che questa volta, però, non riesce a spiccare in alcuna occasione sul resto. Dimentichiamo questo mezzo passo falso con la successiva e più intrigante “Intoxicated”, dove le solite ritmiche alternative sono condite da ottime prove vocali e da arrangiamenti corposi e dinamici. Evocativo il pur semplice ritornello, sorretto da lievi ma essenziali tastiere. Un brano semplice, breve ed estremamente lineare, ma accattivante quanto basta per apprezzarlo. Ancora un richiamo ai Within Temptation più recenti con “The Army Inside” (il ritornello non ricorda anche a voi la nota “What You Have Done”?), dove comunque si può godere di un buon refrain e di un perfetto arrangiamento. Il brano, come molti altri, è breve e scarno nella struttura e non è memorabile per chissà quali doti tra le righe, ma è semplice e d’effetto, come da classica tradizione della band. C’è spazio anche per un altro bell’assolo ad opera di Cristiano, sicuramente un surplus tutt’altro che sgradevole da sentire in un disco come questo. I Lacuna Coil già ci avevano proposto una breve e gradita capatina nelle cover storiche con l’ottima interpretazione di “Enjoy The Silence” dei Depeche Mode, nell’album “Karmacode” (2006) e ripropongono l’esperimento con un altro pezzo forte dei primi anni ’90, ovvero la bellissima “Losing My Religion” dei R.E.M., scioltisi in tempi recenti. La prova offerta dai Lacuna stravolge, in parte, l’anima delicata della canzone, inserendo, ovviamente, i consueti chitarroni pesanti nel refrain, ma c’è da dire che la band, nel ri-arrangiare secondo il proprio stile un brano estremamente lontano dai suoi canoni, è in grado comunque di mantenere abbastanza intatta l’emotività dello stesso, il quale risulta così una versione gradevole anche se, in fin dei conti, non eccellente (insomma, è prevedibile che l’originale rimanga indubbiamente la versione migliore). Dopo questo coraggioso esperimento, la band torna a propinare il sound alternative rock/metal tanto caro ai sei musicisti con “Fire”, una brevissima canzone immediata e potente, dotata di un ritornello estremamente diretto e chatchy. Proprio per questa sua estrema immediatezza, il brano è sufficientemente gradevole ma, allo stesso tempo, non c’è un solo particolare che osi rimanere in testa per essere ricordato con piacere. Arriviamo al finale dell’album, ed in effetti non poteva protendersi oltre, considerato che certe soluzioni sonore, dopo una dozzina di canzoni, iniziano a stancare e ad essere abbastanza ripetitive. Congetture a parte, “My Spirit” è una sorta di lenta ballad, nella concezione moderna del termine. E’ lodevole ed originale l’idea di inserire un’atmosferica narrazione in lingua italiana a metà brano, ma, al contempo, la song ha un incedere ed un refrain poco convincenti ed abbastanza piatti, che si trascinano per quasi sei minuti senza un barlume di energia all’orizzonte. Non è stato quindi il modo migliore per concludere un album comunque discreto, dotato anche di qualche ottimo picco compositivo.   


Considerazioni Conclusive:

Un album 100% Lacuna Coil, ecco come semplificare l’operato svolto dai sei milanesi per questo “Dark Adrenaline”. L’impatto commerciale del precedente “Shallow Life” viene ripreso e codificato in una chiave leggermente più pesante, con un occhio rivolto verso i lavori meno recenti del gruppo, dando vita ad un album indubbiamente valido, onesto e sufficientemente corposo. Gli arrangiamenti, eleganti e di classe, donano, come sempre, una marcia in più al lavoro svolto dal combo e, per tal scopo, aiuta senza dubbio anche la sfarzosa produzione (ad opera di Don Gilmore), potente e nitidissima. In primo piano, spiccano i lavori vocali della coppia Andrea Ferro-Cristina Scabbia, il primo esente da particolari capacità tecniche e dedito ad una pura carica energica, mentre Cristina ha dalla sua una voce abbastanza versatile, precisa e dinamica, pur rimanendo in un ambito canoro totalmente moderno. Restano, invece, semplici ma di impatto i lavori dei restanti fedeli musicisti Chris e Maus (chitarre), Criz (batteria) e Marco Zelati (bassista ed autore, tra l’altro, di quasi tutti i pezzi della discografia del gruppo), protagonisti di prove precise ed efficienti. Proprio in questo consiste la forza della band: pezzi semplici ed immediati, potenti, malinconici, ricchi di carica, di emotività…di una “oscura adrenalina”; un titolo decisamente azzeccato a pensarci bene: l’“adrenalina” c’è, si percepisce in ogni solco, in ogni nota, e l’“oscurità” pervade palesemente l’intero lavoro grazie ai soffici e raffinati arrangiamenti. Non scrivono e non hanno mai scritto dei veri capolavori, tutti lo riconosciamo, e “Dark Adrenaline” non fa certo eccezione, ma invito comunque tutti i metalheads a dare una chance ai Lacuna Coil, una band di cui dobbiamo andare fieri, un caposaldo del metal moderno. Una musica alla portata di tutti e sicuramente un ottimo diversivo di qualità per chi vuole avvicinarsi al concetto più moderno del tanto bistrattato metal contemporaneo.


Tracklist:

01. Trip The Darkness
02. Against You
03. Kill The Light
04. Give Me Something More
05. Upsidedown
06. End Of Time
07. I Don’t Believe In Tomorrow
08. Intoxicated
09. The Army Inside
10. Losing My Religion
11. Fire
12. My Spirit


Voto: 7,5/10

mercoledì 21 marzo 2012

METALLICA - Beyond Magnetic


BEYOND MAGNETIC (EP)

Etichetta:  Warner Bros
Data di uscita: 30 Gennaio 2012
Genere: Thrash Metal

Introduzione:

Non c’è band al mondo di cui qualcuno non abbia mai sentito una nota nella propria vita come i Metallica. Questo si sa; sappiamo tutto, ogni singola sfumatura dell’arcinota band di Los Angeles. Per chi non naviga nel metal, i Metallica sono un po’ l’icona di una musica fatta di rabbia e ribellione sonora; ma chi sta invece in questo mondo, sa bene che il metal ormai ha dei rappresentanti ben diversi. I Four Horsemen non sono sul mercato discografico ormai dal 2008 (non consideriamo il bistrattato “Lulu”), anno in cui uscì il controverso “Death Magnetic”, un album che, da una parte, scontentò nuovamente i detrattori, dando loro modo di sfogarsi sulla scarna batteria di Ulrich, sulla prestazione solistica deludente di Hammet, sul mai troppo accettato stile di Trujillo e su una produzione sin troppo scadente per un colosso come i Metallica. Se da una parte queste reazioni erano decisamente prevedibili, dall’altra c’è da dire che “Death Magnetic” ha riproposto dei Metallica più freschi e più aggressivi di quanto ci si potesse attendere, riportando in auge (con i dovuti distinguo) quel vecchio thrash di cui furono i portabandiera negli ’80. Insomma, da tempo non si sentivano i Metallica impazzare sui loro strumenti con un po’ di vigore e decisione (per il bene di tutti, tralasciamo quel disgustoso inciampo a nome “St. Anger”). Per non lasciare troppi vuoti di mercato, in mezzo a tante strane e folli strategie di marketing di cui si sono resi protagonisti (leggi: braccialetti, film ecc…), la band decide di mettere a disposizione anche su supporto CD, quattro brani inizialmente rilasciati solo per il mercato digitale. Ebbene, si tratta di quattro inediti provenienti dalle sessioni di scarto del recente “Death Magnetic”; quattro brani presentati per la prima volta dal vivo in occasione dei trent’anni di attività della band, in quattro sere diverse (uno per ogni sera) e solo successivamente resi noti al grande pubblico nelle loro vesti da studio. Si tratta, com’è ovvio, di un prodotto destinato ai soli fan più sfegatati: le canzoni, come prevedibile, hanno una qualità di composizione che rientra nella media di “Death Magnetic”, presentando alcuni picchi piuttosto trascurabili assieme ad altri vari spunti addirittura più interessanti del precedente full-lenght. Insomma, è bene considerare questo EP non come un’anticipazione di quello che potrà essere il nuovo prossimo album dei Metallica (da tal punto di vista, ci si può aspettare di tutto), ma come una continuazione di quanto già creato nel 2008. “Beyond Magnetic” è questo, semplicemente un regalo ai fan, un qualcosa “in più” obiettivamente trascurabile. 


Track by Track:

“Hate Train” fin dai convincenti riff iniziali, ci fa subito capire che la musica proposta in questo nuovo EP va, inevitabilmente, a continuare quel discorso intrapreso con “Death Magnetic”. Il riff principale potrebbe essere visto come il riff velocizzato della famosa “Fuel”, tanta è la somiglianza con il pezzo in questione. Ci troviamo di fronte ad un brano comunque sufficientemente fresco, per quanto possibile, ed accattivante soprattutto nei break melodici, perfettamente inseriti nel contesto di un brano ruvido e dinamico. L’assolo centrale di Kirk non farà gridare al miracolo, ma restituisce un chitarrista degno di tal appellativo (comparate gli assoli disastrosi di “Death Magnetic” per capire ciò che intendo). Il brano si muove su delle coordinate decisamente orientate verso il thrash metal, con una buona prestazione di James al microfono. Nonostante la sua lunghezza, “Hate Train” rappresenta un gradito e stuzzicante regalo per tutti gli ascoltatori. Non si può certo dire lo stesso di “Just A Bullet Away”, brano che esprime genuinamente il concetto di “filler” e giustifica in pieno il fatto di essere stata esclusa da una tracklist di un full-lenght. Insomma, senza essere troppo categorico, alcuni riff sono carini e possiedono il giusto groove, ma come spesso accade ultimamente in casa Metallica, sono infilati in mezzo ad una struttura poco studiata e forzatamente estesa. Ne è un palese esempio l’intermezzo acustico, insipido e senza alcun filo logico con il resto del brano (in altre parole, sembra “buttato lì”). Il ritornello, infine, è piuttosto sgradevole, privo di melodia e per nulla accattivante. Insomma, per un brano che sembra essere solo un’accozzaglia di riff senza molta tessitura, 7 minuti risultano davvero pesanti da digerire. Il ritmo marziale di “Hell And Back” sembra quasi uscito dalle sessions di un “Reload” leggermente più ispirato e riporta in auge un minimo di fervore in più, grazie ad un classico riff “alla Metallica”, intervallato da una strofa più cupa e pulita. A metà minutaggio, il brano acquista una maggiore aggressività, in una sequenza musicale che azzecca qualche buon riff, alternato alle solite idee stagnanti. Purtroppo Kirk si fa notare nel peggiore dei modi, a causa di uno dei suoi solos tremendamente freddi ed imprecisi, rasentando quanto fatto in “Death Magnetic”. La saggia ripresa della prima parte della song porta a concludere questo terzo brano; una canzone decente e solo sufficiente ma che non offre nulla di veramente esaltante o stuzzicante. Dopo due brani che non lasciano il segno, “Rebel Of Babylon” torna a farci sentire dei Metallica in ottima forma; premettendo che il brano non è nulla di trascendentale in sé, è comunque in grado di regalarci otto minuti di buona musica, coadiuvando riffoni thrash metal con una notevole carica di adrenalina ed un ritornello corrosivo. L’assolo di Kirk si muove sempre lungo i binari del proprio affermato stile, questa volta senza perdersi in inutili sviolinate di note a caso suonate alla velocità della luce, ma puntando invece su partiture più sobrie e, quindi, più riuscite. Nonostante l’elevato minutaggio, le varie parti si sposano e si susseguono con una certa logica, pertanto il brano assume un senso compiuto e scorre liscio come l’olio. In conclusione di questa buona song, viene spontaneo domandarsi come mai “Rebel Of Babylon” o “Hate Train” non siano finite su “Death Magnetic”, magari al posto, per esempio, di un brano anonimo come “Suicide & Redemption”.


Considerazioni Conclusive:

In conclusione, rimane in mano un dischetto flebile e, francamente, è difficile riuscire a giustificare l’acquisto di questo EP. Ribadisco, personalmente, che la prima e la quarta traccia sono delle buone canzoni che non disdegnano di mostrare timidamente qualche idea davvero interessante, ma altrettanto non si può dire delle restanti due tracce, troppo lunghe, scontate e decisamente sbiadite. Non aiutano di certo gli aspetti tecnici della band, visto e considerato che Kirk Hammet e Lars Ulrich rappresentano un buon 50% di tutto ciò che non funziona nella musica del combo: il primo ha ormai fatto il suo tempo e sono lontani i solos di “Ride The Lightning” o  “…And Justice For All”, sfociando spesso in partiture sbrigative o sempliciotte e prive di gusto, mentre il secondo si è ormai assestato su uno stile impersonale ed estremamente elementare (non che sia mai stato un gigante della batteria, ma, almeno, negli anni ’80 suonava con un tocco più spinto ed adrenalinico), privando di spessore i bei riff della band. Convincente è invece il settore ritmico di Kirk e James Hetfield, dove quest’ultimo appoggia le sue linee vocali; la prestazione di James, nonostante l’età che avanza ed i numerosi problemi avuti nell’ultimo decennio, sprigiona ancora vigore, permettendo di animare da sempre i brani della band. Anonima, come sempre la prestazione di Robert Trujillo, un ottimo bassista però mai entrato pienamente nel cuore dei fans, né tantomeno nell’economia musicale del gruppo. Il suo strumento, anche in questo caso, rimane in sordina limitandosi ad aggiungere frequenze basse. Forse non c’era nemmeno bisogno di aggiungere tutto questo, perché sono tutte cose di cui ogni metallaro è a conoscenza. Aggiungiamo una copertina tanto semplice quanto tragicomica ed il quadretto è completo: se non siete fan sfegatati della band o bimbiminkia ancora convinti del fatto che i Metallica siano l’emblema del thrash o del metal in generale, evitate di fare vostro questo trascurabile “Beyond Magnetic”. Datemi retta, andate su youtube e riascoltatevi due o tre volte “Hate Train” e “Rebel Of Babylon”: questo può bastare.


Tracklist:

01. Hate Train
02. Just A Bullet Away
03. Hell And Back
04. Rebel Of Babylon


Voto: 6,5/10

venerdì 16 marzo 2012

RAGE - 21

21
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 24 Febbraio 2012
Genere: Thrash/Power Metal

Introduzione:

Con ben 20 album alle spalle, tornano i teutonici Rage, una delle più rispettate realtà nel mondo del metal melodico. Lo fanno con il loro ventunesimo album in quasi trent’anni di carriera, intitolato semplicemente “21”; ma dietro questo misterioso numero non si cela solo l’invidiabile quantità di ottime releases partorite dal gruppo, ma anche il riferimento al famoso gioco del “Ventuno” o “Blackjack”, come ravvisabile anche in copertina o leggendo il testo della title-track. Al di là di questo gioco a cui i Rage ci hanno sottoposti, “21” è la nuova granitica testimonianza di come il mitico trio sia in grado di proporre dell’ottimo metal sempre accattivante e mai banale, ricco di curiose sfaccettature varianti dal power sinfonico al thrash più incattivito. Dopo il buonissimo “Strings To a Web” del 2010, Peavy e soci tornano sul mercato con un disco decisamente valido e ancora una volta pregno di buona musica, ma, per questa uscita, i ragazzi alzano il tiro: viene abbandonato ogni tipo di sontuosità sinfonica e le parti melodiche sono controbilanciate saggiamente con una tendenza decisamente thrash metal, verso cui l’album verte con maggiore propensione. In altre parole, “21” è un disco più cattivo, con meno aperture power rispetto al precedente lavoro, con più potenza nelle strutture, ma sempre con gran gusto, classe e maturità, senza dimenticare la melodia. E’ un mistero come il trio abbia saputo sfornare delle releases con così poco tempo di distanza tra un disco e l’altro nella loro lunga carriera, mantenendo sempre un certo livello di costanza qualitativa (i cali d’ispirazione sono effettivamente pochi): non ci è dato sapere. Sappiamo solamente che, anche questa volta, hanno fatto decisamente centro con un album che non è un capolavoro, ma è sicuramente all’altezza del nome Rage. Non c’è da stupirsi se gruppi come loro o i Blind Guardian siano amati e rispettati, in ogni parte del globo.  


Track by Track:

Atmosfera oscura, voci, rumori di sottofondo: “House Wins” è il perfetto intro dell’album, che ci trasporta in uno scenario da gioco d’azzardo, in compagnia di un giocatore intento a perdere i propri risparmi al gioco del black-jack. La lieve melodia ci introduce alla poderosa title-track “Twenty One”, dove si intuisce sin dai primi riff quale potrà essere il tiro dell’album: le sfuriate di chitarra e di batteria sembrano quasi uscite dalla penna dei Testament più recenti, compreso il roco ed incazzato timbro vocale del singer-leader Peavy. I riff si susseguono con una pesantezza esaltante, intervallati da un ritornello melodico tutt’altro che banale, giocato su una linea melodica drammatica e dal tocco lievemente malinconico. Stupendo l’intricato assolo ad opera di un Victor Smolski sugli scudi, capace di riportare alla mente certi sfarzi virtuosistici del noto John Petrucci. Quest’ottimo brano potrà essere apprezzato nelle sue varie sfumature con più di un solo ascolto. Victor è la star assoluta della seguente “Forever Dead”, probabilmente il pezzo migliore di tutto l’album. La chitarra sfuria in fraseggi velocissimi, per poi traboccare in una strofa puramente thrash-groove metal, accompagnata da un bridge più hard rock-oriented e da un refrain perfetto ed accattivante nella sua memorizzabile melodia. Compaiono qua e là i growls di un ottimo Peavy, a sottolineare una decisa aggressività che pervade tutto il disco. Un altro stupendo assolo di Victor suggella un brano potentissimo, estremamente dinamico e variegato. “Feel My Pain” è introdotta da quello che sembrerebbe essere un inconsueto mix di chitarre pulite, tastiere e basso. Dopo questo dinamico ed originale incipit, il brano si staglia su riff più indirizzati verso un power-heavy metal di ottima fattura, incasellati in una ritmica marziale e ficcante. Rappresenta, probabilmente, uno degli episodi più melodici ed immediati, ma si fa apprezzare senza remore, risultando un altro dei brani più riusciti dell’intero lavoro. Bellissimo l’intermezzo prima del solito assolo memorabile, che vede protagonista il drummer André, con una ricercata ritmica di batteria dalle sfumature prog-metal. La testimonianza dei Rage più incazzati si intitola “Serial Killer”, dove sorprendentemente Peavy si impossessa del microfono con linee vocali in growl per tutta la strofa, sotto un tappeto di thrash metal pesantissimo e feroce. Tutto ciò si risvolta poi in un bridge e in un refrain molto più melodici e meno furiosi, ma ugualmente pungenti. Solita menzione per l’ottimo lavoro chitarristico del guitar-hero Victor e per degli arrangiamenti realmente in grado di catalizzare l’ascoltatore. Un riffone heavy-southern in perfetto stile Zakk Wylde apre un altro azzeccato brano, tale “Psycho Terror”, dotato di ritmiche lente e sincopate nella strofa e di un bridge accattivante quanto basta per introdurre il buon refrain, melodico e roccioso. L’effettistica di Victor si fa sentire nell’assolo centrale (sicuramente valido, anche se leggermente sotto tono rispetto alle tracce precedenti) e nell’accelerazione sul lungo finale. Il brano in questione non è trascendentale in termini di originalità, ma è sicuramente dotato del giusto tiro in mezzo ad una già corposa tracklist. I ritmi si riaccendono con una favolosa speed-track intitolata “Destiny”: partenza al fulmicotone con un riff su ritmiche thrash-core, per un’apertura davvero esaltante. Con un saggio rallentamento, la song si tramuta in un lento e melodico chorus, ben arrangiato,  dall’impatto garantito e memorizzabile sin dal primo ascolto. Esaltanti sono anche i momenti musicali partoriti nella parte mediana, per un altro brano meritevole di lode. Se fin qui i nostri hanno dato prova di un’invidiabile capacità nel songrwriting, anche la seguente “Death Romantic” non è da meno, ma tende a rallentare un po’ la presa in un refrain meno esaltante rispetto ai precedenti, forse meno immediato e più sperimentale nell’arrangiamento, con le sue strane dissonanze. Nonostante ciò, i singoli riff godono di un ottimo impatto e di un’incalzante adrenalina metallica. “Black And White” mette in risalto le ottime doti del drummer André fin dai giri iniziali. Si tratta di un brano originale nella sua struttura, giocato sulla sperimentazione negli arrangiamenti, dove spiccano alcune chitarre pulite nella strofa, una furiosa e melodica cattiveria del bridge, fino ad un bel ritornello, gradevole ed armonioso. A mio parere, è un brano indubbiamente valido, ma un gradino sotto ai precedenti e più convincenti episodi. Torna il thrash-power marchiato Rage con la superba “Concrete Wall”, a tutti gli effetti il brano più thrash metal di tutto l’album, dove anche il ritornello non gode della solita parentesi melodica ma si presta a dei riff serrati e potentissimi, supportati dalla spettacolare ed aggressiva prova canora di Peavy. Davvero notevole l’intermezzo strumentale, come al solito con mr. Smolski a fare da grande protagonista su uno strato di variegate linee di basso di Peavy. Un riff lento e roccioso introduce “Eternally”: nel giro di venti secondi tutto cambia e ci accorgiamo di come quell’introduzione, così metallica, sia solo un orpello per aprire le porte ad una convincente semi-ballad dai toni ariosi e corali. La struggente strofa si staglia su ritmiche lente e su clean-guitars evocative e ben arrangiate, fino ad esplodere in un ritornello originale e convincente, dopo vari ascolti. Dopo un immancabile assolo, breve, ma molto sentito e corposo, un ultimo refrain ci porta alla conclusione di un disco decisamente efficace e meritevole di ascolto.    

Considerazioni Conclusive:

Nulla da dire, ancora una volta i Rage hanno saputo sfornare un album di ottima fattura e di musica davvero buona, priva di grossi cali e sempre pronta ad attizzare l’orecchio dell’ascoltatore. “21” è un album da avere, consigliato per chiunque voglia ascoltare del metal di qualità sopra le righe e da possedere obbligatoriamente per i fan della band. Potente fin dalla produzione stellare e dalla vivida immagine di copertina, il suo telaio di thrash metal imbastito su venature power dona, senza dubbio, un taglio aggressivo alla proposta della band, ma non viene mai meno quel gusto melodico e quella saggezza negli arrangiamenti che tanti punti fanno guadagnare al trio tedesco. Peter “Peavy” Wagner ruggisce dietro al microfono con una delle voci più personali e riconoscibili all’interno della scena power metal europea: il suo timbro roco sfocia spesso nelle growl vocals, pur  mantenendo comunque una forte vena melodica ed interpretativa, donando corposità ed anima a tutti i pezzi. Buone le sue capacità al basso e notevoli le sue capacità di songwriter, che fanno il paio con il virtuosismo sfrenato del vero protagonista del disco, ovvero Victor Smolski, un chitarrista dalla tecnica e dal gusto eccellenti. Le invidiabili capacità del guitar-hero, di origine bielorussa, lo portano a sfoderare l’ascia in riff potenti e in assoli veloci e precisi nella loro complessa esecuzione, molto variegati ed interessanti nel loro approccio “moderno” e “progressivo”, fatto di suoni ed effetti molto particolari. Cosa dire invece di André Hilgers, un batterista capace di non far rimpiangere il mastodontico e arcinoto Mike Terrana (nei Rage dal 1999 al 2006). Hilgers è dotato di gran classe e tecnica, con un gusto acceso nel saper trovare quel giro perfetto per far esaltare la batteria oltre il semplice ruolo di metronomo. Con un trio così, è difficile non rimanere piacevolmente stupiti di fronte a questo piccolo nuovo capolavoro. Anche questa volta dobbiamo riconoscere che i Rage sono una garanzia.    


Tracklist:

01. House Wins
02. Twenty One
03. Forever Dead
04. Feel My Pain
05. Serial Killer
06. Psycho Terror
07. Destiny
08. Death Romantic
09. Black And White
10. Concrete Wall
11. Eternally


Voto: 8,5/10

lunedì 12 marzo 2012

XANDRIA - Neverworld's End

NEVERWORLD’S END
Etichetta: Napalm Records
Data di uscita: 24 Febbraio 2012
Genere: Symphonic Metal

Introduzione:

Prendete i Nightwish di fine anni ’90-primi 2000. Rimettete Tarja alla voce: eccovi gli Xandria. Si, lo so…è un modo un po’ atipico di aprire una recensione; ma la realtà di fronte ai nostri occhi e alle nostre orecchie è proprio questa. Siamo infatti dinnanzi ad una sorta di pseudo-clone dei finnici maestri del symphonic metal. Voce lirica, orchestrazioni pompose, mid-tempo melodici: c’è tutto quello che ha contribuito a rendere grande una realtà come i Nightwish. Gli Xandria nascono in Germania nel 1997, e dal 2003 ad oggi sono stati autori di cinque album, dei quali questo “Neverworld’s End” è il primo ad essere inciso con la bella Manuela Kraller alla voce, in seguito ad un susseguirsi di variazioni del ruolo di singer negli ultimi anni. Sarò sincero, non conosco molto bene il resto della discografia di questa band; gli ascolti dei loro vecchi dischi sono stati pochi e sporadici, tali da non potermi mettere nelle condizioni di fare confronti con il passato. Pertanto, mi baserò obiettivamente su quello che esce dallo stereo facendo girare questo nuovo capitolo della band tedesca: l’impressione ad inizio disco è ottima, un perfetto preludio per un disco che sembra essere evocativo e coinvolgente, ma, a lungo andare, ci si accorge di come dei dodici brani presenti, solo una manciata siano realmente validi, mentre altri cerchino semplicemente di seguire uno stile già ormai consolidato da anni da band come, appunto, i Nightwish o gli olandesi Epica (tralasciando la loro più recente e riuscita inclinazione verso il sympho-death). Gli Xandria hanno perizia da vendere; si presentano perfetti nei contorni, ovvero nei suoni, nell’immagine e anche nella musica stessa (non è certo brutta musica quella contenuta in “Neverworld’s End”), ma a volte manca quel piglio, quella scintilla e (spesso) quel minimo di originalità in più che permetta all’album di spiccare il volo ed essere consacrato come capolavoro. Tralasciando quindi i loro capitoli precedenti di cui non ho voce in capitolo, il nuovo lavoro tende spesso a ricalcare in maniera non convincente le orme di un symphonic metal decisamente già troppo sentito, con le classiche spruzzate di power e le venature gotico-liriche. L’ascolto della maggior parte di “Neverworld’s End” non riesce ad ammaliare quanto gli occhi azzurri di Manuela...    


Track by Track:

Partenza col botto: la maestosa epicità dell’opener “A Prophecy Of Worlds To Fall” riesce fin da subito a catturare l’attenzione, grazie al suo arrangiamento apocalittico, super-sinfonico ed estremamente energico. Nonostante si facciano già sentire i riferimenti al sound dei Nightwish (la voce ricorda molto quella della rimpianta Tarja), sembra che gli Xandria abbiano una marcia in più, ravvisabile in un approccio più aggressivo, più incisivo e graffiante rispetto ai colleghi finlandesi. Gli Xandria guadagnano un ulteriore punto in più, grazie ad una maggior propensione ad assoli di chitarra ricercati e linee di basso più in vista rispetto al sound di Tuomas e compagni. Il power sinfonico di “Valentine” (di cui è stato girato anche un videoclip) si impossessa dei nostri stereo, per una song che alterna dei momenti riusciti (come il cadenzato ritornello o il pre-assolo) ad una struttura quasi stancante e piuttosto abusata. Da notare le possenti e ben fatte orchestrazioni ed i cori a supporto della voce lirica di Manuela. Canzone decisamente prevedibile, ma tutto sommato sufficientemente energica. Un giro di pianoforte e voce, blando ma toccante, apre la melodica “Forevermore”. Lo stile tipicamente “nightwishiano” diventa sempre più preponderante e palese, strofe e refrain si susseguono su strutture ultra-melodiche altamente prevedibili, la linea vocale fa fatica a spiccare il volo, le orchestrazioni sembrano piuttosto smorte. Insomma, già a partire da un titolo tutt’altro che fantasioso, il brano è privo di mordente e del giusto dinamismo: uno sterile esercizio di stile, ma nulla di più. La partita si risolleva parzialmente con “Euphoria”, brano dal ritornello facile facile, di quelli che ti si piantano dritti in testa grazie ad una linea vocale azzeccata; ma a far la differenza è il ritorno, nelle varie strofe, di quella vena artigliante intravista nella prima traccia, in grado di regalare un tocco di emozione e di adrenalina ad un brano riuscito. “Blood On My Hands” prosegue il filone catchy-sinfonico tanto in voga mostrato finora, senza presentare troppe diversità stilistiche e senza essere in grado di farsi notare a dovere. Il semplice ritornello, più che altro, viene a mettersi in mostra grazie alla potente voce di Manuela, dimostrandosi più accattivante nelle ripetizioni finali, ma per il resto siamo davanti ad un classico brano con le solite pompose sfuriate sinfoniche in bell’evidenza. “Soulcrusher”, brano meno immediato e più articolato, gode di un’ottima partenza, aggressiva ed in grado di mettere in evidenza la corposità della band tedesca. Le orchestrazioni ed i cori sono estremamente potenti ed articolati, ma spesso è il succo del brano che non regge, soprattutto a causa di un refrain poco incisivo e di un finale troppo confusionario ed ossessivamente ripetitivo. Da plauso invece la lunga parte centrale ed il già menzionato lavoro di arrangiamento orchestrale. Non potevano mancare le toccanti ballad sinfoniche ed ecco la cullante calma del lento “The Dream Is Still Alive”, con voce e pianoforte in primo piano. I riferimenti ai vari classici dei Nightwish come “Sleeping Sun” o al calderone sympho-metal di Epica, Evanescence o Within Temptation non stentano a fare capolino. Del resto, questo tipo di tracce vengono scritte esclusivamente per emozionare, senza necessità di dover per forza inventare qualcosa di nuovo. Non fa eccezione la song in questione, dotata di un perfetto refrain dolce e carico di pathos orchestrale e corale, scorrevole ed estremamente piacevole. Quel qualcosa in più che manca ai Nightwish odierni, lo troverete invece in “The Lost Elysion”: la veloce doppia cassa ci pone di fronte ad un pezzo dai connotati tipicamente symphonic-power, in grado di dare una bella sterzata al sound spesso stantio di “Neverworld’s End”. Il brano è infatti pungente ed aggressivo, pomposo e potentissimo nelle sue orchestrazioni, in un connubio emotivo che esplode nel crescendo centrale (con tanto di bell’assolo di chitarra) e soprattutto nell’affascinante refrain, godente della perfetta ed energica performance di Manuela. Davvero un brano ottimo e sorprendente, tanto che è quasi un peccato passare alla linearità della seguente “Call Of The Wind”, brano orientato a sonorità più classiche con tanto di incursioni di violino. Sempre perfetta, manco a dirlo, la performance orchestrale ed il comparto atmosferico, ma a soffrire maggiormente sono la struttura della canzone e le linee vocali. Anche questo brano gode di una certa carica che lo rende gradevole, ma in fin dei conti non essenziale. Secondo lento con “A Thousand Letters” dove ad accompagnare la suadente voce lirica della singer mora ci pensa una delicata chitarra acustica che, in un crescendo, sfocia in un classico refrain potente ed orchestrale. Contrariamente alla sua precedente collega, questa ulteriore ballad non riesce a raggiungerne gli stessi picchi emotivi, assestandosi su delle dinamiche abusate e sicure, senza aggiungere nulla di troppo rilevante all’economia del disco. E’ il momento di “Cursed”, già sorprendente per dei riff cupi e pesanti: una sorta di southern metal travestito con preziosi ornamenti sinfonici. Ciò sicuramente dona un volto più poliedrico e curioso alla band tedesca, distaccandosi dalla produzione simil-nightwish finora mostrata, tuttavia il brano in sé non è particolarmente convincente e non riesce mai a spiccare il volo e ad esplodere a dovere. Chiude l’album la lunga “The Nomad’s Crown”, introdotta da un sithar e da suoni orientali-cinematografici. Dopo una bella introduzione, la song si dipana per nove minuti di durata tra alcuni momenti intensi e riusciti ed altri più ruffiani e stanchi. Anche in questo caso, il brano fatica a detonare e tende a stufare durante il suo lungo ascolto, riuscendo a sorprendere solo nella bella parte finale, epica e tuonante nei suoi fastosi cori. Alla fine dell’ascolto di “Neverworld’s End” rimangono sentimenti altalenanti, per aver trascorso un’ora di musica buona e ben confezionata, che però solo in parte è riuscita davvero ad elevarsi e a trasmettere la giusta carica d’emozione e di adrenalina.


Considerazioni Conclusive:

L’album degli Xandria può essere suddiviso in due parti tra loro differenti: da un lato abbiamo una band che tende a riprendere in maniera impersonale ed abbastanza palese un sound già affermato ed inflazionato da Nightwish e compagnia bella, dall’altra abbiamo una band che ha acquisito molto bene la lezione impartita dai Nightwish stessi, riprendendola però in modo personale ed aggiungendoci quel tocco di dinamismo e quel graffio in più che spesso manca nelle releases del combo finlandese, confermando di essere una band dal grande potenziale. In “Neverworld’s End” questo potenziale non viene sfruttato ai massimi livelli. Infatti, nonostante alcune song siano davvero meritevoli in tal senso, dall’altra lo stampo dei maestri del symphonic è forse troppo marcato, portando ad una pecca non indifferente di impersonalità. Nulla da dire sugli arrangiamenti d’orchestra e coro (stupendi e profondi), sull’ottima prestazione lirica della new entry Manuela Kraller, senza dimenticare le aggressive chitarre di Marco Heubaum e Philip Restemeier, ma tutto ciò non ha fruttato a dovere, a causa di un songwriting spesso stanco e statico. Menzione per la sezione ritmica di Nils Middelhauve (basso) e Gerit Lamm (batteria), in grado di spaziare adeguatamente con la fantasia, cosa non comune in un gruppo sympho-metal. Nonostante tutto, il disco è un piacevole e melodico sottofondo anche se probabilmente non si farà riascoltare più di 3 o 4 volte. Curatissima la produzione e anche l’artwork, anche se i suoi colori ed immagini di copertina, nemmeno a farlo apposta, ci fanno balzare alla mente di striscio proprio i tanto citati Nightwish…ma questa è solo una sottigliezza, dettata dall’ascolto di un disco molto influenzato da loro; un disco di una band che in futuro, se giocherà meglio le sue carte, potrà portare ad enormi soddisfazioni anche nell’inflazionata scena sinfonica. Attendiamo. 


Tracklist:

01. A Prophecy Of Worlds To Fall
02. Valentine
03. Forevermore
04. Euphoria
05. Blood On My Hands
06. Soulcrusher
07. The Dream Is Still Alive
08. The Lost Elysion
09. Call Of The Wind
10. A Thousand Letters
11. Cursed
12. The Nomad’s Crown


Voto: 6,5/10