domenica 27 febbraio 2011

Live Report: RHAPSODY OF FIRE, Estragon (Bologna), 25-02-2011

Live Report – RHAPSODY OF FIRE
 (+ Visions Of Atlantis + Vexillum)
Estragon, Bologna, 25-02-2011


Nove anni sono passati dall’ultima esibizione in Italia dei nostrani Rhapsody Of Fire. Al tempo si chiamavano ancora Rhapsody, ed erano nel primo lustro della loro incredibile carriera, che li ha portat,i col tempo, a diventare una della band più apprezzate (e, ahimè, anche odiate) nel metal tricolore, riscuotendo un enorme successo anche all’estero. Non hanno certo bisogno di presentazioni questi 6 musicisti, che, dopo anni di stop per una causa legale contro il boss della Magic Circle Music (nonché bassista dei Manowar) Joey DeMaio, sono tornati sul trono del Symphonic Metal con “The Frozen Tears Of Angels” (link recensione: http://recensionimetalfil.blogspot.com/2010/11/rhapsody-of-fire-frozen-tears-of-angels.html), album fresco e potente come gli esordi, seguito subito dopo dal cinematografico EP “The Cold Embrace Of Fear” (link recensione: http://recensionimetalfil.blogspot.com/2010/11/rhapsody-of-fire-cold-embrace-of-fear.html). Non c’è che dire: un periodo d’oro per la band, pronta, come se non bastasse, a far uscire un nuovo album (“From Chaos To Eternity”) nei prossimi mesi, in chiusura della “The Dark Secret Saga”.
Nel novembre 2010 parte il tour di supporto, il “The Frozen Tour Of Angels”, con tappe che toccano tutto il globo, fino all’annuncio delle attesissime date Italiane: 25, 26 e 28 Febbraio 2011. I fans italiani sono in visibilio, attendono questo evento da moltissimi anni.
La location per la prima esibizione italiana è l’Estragon di Bologna. Io e i miei compagni di viaggio arriviamo alle 13 e 30 nell’immenso parcheggio del suddetto locale. L’afflusso di pubblico è molto scarso e lento, e lo sarà fino al tardo pomeriggio, pertanto questo ci permette, in tutta tranquillità, di poter scattare alcune foto con Patrice Guers (bassista), mentre si sollazza in un terrazzo fuori dal locale, e un Fabio Lione (voce) apparentemente fugace, ma poi disponibile per autografi e foto.
Tra vari panini, accompagnati da sorsi di birra, attendiamo in coda ai cancelli dalle 17. Questi aprono intorno alle 20 e 30, e dopo poco tempo di attesa (in cui il locale fa tempo a riempirsi a dovere), aprono la serata i VEXILLUM. Il power metal di questa band italiana è, in fin dei conti abbastanza canonico, ma ciò nonostante, nella scarsa mezz’ora di setlist a loro disposizione, sono in grado di regalare al pubblico italiano qualche buon ritornello e una buona dose d’energia. La miglior esecuzione della band per la serata è “Avalon”, brano epico e trionfale.
E’ il turno degli austriaci VISIONS OF ATLANTIS, band che ha all’attivo ormai 3 album (ed un quarto in via di pubblicazione). Ci pensano loro a scaldare a dovere il pubblico dell’Estragon, con dei brani di stampo Symphonic Metal, molto debitori ai ben più noti Nightwish, anche se la band austriaca gioca maggiormente sul contrasto voce maschile/voce femminile. Il quintetto ci sa fare, mostra una spiccata scioltezza e confidenza con il palcoscenico. La setlist riservata alla band è di circa 45-50 minuti: ottimi e coinvolgenti i primi brani (soprattutto “Seven Seas” e “At The Back Of Beyond”), ma a lungo andare inizia ad intravedersi un po’ di piattezza compositiva nelle successive canzoni (più di metà tempo viene impiegato per suonare brani dal nuovo imminente album “Delta”). Poco male, perché il pubblico è comunque sufficientemente caldo ed inizia a farsi sentire a suon di “fuori! fuori!”, inneggiando all’attesa band italiana, non appena i Visions Of Atlantis abbandonano il palco.
E giunge il momento fatidico: intorno alle 22, sulle note dell’intro “Dar-Kunor” entrano in scena i Mighty Warriors italiani RHAPSODY OF FIRE! Aprono subito le danze con la stupenda “Triumph Or Agony”, il pubblico è scatenatissimo, la band appare in forma assolutamente smagliante. Nel susseguirsi della scaletta, l’Estragon diventa un immenso coro, in ogni canzone Fabio Lione è accompagnato da un pubblico in estasi. Sinceramente, non mi è mai capitato di sentire un concerto con una partecipazione così intensa. I pezzi da novanta della carriera del combo tricolore si susseguono, dalle attesissime “Dawn Of Victory”, “Lamento Eroico”, “Knightrider Of Doom” (ripescando anche l’intramontabile “Land Of Immortals” dal primo “Legendary Tales”) alle nuove estratte dall’ultimo lavoro: “On The Way To Ainor”, e il singolo “Sea Of Fate”. C’è spazio anche per un buon assolo di batteria del fedele Alex Holzwarth, e per un esaltante assolo di basso di Patrice, sulla base della parte strumentale di “Sacred Power Of Raging Winds”. Le emozioni si susseguono ininterrotte, e dopo una superba “March Of The Swordmaster”, condita da un intermezzo in cui Lione fa cantare il pubblico, l’apice dell’esibizione è raggiunto dai successivi due bis: la nuova e sorprendente “Reign Of Terror” (eseguita alla perfezione, con un Lione indiavolato, tra impressionanti scream e clean vocals) e la degna conclusione che porta il nome di “Emerald Sword”, il brano più rappresentativo e famoso della band: il ritornello, ripetuto all’infinito, viene accompagnato dal pubblico ed è quanto di più emozionante si possa sentire ad un concerto metal. Il momento è estasiante, e nonostante sia passata ormai la mezzanotte, la stanchezza non si fa sentire e il pubblico è ancora caldo e presente, ora più che mai. Sulle note dell’outro “The Angels' Dark Revelation” (dall’EP “The Cold Embrace Of Fear”), calano le luci e si chiude questo magico e sorprendente concerto, all’insegna della (per chi scrive) miglior metal band italiana. I 6 musicisti rientrano infine sul palco per il classico inchino, sulle note di “Sea Of Fate” versione orchestrale, salutando il loro pubblico, che li ha accompagnati orgogliosamente durante tutto lo show. Speriamo di riaverli presto nel nostro paese, senza dover attendere altri 9 lunghissimi anni.
Da segnalare l’aspetto tecnico e scenico della band. A chi li taccia di essere solo una band da studio, a chi spara a zero su quanto suonino “di plastica”, a chi sentenzia che Turilli velocizzi gli assoli in studio e altre cazzate simili, dico solo una cosa: assistete ad un loro concerto di persona e, vi assicuro, capirete quanto vi state sbagliando. Lione è in ottima forma fino alla fine, non sbaglia un colpo, i suoi acuti sono perfetti, non vi è un solo calo di voce ed incita il pubblico a dovere. Turilli sweeppa come un pazzo, è uno spettacolo vederlo suonare, e pochissime sono le note fuori posto. Anche lui dimostra un inaspettato carisma e una presa incredibile sul pubblico. Il resto della band è un perfetto bilancio tra tecnica e carisma. Una band professionale insomma, che ci fa capire quanto sia valsa la pena attendere questi 9 anni per vederli suonare live.
E così si conclude questa splendida giornata, all’insegna della musica di qualità delle band d’apertura e della musica trionfale dei Rhapsody Of Fire, che donano all’Estragon un concerto  tanto atteso quanto indimenticabile, in ogni suo aspetto. Complimenti dunque a questi musicisti, che continuano, sempre meglio, a tenere alta la bandiera del metal tricolore.


Setlist:

01. Dar-Kunor (Intro) - Triumph or Agony
02. Knightrider Of Doom
03. The Village Of Dwarves
04. Sea Of Fate
05. Guardiani Del Destino
06. Land Of Immortals
07. On The Way To Ainor
08. Drum Solo
09. Dawn Of Victory
10. Lamento Eroico
11. Holy Thunderforce
12. Bass Solo
13. Unholy Warcry
14. The March Of the Swordmaster
15. Reign Of Terror
16. Emerald Sword


martedì 22 febbraio 2011

OPETH - - - Discography - - -

OPETH
Recensione della discografia.


Descrivere la musica degli Opeth è quanto di più difficile si possa pensare. Sulla carta, si tende a minimizzare la band svedese con la semplice etichetta di “progressive death metal band”. Si, gli Opeth sono questo. Questo e molto di più: la loro musica è poesia, ogni loro album è un viaggio attraverso lidi emotivi raramente riscontrati nell’enorme calderone dell’heavy metal. Ogni canzone trascende da ogni clichè imposto, da ogni regola prescritta, andando oltre tutto questo e regalando delle inimitabili perle di quella che è la musica vera, intesa come arte e come strumento di meditazione. Tutto questo trattato confusionario ed astratto per farvi intendere come sia difficile descrivere le note partorite dalla mente del genio Mikael Akerfeldt (chitarra, voce, mente e anima degli Opeth), e per farvi capire come in questi casi l’ascolto valga più delle parole. Sto parlando di una delle mie band preferite, è quindi normale che io celebri in questo modo una band che mi ha dato molto e che mi suscita ancora un sacco di splendide emozioni ad ogni ascolto. Non è una band per tutti, sono necessarie una buona predisposizione ed una mente musicalmente aperta per capire a fondo questi ragazzi svedesi, ma tante volte capita che sia proprio la loro musica a riuscire ad aprire le menti più ermetiche.

Line Up attuale:

- Mikael Åkerfeldt (Chitarra, Voce)
- Fredrik Åkesson (Chitarra)
- Martin Axenrot (Batteria)
- Martin Mendez (Basso)
- Per Wiberg (Tastiere)


ORCHID
(Anno: 1995; Durata: 65 minuti; Top Song: In The Mist She Was Standing; Voto: 8)

Il primo tassello della storia di questa immensa band. Un concentrato puro di emozioni, e la distesa delle prime importanti caratteristiche del sound tipicamente Opethiano. Il songwriting è molto influenzato dalla scuola death tanto cara al buon Mikael, ma è già pregno di melodie concretizzate da chitarre spesso armonizzate (Iron Maiden docet), su una base di batteria in doppia cassa terzinata. Ne risultano brani lunghi, colmi di stacchi acustici e ripartenze in pieno stile death metal europeo. Ancora oggi è impensabile non rimanere attoniti di fronte a brani come l’opener “In The Mist She Was Standing”, o “Forest Of October”. Il growl di Mikael è ancora piuttosto acerbo, e il pulito (poco presente su questo primo lavoro) necessita ancora di qualche anno per essere considerato un marchio di fabbrica del sound degli Opeth. Lievi difetti a parte, compresa una comprensibile produzione poco potente (che accompagnerà anche i due successivi album), questo LP non può mancare nella collezione di dischi di ogni fan appassionato. Una rara perla da possedere, ed un ottimo inizio a cui avvicinarsi per chi non conosce il mondo degli Opeth.


MORNINGRISE
(Anno: 1996; Durata: 65 minuti; Top Song: Black Rose Immortal; Voto: 8,5)

Le caratteristiche del primo disco vengono riprese invariabilmente nel secondo parto, un solo anno più tardi dal sognante esordio. L’atmosfera poetica ed onirica, le cavalcate in doppia cassa, le chitarre armonizzate e l’interscambio tra growl e clean rimangono elementi inalterati in quello che è considerato, da moltissimi, il capolavoro della band. Ognuna delle 5 tracce presenti, trasuda cattiveria e disperazione dai solchi death metal, intervallati sempre più sapientemente da stacchi acustici di pregevole fattura, che, inevitabilmente, riescono a trascinare l’ascoltatore in un vortice di emozioni sonore mai percepite prima di allora. Su tutti i brani, che splendono di un songwriting sempre più maturo, spicca “Black Rose Immortal”, forse uno dei brani più belli concepiti dalla mente di Akerfeldt: una suite di 20 minuti, ancora oggi la summa del pensiero Opethiano, rappresentato da un viaggio musicale intriso di passione e poesia. Altro highlight del disco è la conclusiva “To Bid Your Farwell”, una lunga ballad acustica (la prima della band), cantata interamente in clean vocals. Semplicemente, un capolavoro della musica.


MY ARMS, YOUR HEARSE
(Anno: 1998; Durata: 62 minuti; Top Song: Demon Of The Fall; Voto: 8)

L’inizio della lenta progressione musicale di Akerfeldt e soci prende il nome di My Arms, Your Hearse. Un titolo strano, per un concept album basato su una storia “romanticheggiante” di fantasmi. L’atmosfera che suscita questo disco è, appunto, fantasmagorica, onirica, disperata, incredibilmente coinvolgente. Lungo il susseguirsi dei brani, oltre a constatare un notevole miglioramento nella prova canora di Mikael, si nota una maggiore virata verso nuove fantasiose aperture tecniche e progressive, pur mantenendo inalterati lo spirito del death (inteso, come ormai abbiamo capito, in un senso tutto Opethiano) e le consuete sezioni acustiche di gran classe. In quest’album i riff sono meno ripetitivi e le canzoni risultano essere più brevi rispetto al passato, rendendo il disco molto scorrevole. “April Ethereal”, “When” e l’oscura “Demon Of The Fall”, sono tutti brani evocativi, eloquenti e significativi per comprendere l’evoluzione del sound e del songwriting di questa band. Interessanti, infine, le due cover bonus poste in chiusura: “Circle Of The Tyrants” dei Celtic Frost, e “Remember Tomorrow” degli Iron Maiden. Giusto per non dimenticare le proprie influenze.


STILL LIFE
(Anno: 1999; Durata: 62 minuti; Top Song: The Moor; Voto: 8,5)

Il nuovo corso della band inizia così. La svolta progressiva viene confermata definitivamente con un altro masterpiece, da molti considerato uno degli apici creativi degli Opeth. La produzione si raffina ulteriormente, ed una nuova storia di amore fantasmagorico fa da sfondo a sette tracce riuscitissime, dove i ritmi vengono generalmente rallentati, e le sezioni acustiche sono finalmente incastonate a dovere all’interno dei brani, distribuite con una ricerca dell’arrangiamento perfetto e con maggior continuità con le parti più ruvide. Da notare la bella opener “The Moor”, che (pur mantenendo intatte le consuete caratteristiche) fa subito intendere all’ascoltatore quale sia il nuovo corso evoluzionistico del gruppo, e le due bellissime ballad acustiche, “Benighted” (quando una semplice chitarra acustica può fare miracoli), e la superba “Face Of Melinda”, gioiello delicatissimo e decadente. Un altro capolavoro semplicemente imperdibile. E’ in questo album che il growl ed il clean di Mikael raggiungono un elevato e indiscutibile livello di completezza e profondità, tale da renderli un trademark nel loro sound.


BLACKWATER PARK
(Anno: 2001; Durata: 67 minuti; Top Song: Harvest; Voto: 9)

Sulla falsariga del precedente Still Life viene composto questo Blackwater Park, l’album più famoso e conosciuto della band, che ha permesso loro di varcare le soglie dell’anonimato e di espandere la propria popolarità ad un pubblico sempre più vasto. I tempi e le partiture progressive prendono sempre più spazio, di fatto eliminando riff troppo aggressivi e death-oriented, a favore di lunghi mid-tempo di stampo quasi alternative, conditi da un’ onnipresente ed affascinante aura oscura e malinconica. L’album è coinvolgente al punto giusto, in bilico tra i profondi growls e le sempre più convincenti partiture di canto pulito del buon Mikael, tra pezzi metal e pezzi acustici. Ormai la band ha ben abituato il proprio pubblico ad un certo tipo di sonorità, che vengono a tutt’oggi utilizzate nella discografia più recente. Ogni brano funge da potenziale biglietto da visita per la band, ma su tutti risaltano la spiazzante “Bleak”, la sublime ballad acustica “Harvest” e la terremotante title-track conclusiva, “Blackwater Park”. Infine un cenno sull’artwork, sempre scarno ma essenziale, freddo e cupo, che lascia trasparire, da sempre, le tematiche della band: decadenza, poesia, arte. E queste sono solo alcune delle parole chiave per descriverne il contenuto. Se volete conoscere gli Opeth odierni, non fatevi sfuggire questa perla.


DELIVERANCE
(Anno: 2002; Durata: 61 minuti; Top Song: Deliverance; Voto: 7)

Dopo il successo ottenuto con l’ottimo Blackwater Park, la band si rende autrice della (finora) unica prova poco riuscita nella sua storia discografica. Deliverance nasce dall’idea di creare un album orientato su sonorità prettamente death metal, contemporaneamente alla creazione di un album “gemello” di brani acustici (il seguente Damnation). Questo nuovo platter è formato da 6 brani, di cui uno è un semplice e breve intermezzo di chitarra. La lunghezza dei brani torna ad essere considerevole. Nonostante l’interessante idea dei due album contrapposti, questo Deliverance, salvo un paio di brani davvero riusciti (la title-track “Deliverance” e “A Fair Judgment”), non presenta grosse idee innovative, andando a ricadere su riff poco convincenti e fin troppo ripetitivi, dove certe parti sembrano quasi risultare addirittura troppo forzate. Comunque Deliverance non è certo un album da dimenticare, in primo luogo perché i due succitati brani valgono da soli il prezzo del disco, e in secondo luogo perchè l’eleganza nel songwriting e le classiche caratteristiche del sound Opethiano restano inalterate. Forse però, alla luce dei precedenti capolavori, è inevitabile aspettarsi di più, da una mente prolifica come quella di Akerfeldt.


DAMNATION
(Anno: 2003; Durata: 43 minuti; Top Song: Windowpane; Voto: 9)

Detto fatto: Mikael ci fa subito dimenticare il mezzo passo falso di Deliverance già l’anno seguente, con lo splendido Damnation, il “fratello buono” del precedente lavoro. Infatti, trattasi di un capitolo molto particolare nella loro discografia, teso a sottolineare ed esaltare maggiormente l’aspetto poetico e “settantiano” (sentite la conclusiva “Weakness”) della musica degli Opeth. Ecco che troviamo al nostro cospetto 8 brani, quasi totalmente acustici ed in chiave pulita, in cui non v’è traccia né di partiture metal né di growls infernali. Il risultato è un gioiello di delicatezza ed appassionante carica emotiva, che trova i suoi apici nella progressiva “Windowpane” e nella toccante “Hope Leaves” (a suo dire, la preferita dello stesso Akerfeldt). Anche gli altri brani sono degli di nota, e tutti concorrono nell’intento di sprigionare emozioni infinite, attraverso arrangiamenti chitarristici esemplari, accompagnati dalla calda voce di Mikael, libero di esprimersi solo su tonalità pulite. In quest’album compare la tastiera di Per Wiberg (che proprio in questo anno viene ufficializzato come primo tastierista della band), dando un tocco magico al sound, che riporta direttamente al prog rock degli anni ’70. Insomma, un esperimento riuscito in pieno, un’opera passionale, rilassante ed evocativa, che ogni ascoltatore di buona musica non può non apprezzare.


GHOST REVERIES
(Anno: 2005; Durata: 66 minuti; Top Song: Ghost Of Perdition; Voto: 8,5)

A due anni dall’ottimo esperimento Damnation, il nuovo capolavoro di Akerfeldt e soci porta il nome di Ghost Reveries: titolo eloquente che, a partire dalla bella copertina, ci porta a rivivere alcune atmosfere spettrali attraverso la musica degli Opeth. Il growling di Mikael, dopo l’esperienza Damnation, inizia a diminuire sempre maggiormente, lasciando sempre più spazio a clean vocals coinvolgenti, calde ed evocative. L’album presenta 5 brani “metal”, di cui 4 con lunghezza superiore ai dieci minuti, e 3 ballad più brevi, sempre più influenzate da un apprezzato gusto per l’atmosfera prog rock anni’70, tanto cara al leader della band. Dopo le poche idee di Deliverance, il ritorno degli Opeth a sonorità metalliche ed aggressive, è segnato da un ritorno folgorante ad idee ispirate e geniali da parte di Mikael. Ne risulta un album intenso, incredibilmente fresco e coinvolgente, in bilico tra ritmi alternative, sfuriate doom-death e progressive. Tutto questo è riscontrabile in brani come l’ipnotica opener “Ghost Of Perdition”, il cavallo di battaglia “Harlequin Forest”, o la conclusiva ballad “Isolation Years”, gioiello delicato di musica vera ed ispirata. Un album quindi vario e complesso, da capire ed apprezzare con più ascolti, ed una palese prova che Akerfeldt e soci, dopo 10 anni di carriera discografica, hanno ancora molto da dire.


THE ROUNDHOUSE TAPES
(Anno: 2007; Durata: 96 minuti; Live Album; Voto: 9)

Prima testimonianza live per i nostri, che in un’ora e mezza e più di set-list, incarnano pezzi storici e recenti all’interno di una prestazione di fuoco. Gli Opeth, oltre ad essere una band validissima su disco, dimostrano una spiccata abilità live, nel saper riproporre con egregia tecnica il loro repertorio: non una nota fuori posto, non una divagazione strumentale. Tutto è riproposto fedelmente, come su disco, e ciò rende un concerto degli Opeth un evento di musica di classe, un evento da gustare appieno per la magia che sa sprigionare. Suoni perfetti, puliti, la voce di Akerfeldt è in perfetta forma, e gli altri strumentisti svolgono professionalmente e senza sbavature il loro ruolo. Non da meno è la scaletta, che va a ripescare, saggiamente, brani storici da ogni disco (eccezion fatta per Deliverance), e non c’è nulla di più appagante nell’ascoltare brani come “Night And The Silent Water” (da Morningrise), o “Under The Weeping Moon” (da Orchid) con una produzione nuova e più potente, che ci da conferma che i vecchi brani, nonostante la loro scarsa produzione originale, sono tutt’ora validi e sublimi come un tempo. Il fedele pubblico è caldo, si fa sentire, e Mikael ci interagisce, traendone spesso dei simpatici siparietti (sentite come presenta i componenti della band, che improvvisano un motivetto, alla fine della maestosa “Blackwater Park”). Artisti unici ed inimitabili, anche dal vivo. Sentire per credere.


WATERSHED
(Anno: 2008; Durata: 55 minuti; Top Song: The Lotus Eater; Voto: 8)

Il titolo nel nuovo capitolo targato Opeth è tutto un programma: “spartiacque”. Per vedere a cosa si riferisca tale titolo, dovremo aspettare i futuri lavori della band svedese, ma intanto ci accontentiamo di questo Watershed: un album vario, difficile da descrivere, dal gusto sempre più “retrò”, per via di atmosfere settantiane (la ballad “Burden”, o la lunga “Hessian Peel”) o quasi “barocche” (come altro si può definire un capolavoro di complessità stilistica come “Lotus Eater”?!) sempre più palpabili. I brani sono più brevi (intorno agli 8 minuti, generalmente), il growl lascia sempre più spazio a calde clean vocals, i ritmi delle song sono lenti, nella maggior parte dei casi, rendendo tutto il disco molto pacato e “riflessivo”, lontano dalle prime produzioni, ma comunque molto variegato negli arrangiamenti e mai noioso. Forse leggermente inferiore ai vecchi capolavori a cui siamo abituati, questo Watershed è comunque in grado di regalarci dei momenti alti ed intensi di musica, a testimonianza di come la mente del leader Mikael sia sempre pronta ad esplorare e sperimentare nuove soluzioni, pur restando ancorata al proprio credo. Arrivati a questo punto, nell’attesa di poter ascoltare in futuro un nuovo album di indubbia qualità, non ci resta altro da fare che rituffarci nell’ebriante viaggio musicale marchiato Opeth.

lunedì 20 dicembre 2010

EQUILIBRIUM - Rekreatur


Una band ancora in equilibrio…

Nome Album: Rekreatur
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 18 Giugno 2010
Genere: Folk Metal/Viking Metal

Introduzione:

Il bel disegno evocativo della copertina ci presenta gli Equilibrium del 2010. La giovane band ha all’attivo, con questo nuovo lavoro, solo 3 album, ma ha saputo, incredibilmente, ritagliarsi un posto di ampio spessore nel panorama del folk metal mondiale. E’ infatti impossibile rimanere attoniti di fronte al loro capolavoro e predecessore Sagas, un album tanto pompato nella produzione quanto capace di evocare atmosfere folk di notevole spessore e coinvolgimento. Dopo l’uscita di Sagas, alcuni problemi di line-up hanno minato la band (in primis, la dipartita del singer Helge Stang), ma questo non sembra aver colpito troppo la bontà del songwriting di questi ragazzi tedeschi. Con questo nuovo Rekreatur, infatti, abbiamo fondamentalmente il connubio e la riproduzione delle idee che hanno fatto grandi l’esordio Turis Fratyr ed il già citato Sagas, senza apportare grosse modifiche al sound corposo e corale della band. Tuttavia il lavoro, come vedremo meglio in sede di track-by-track, presenta delle nuove ottime idee ed arrangiamenti, accompagnati però da vari episodi meno riusciti e con un minor potenziale rispetto agli episodi nei dischi precedenti. D’altro canto, i fan sfegatati del gruppo tedesco difficilmente rimarranno delusi dalle avvincenti melodie e dall’evocativo impianto sinfonico-corale da loro proposto, ormai diventato un chiarissimo ed ineguagliabile marchio di fabbrica (assieme al cantato in lingua madre) nella loro musica. La Nuclear Blast, è risaputo, offre sempre al proprio pubblico delle band molto valide e spesso molto interessanti, tra le quali rientrano anche questi Equilibrium, che nonostante la finora breve esistenza, sono riusciti a portare una buona percentuale di freschezza nell’affollato mercato del power europeo dall’impianto folkloristico. Detto questo, non mi resta che consigliarvi l’ascolto di questo valido album ed augurarvi di restare affascinati da quanto proposto dalle atmosfere e dalla musica degli Equilibrium.


Track By Track:

L’apertura dell’album è affidata a “In Heiligen Hallen”, song perfetta per aprire le danze e far intendere che i cambi di line-up non hanno danneggiato il modus operandi della band. La canzone si protende attraverso una struttura decisamente power-speed, su un tappeto sinfonico-folkloristico notevole, impreziosita da decelerazioni, accelerazioni, numerosissimi stop’n’go e altrettanto numerosi cambi d’atmosfera, che rendono il brano sublime ed elegante, all’altezza di quanto già proposto dalla band in passato. Il timbro vocale del nuovo cantante segue la scia del precedente singer, con numerosi cambi tra stili scream e growl. La successiva “Der Ewige Sieg” ripropone le stesse coordinate stilistiche del brano precedente, ma, essendo più breve, risulta di maggior impatto e, quindi, più diretta. Il brano (scelto, non a caso, come primo singolo) si apre con delle melodie folkeggianti, accompagnate da un roccioso riff di chitarra e da improvvise cavalcate accelerate, fino all’esplosione melodica del ritornello. Un brano quindi, ancora una volta, riuscito e godibilissimo fin dal primo ascolto. Un’introduzione sinfonica ed un riff lento e pesante aprono le danze di “Verbrannte Erde”, cavalcata lenta e possente dove i ritmi vengono quindi rallentati, in favore di arrangiamenti sinfonici battaglieri ed evocativi. A pressare maggiormente l’atmosfera ci pensa il growl di Robert Dahn, che, a lungo andare, a mio avviso, risulta essere fin troppo esageratamente cavernoso per songs come questa. Buono il ritornello, che presenta delle aperture melodiche maggiormente rilassate rispetto alle strofe. Ci pensa “Die Affeninsel” a riportare in auge le fulminanti classiche ritmiche velocizzate della band: dopo alcuni suoni, tipicamente folk, il brano si apre con un riff granitico e roccioso, aprendo la strada ad un up-tempo dalle azzeccate melodie, ma che non riesce a spiccare sul resto, probabilmente anche a causa di refrain o pezzi che non riescono a farsi ricordare come dovrebbero, rendendo così il brano piuttosto anonimo ed amaro nella sua pur spensierata scorrevolezza. Il viaggio prosegue con “Der Wassermann”, song dall’impianto epico e trionfante. Alcune lievi partiture sinfoniche aprono questo mid-tempo dalle aperture melodiche ariose e vincenti. Dopo un breve stacco folk nella metà del brano, la canzone prende velocità per poi rallentare nuovamente nella superba parte finale, incredibilmente epica e trionfante, condita da melodie fresche, solari ed avvincenti. Quindi, dopo una leggera ed apparente dispersione nel susseguirsi iniziale, il brano, determinato da tasselli e riff imprescindibili l’uno dall’altro, risulta riuscitissimo ed avvincente. “Aus Ferner Zeit” è una lunga suite di nove minuti e mezzo di durata, caratterizzata dagli elementi comuni presenti nel sound della band. L’incedere è inizialmente accattivante, i ritmi tornano ad essere accelerati (con accenni di fulminei blast beats), le melodie folkeggianti impreziosiscono sempre la struttura generale (altrimenti piuttosto monotona). Questo brano prende forza, appunto, attraverso le numerose melodie e tramite rallentamenti particolarmente melodici ed evocativi, ma perde un po’ di freschezza durante il suo proseguimento, dove alcune parti sembrano essere state infilate quasi come riempitivo, risultando così piuttosto forzate. E’ il caso, per esempio, dei vari riff suonati senza accompagnamenti sinfonici, posti nella seconda metà del brano. Quindi, alla fine dell’ascolto, non risulta una song particolarmente efficace, a causa di un’eccessiva protrazione poco studiata e, quindi, meno avvincente rispetto ai brani precedenti. Decisamente meglio con la seguente “Fahrtwind”, dal tiro inconfondibilmente marchiato Equilibrium, con velocità d’esecuzione al fulmicotone e melodie trionfanti. Impossibile, con pezzi come questo, non tornare con la mente alla vecchia Blut Im Auge di Sagas, vera perla tra tutti i brani partoriti dalla band. Quindi, un ottimo brano che, date le sue caratteristiche, si presta perfettamente per fungere da potenziale futuro singolo. La lunga “Wenn Erdreich Bricht” potrebbe essere definita la ballad del disco (ballad nell’accezione “equilibriumista” del termine, intendiamoci). Si presenta, infatti, come un mid-tempo epico ed evocativo che non riesce, tuttavia, nell’intento di catturare nella dovuta maniera l’attenzione dell’ascoltatore, forse per un eccessiva ripetitività e per un growl sempre particolarmente esagerato per il genere proposto (secondo il mio parere), soprattutto se abbinato a riff ariosi e, a loro modo, “zuccherosi”. La song viene chiusa da un inciso femminile (da parte dell’ospite Gaby Koss, ex soprano degli Haggard) su base sinfonica, ma ciò non basta per risollevarne l’attenzione. Ed eccoci alla fine, con la lunghissima strumentale (13 minuti) “Kurzes Epos”, che ricalca le orme di Mana, lunga suite strumentale di chiusura di Sagas. Gli ingredienti sono gli stessi, ovvero melodie ed orchestrazioni vincenti e pompose, affreschi epico-battaglieri, accelerazioni-decelerazioni ed atmosfere nordiche ad accompagnare il tutto. E’ palese l’intento dei nostri di rievocare il vecchio brano succitato, ed in fin dei conti, pur non aggiungendo nulla di nuovo all’album ed alla discografia, la suite risulta piacevole ed abbastanza scorrevole nei suoi interscambi umorali e d’atmosfera, senza dilungarsi in partiture troppo dispersive. In conclusione, siamo dinnanzi ad un nuovo album riuscito e ricco di sfumature, a cui non si può negare qualche piccolo scivolone stilistico. Ma questi scivoloni di certo non intaccano minimamente la qualità della band ed il suo innato…equilibrio.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

La grande forza della band è sempre stata quella di riuscire a sorprendere con arrangiamenti bombastici e ultra-pomposi, accompagnati da semplici ma freschissime melodie, su una base tecnica di tutto rispetto, ma che non spicca per doti particolarmente eccelse. Scordatevi assoli di chitarra o divagazioni simili; troverete solo una doppia cassa che viaggia alla velocità di un treno, accorpata a ritmiche precise e potenti, ma mai solistiche. Pertanto, il nuovo drummer Tuval  Refaeli, la bella bassista Sandra Völkl e le due asce proseguono su territori sicuri e precisi, senza sbavature e senza gloria. Ciò che colpisce, nuovamente, sono gli arrangiamenti folk-sinfonici, che riescono sempre a sorprenderci e ad immergerci nella mitologia degli Equilibrium. Mi sembra giusto spendere due parole sul nuovo cantante Robert Dahn: semplicemente un animale da palco, possiede un timbro scream meno acuto del suo predecessore, e sembra prediligere il growl rispetto allo scream. Con tutta onestà, preferivo il vecchio singer, possessore di uno scream più tagliente ed incisivo. Inoltre, come già detto,  Robert tende ad esagerare nella corposità del growling, rendendo la sua partitura spesso fuori luogo rispetto alla musica. Senza disquisire sulla notevole bontà compositiva della band e sulla buonissima produzione, concludiamo dicendo che Rekreatur è una “creatura” riuscita, inferiore a Sagas ma, forse, rispetto a quest’ultimo, più scorrevole ad un primo ascolto (ed anche più breve). L’immagine di copertina non è certo un capolavoro, ma i suoi colori freddi e l’atmosfera gelida rendono giustizia a quanto composto dalla band. Non conosco il tedesco, pertanto non posso avere voce in capitolo sulle liriche, anche se c’è da aspettarsi che siano fortemente basate, come sempre, sulla mitologia germanica, tanto cara ai nostri. C’è solo da augurarsi che gli Equilibrium non si adagino troppo sul successo di Sagas e che sperimentino sempre di più attraverso il loro sound, ma, intanto, gustiamoci un degno ritorno per una band in continua crescita stilistica.


Tracklist:

01. In Heiligen Hallen
02. Der Ewige Sieg
03.
Verbrannte Erde
04. Die Affeninsel
05. Der Wassermann
06. Aus Ferner Zeit
07. Fahrtwind
08. Wenn Erdreich Bricht
09. Kurzes Epos


Voto: 8/10


 

martedì 14 dicembre 2010

FREEDOM CALL - Legend Of The Shadowking

Che squillino le trombe!


Nome Album: Legend Of The Shadowking
Etichetta: SPV
Data di uscita: 01 Febbraio 2010
Genere: Power Metal



Introduzione:

“Ti piacciono i Freedom Call?” “Chi, quelli delle trombette?” Ormai le poche persone che ne hanno sentito qualche brano riconoscono in questo modo la band power metal tedesca. Una band nata dalla mente del batterista dei Gamma Ray (Daniel Zimmermann) e dell’amico Chris Bay, che dal lontano 1999 in poi è riuscita a sfornare album validissimi, seppur fortemente basati ed ispirati ad un canonico power metal di stampo epico e decisamente “gioioso”. Caratteristiche che hanno fatto loro conquistare un posto d’onore nel movimento dell’happy metal europeo. Ora, perché le fantomatiche “trombette”? Inutile negare che il loro ricorso al suono delle trombe ha spesso scatenato ilarità da parte dei defenders più accaniti, forse per un loro largo ed imponente utilizzo, soprattutto nei primi tre album. Ma proprio questo suono, a volte al limite del bizzarro, che dà un pesante tocco di pomposa epicità a molti pezzi della band, è diventato un assoluto marchio di fabbrica, targando a fuoco capolavori come i primi 3 album (“Stairway To Fairyland”, “Crystal Empire” e “Eternity”, veri masterpieces dell’“happy-trumpet-power metal”). Bizzarro o meno, la band ha visto crescere a dismisura i fans e i consensi, pur non brillando mai per prestazioni live troppo impegnate o precise, ma sicuramente distensive e coinvolgenti. Il segreto della band consiste nel trovare sempre soluzioni molto azzeccate, veri e propri inni di battaglia dal “tiro” ineccepibile e fottutamente power, aiutati da cori magniloquenti e trionfanti, senza bisogno di ricorrere a divagazioni prog, assoli del secolo, o chissà che altro. Un gruppo puro, indubbiamente, nato per divertimento e per divertire, con tasselli discografici da ascoltare e riascoltare, in giornate tristi, per ritrovare la voglia di vivere. Dopo il buonissimo Circle Of Life (maggiormente orientato verso granitici mid-tempos) e lo scarso Dimensions (dove non v’è traccia delle usuali trombe), tornano nel 2010 con Legend Of The Shadowking, che si presenta, purtroppo, come un altro piccolo passo falso, anche se, in fin dei conti, meno falso del suo diretto predecessore. L’idea lirica è basata su un concept (il quinto della band) che ruota attorno alla storica figura di Re Ludovico II di Bavaria, ma il problema fondamentale è che la musica non fa respirare alcuna aria storica od epica, e questo credo sia un elemento fondamentale nella creazione di un concept storico come questo. L’ispirazione in questi ultimi anni, pertanto, sembra essere venuta meno, rispetto all’epoca delle trombette. Che quindi quest’ultime dessero loro la giusta ispirazione? Se così fosse, non dovremmo esitare a rivolerle indietro nel loro sound:  ingombranti e goliardiche… ma dannatamente Freedom Call!


Track By Track:

Album power + concept storico: cosa meglio di questo binomio può prestarsi ad una bella introduzione sinfonica superbamente arrangiata? Ma qui, di un intro non se ne vede neanche l’ombra: l’attacco diretto è aperto da un incisivo coro su “Out Of The Ruins”, un up-tempo tipicamente power metal. Velocissima, la traccia si staglia su ritmiche battagliere e melodie, tutto sommato, convincenti, che sfociano nell’epico refrain da cantare (come al solito) a squarciagola. Pur essendo priva di tastiere e trombe (ma pregna di cori), rappresenta un’ottima opener, assolutamente convincente, dove lo spirito della band sembra essere rinato. La successiva “Thunder God” cambia subito registro: trattasi di una song più lenta dall’impostazione quasi hard rock, che di power ha davvero poco, se non il refrain, corale e abbastanza convincente. La canzone è in sé piuttosto banale nella struttura, e non lascia segni particolari, ma scorre facilmente anche per la sua breve durata. L’annesso videoclip è, d’altro canto, una cosa davvero orribile, punto. Le cose non vanno meglio con la seguente cavalcata “Tears Of Babylon”, dove compaiono le uniche trombe (rieccole!) dell’album. Anche per questo, è il brano che più richiama il passato, ma lo fa stancamente, con un ritornello ed un incedere generale che, francamente, più scontato di così non potrebbe essere. Per fortuna ci pensa “Merlin – Legend Of The Past” a risollevare l’attenzione. Esplode con un coro oscuro, prosegue in un up-tempo dalle soluzioni musicali azzeccate, per poi sfociare in un refrain epico ed evocativo. Quindi, un ottimo brano (il migliore dell’album, a mio parere) che, guarda caso, è isolato dalla storia del concept (pur essendo, paradossalmente, un concentrato d’atmosfera non indifferente). Un coro asciutto lancia nelle orecchie la successiva “Resurrection Day”, altro up-tempo che alterna delle serratissime strofe, piuttosto scarne e scontate, ad un irresistibile ritornello dai toni happy e molto riuscito, in cui spiccano le consuete doti del drummer Dan, sempre velocissimo, tecnico e preciso. Da notare l’ispirato e veloce assolo di chitarra centrale. Il trittico seguente è rappresentato da una certa atmosfera oscura e plumbea, abbastanza inusuale per la band, rappresentando un discreto esperimento (già iniziato sul precedente Dimensions con The Blackened Sun): si parte con l’introduzione acustica di “Under The Spell Of The Moon”, mid-tempo dall’impianto musicale al limite del gothic, con un Chris Bay che, nel buon refrain accompagnato da drammatici cori e melodie oscure, si cimenta in partiture stranamente baritonali (inusuali per il suo timbro e la sua estensione generalmente elevata) ricordando di striscio il singer degli HIM Ville Valo. In definitiva è un brano piacevole, ma sicuramente non è nulla di sorprendente a livello di songwriting generale. Un po’ meglio la seguente “Dark Obsession”, impreziosita da un’introduzione sinfonica e da inquietanti melodie corali e pianistiche. Anche se rallenta nel buon ritornello, l’incedere del brano è decisamente più granitico e stuzzicante rispetto al brano precedente. Segue “The Darkness”, un titolo abbastanza banale per una buona canzone. Dopo una partenza piuttosto lenta ed oscura, la song sfocia in un mid-tempo dove troviamo delle strofe aggressive e di ottima fattura, impreziosite da ottimi inserti vocali, bridge e ritornello che assumono dei toni quasi gothic, e alcuni inserti elettronici in vicinanza del finale. Tutto sommato quindi si tratta di tre canzoni differenti rispetto al classico stile della band, e l’esperimento risulta riuscito più che degnamente. Si torna a pestare sull’acceleratore con la seguente “Remember!”, un titolo che è tutto un programma: come se i Freedom Call volessero farci “ricordare” qual è il loro genere musicale, attaccano con un coro che sfocia in un up-tempo di stampo classicamente power. Tuttavia la canzone non riesce a brillare, e perde forza soprattutto a causa di strofe banali senza un minimo di innovazione e di un refrain trascurabile e assai poco coinvolgente. Il successivo interludio “Ludwig II” non aggiunge nulla di rilevante all’economia del disco, trattandosi di un breve brano pseudo-sinfonico recitato in lingua madre, preludio alla successiva “The Shadowking”: brano dal taglio piuttosto “sbarazzino” e ritmato, che scorre via senza troppi impedimenti attraverso evocative strofe ed un buon ritornello. La seguente ballad pianistica “Merlin – Requiem”, riprende, come si evince dal titolo, il ritornello della precedente “Merlin – Legend Of The Past” in chiave lenta e sinfonica. La sua breve durata non permette di apprezzarne troppo i contenuti e sarebbe risultata un brano più vincente se fosse stata sviluppata maggiormente. Ma, al di là di questo, risulta comunque un piacevole intermezzo. “Kingdom Of Madness” sembra essere una di quelle song fatte apposta per i live: lo dimostrano un incedere di stampo decisamente hard rock-stradaiolo, un buon ritornello azzeccatissimo per i concerti, ed un (quasi imbarazzante) intermezzo, dove gli strumenti proseguono su una base stazionaria e il ritornello viene ripetuto varie volte, come capita spesso in concerti live dominati da un pubblico sovrano. Chiude l’album una poco degna di nota “A Perfect Day”, che, dopo una buona introduzione dal sapore folk rock, si perde in strofe rockeggianti e in un ritornello eccessivamente allegro e mieloso. Si chiude così, in modo piuttosto inconcludente, la leggenda del re delle ombre, assieme a questo album altalenante che ci dimostra dei Freedom Call in discreta forma, spesso carenti nel lato del songwriting. Questa volta quindi, cari Dan Zimmermann & soci,  niente squilli di tromba.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

La band tedesca non si è mai elevata troppo rispetto agli standard imposti da questo genere, a livello puramente tecnico. Anzi, se proprio dobbiamo essere sinceri, da questo punto di vista, non è mai spiccata, poiché i suoi punti di forza sono decisamente altri. Ma, nonostante questo, possiamo citare il frontman Chris Bay, dal timbro vocale piuttosto morbido e freddo, tutt’altro che aggressivo, ma dotato di un’ottima tecnica vocale e di un’estensione notevole (come dimostra in questo album), oltre che di un certo camaleontismo nel saper interpretare brani di atmosfere differenti. Un singer sicuramente adatto per la proposta del quartetto. Inutile ribadire la bravura del drummer Dan Zimmermann (anche se in tempi recentissimi ha lasciato la band), che i più conoscono soprattutto per il suo operato nei ben più importanti Gamma Ray. C’è da dire però che, nei Freedom Call, il suddetto batterista non è mai riuscito ad esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Per il resto, chitarra e basso svolgono un preciso lavoro, anche se piuttosto standard, senza riuscire a spiccare. Oltre alla discutibile bontà del songwriting, inoltre, mi sento di segnalare che anche la produzione non brilla, tendendo spesso ad oscurare le chitarre (già di per se caratterizzate da un suono scarno) in favore della voce di Bay, facendo perdere impatto e potenza ai brani. Per quanto riguarda la copertina, si tratta di una bellissima immagine che ritrae una sorta di statua di Re Ludovico II, con un mare baciato dalla luna sullo sfondo. I colori sono freddi ed evocativi, perfettamente calzanti con la storia narrata. Quindi eccoci qui, con queste 14 canzoni, fin troppo brevi e spesso mal sviluppate, ma decisamente dirette, che non riescono a farci respirare la giusta atmosfera epica che un concept come questo meriterebbe. Peccato. Intanto cerchiamo di godere dei pochi brani davvero notevoli all’interno di questo album, mentre attendiamo con impazienza che anche i FC abbiano nostalgia del loro stesso passato e tornino a stupirci con le tanto amate-odiate trombette.


Tracklist:

01. Out Of The Ruins
02. Thunder God
03. Tears Of Babylon
04. Merlin – Legend Of The Past
05. Resurrection Day
06. Under The Spell Of The Moon
07. Dark Obsession
08. The Darkness
09. Remember!
10. Ludwig II – Prologue
11. The Shadowking
12. Merlin – Requiem
13. Kingdom Of Madness
14. A Perfect Day


Voto: 6,5/10

mercoledì 1 dicembre 2010

GAMMA RAY - To The Metal!

Coerenza e classe...

Nome Album: To The Metal!
Etichetta: EarMusic/Edel Germany
Data di uscita: 29 Gennaio 2010
Genere: Heavy/Power Metal


Introduzione:

Dopo il tanto bello quanto canonico sequel del loro album più popolare (Land Of The Free), torna una delle realtà più seguite ed apprezzate nel campo del power metal teutonico. Quello, per intenderci, grezzo, graffiante, di stampo prettamente heavy e quindi condito da poche tastiere. Tornano i Gamma Ray, con il sempre adrenalinico leader Kai Hansen (in passato, primo chitarrista degli Helloween e vero inventore del power metal, già dai tempi di Walls Of Jerico e dei due Keeper), che, anche in questo album, dà prova delle sue capacità di compositore di heavy metal ed esecutore. Tornano con un album interessante (anche se non particolarmente brillante per quanto riguarda nuove idee originali), che, diversamente dalle aspettative, è riuscito a colpirmi fin dai primi ascolti. La formula vincente di questa band è sempre stata quella di non cambiare mai, frutto della consapevolezza di aver scritto sempre un fottutissimo power metal condito da heavy (nella loro discografia sono moltissimi i richiami a Judas Priest ed Iron Maiden) e, come si suol dire, formula vincente non si cambia. Pertanto, rieccoci qui, con questo nuovo (si lo so, ormai ha quasi un anno, ma è comunque un prodotto del 2010!) album dallo stampo coerentemente “gammaraiano”, dove, ancora una volta, non troviamo innovazioni o restyling di alcun tipo, ma solo puro power metal, come Kai ci ha sempre abituati. Quindi, intuile dire che si tratta di qualcosa di indubbiamente già sentito, e chi è alla ricerca di novità stilistiche farebbe bene a rimanere alla larga da questo prodotto. Tuttavia i Gamma riescono, pur restando in canonici stilemi, a catturare, grazie probabilmente ad un’attitudine e ad un “tiro” che poche altre band riescono ad avere nel loro campo. Infatti, da grande fan del power metal (oltre che del metal nella sua totale generalità), io per primo riconosco che il mercato di questo sottogenere è affollato ed ormai saturo di band. Band tecnicamente sempre validissime, ma a cui manca il giusto spirito accattivante per essere in grado di essere vincenti. E questo spirito non manca di certo ai Gamma Ray.


Track By Track:

Non poteva esserci incipit migliore di una splendida “Rise”, song in perfetto stile Gamma Ray: intro pulita, strofe indimenticabili ad un’elevata velocità d’esecuzione, arrangiamenti sempre graffianti ed accattivanti. Il ritornello particolarmente melodico si impregna in testa per non uscirne più. Quindi un’ottima partenza che richiama gli ultimi lavori della band (Majestic e LOTF 2, giusto per fare un paragone diretto). Il seguito è affidato ad una song di facile impatto, la piuttosto classica “Deadlands”. L’impianto generale è improntato verso un heavy-power molto caro alla band tedesca. Le melodie nel refrain ammiccano verso delle soluzioni meno ricercate rispetto al precedente brano e quindi più immediate, ma, ciò nonostante, rimane comunque un brano di grande impatto ed orecchiabilità, con alcuni inserti più velocizzati ed un assolo di chitarra sparato a mille. Rallentano i ritmi, per lasciar spazio all’incedere prettamente hard rock-heavy metal della successiva “Mother Angel”, sicuramente un buon brano, anche se piuttosto canonico (soprattutto il refrain) e fin troppo standard. Buona e melodica la parte solistica, accompagnata da lievi partiture di tastiera. In fin dei conti, si tratta di un brano piacevole da ascoltare, seppur scontato, che di certo non farà gridare al miracolo per innovazioni particolari. Il livello qualitativo dell’album si alza con la struggente “No Need To Cry”, una ballad corposa lenta e melodica, che riporta alla mente grandi lenti della band come Lake Of Tears. Accompagnata da un piglio orchestrale e pianistico delicato e perfettamente incastrato nella struttura, la canzone si sussegue tra momenti altamente emozionanti (come il ritornello e la sezione d’assoli), “rovinati” forse, a livello atmosferico, solo da un bizzarro intermezzo acustico, cantato dal bassista Dirk Schlächter. Questo interludio, particolarmente allegro, stacca troppo dal resto dell’atmosfera emozionante e malinconica della canzone, risultando pertanto un po’ fuori dal contesto. Tuttavia, dopo vari ascolti, riuscirete ad abituarvici. Segue un altro ottimo brano, il più oscuro dell’album: “Empathy”. Trattasi di un buonissimo mid-tempo particolarmente aggressivo e carico di pathos, come si intuisce anche solo dalla semplice introduzione in chitarra pulita. Non brilla certo per troppa originalità in ritmiche o struttura, ma questo brano è comunque in grado di colpire positivamente l’ascoltatore. Se non altro perché è un pezzo abbastanza inusuale nello stile della band. Arriviamo all’unico vero anello debole del full lenght, la title-track “To The Metal”: un brano che lascia l’amaro in bocca da quanto scontato e piuttosto inutile all’economia dell’album. Diciamocelo, hanno voluto fare una classica tamarrata, come si intuisce già dall’eloquente titolo, inserendo un brano di chiaro stampo heavy metal anni ’80. La riproposta dello stile dei noti  Manowar è lampante, e, certo, lo scialbo ritornello non aiuta a farci apprezzare questa song dallo scorrere, quindi, piuttosto banale. Passiamo oltre con “All You Need To Know”, song particolarmente cattiva nel suo incedere, il cui intro è affidato a dei riff feroci ed aggressivi. La canzone vede la partecipazione, nel ritornello, del mitico ex-Helloween Micheal Kiske alla voce (come già accadde su Land Of The Free), ma, nonostante la sua presenza, il ritornello, a causa di una sua eccesiva “zuccherosità” fa perdere forza al brano. “Time To Live” riprende le redini della band, cavalcando su sentieri heavy-power non particolarmente veloci. Il brano si sussegue senza troppa originalità, ma il suo ritornello catchy e il suo incedere lo rendono dannatamente coinvolgente, spingendo l’ascoltatore ad ulteriori ascolti. La seguente “Shine On” viene introdotta da un virtuosismo di basso, e prosegue tra strofe malvagie e violentissime (con Kai Hansen tramutato in un Rob Halford incazzatissimo), ritornelli più ariosi e corali, precisi intermezzi solistici di basso e chitarra. Un buonissimo brano quindi, molto diretto e dalla rapida scorrevolezza. Alcuni suoni di tastiera introducono la conclusiva “Chasing Shadows”, un brano power metal abbastanza standard e canonico che però, come al solito, possiede un tiro ed un piglio azzeccatissimo per non scivolare nel baratro della banalità. Doppia cassa incessante, ritmiche serrate e sottili tappeti tastieristici condiscono questo brano, che acquista ancora più spessore a partire dalla strana e particolare sezione di assoli (ne compare anche uno di tastiera, lanciato a folle velocità, insolito per la band). Perciò, senza tanti fronzoli, questi dieci brani di To The Metal ci consegnano i Gamma Ray del 2010: dei musicisti preparati, con molta esperienza ed in ottima forma, in grado di regalarci ancora, dopo tutti questi anni, dei notevoli episodi musicali.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

To The Metal è quindi un album buono, che di certo non mancherà di soddisfare i palati affamati di power “made in Germany”, o meglio, il power “made in Kai Hansen”. Parliamo proprio di lui, l’internazionalmente noto “zio Kai”, l’inventore indiscusso del power metal con i suoi ex-Helloween, leader instancabile e totalmente devoto alla fiamma dell’heavy metal: anche in questo disco, la sua prestazione canora è intrigante e maligna. Pur non essendo tecnica, la sua voce riesce sempre a trasmettere, proprio perché il suo timbro è immediatamente riconoscibile. Fenomenale nelle frequenze alte ed oscura nella frequenze basse, è un trademark nel sound della band, e, di certo, dona quel qualcosa in più ai brani (un po’ come Hansi nei Blind Guardian, insomma). Dan Zimmermann, asso indiscusso dietro alle pelli e macchina da guerra in sede live, riempie alla perfezione e non manca di inserire qualche passaggio più tecnico e più studiato, rispetto ad una canonica doppia cassa sparata a mille. Henjo Richter, chitarrista dal faccino tutt’altro che plumbeo, ci propina impareggiabili assoli di chitarra, ispirati e, come sempre, ottimamente eseguiti. Ed infine Dirk Schlächter, si riconferma bassista completo sia dal punto di vista tecnico che ritmico, eseguendo degnamente il suo sporco compito. Tralasciando le consuete ottime produzioni e i suoni perfettamente bilanciati in fase di mixaggio, la band, è superfluo ribadirlo, tecnicamente ci sa fare e lo dimostra anche in questo nuovo lavoro. La copertina è, a mio avviso, una delle più belle e cariche di colori tra quelle utilizzate per un disco dei Gamma Ray, e risulta decisamente azzeccata per il titolo dell’album ed i suoi contenuti musicali. Capolavoro della band? Album dell’anno? No, sicuramente no. Resta un album godibilissimo di sano e saziante power metal europeo, dall’inizio alla fine (ok, sorvolando sulla title-track), con buonissimi episodi ed altri un po’ meno convincenti. Un album che non spicca, come già detto, per originalità, non spicca per idee nuove e non mancherà di dare numerose sensazioni di deja vù, ma che vince sul lato carismatico ed è in grado di farci muovere la testa e le dita a ritmo. E, permettetemi di dirlo, dai grandi Gamma Ray pretendiamo proprio questo, e nulla di più.


Tracklist:

01. Rise
02. Deadlands
03. Mother Angel
04. No Need To Cry
05. Empathy
06. To The Metal
07. All You Need To Know
08. Time To Live
09. Shine Forever
10. Chasing shadows


Voto: 7,5

giovedì 25 novembre 2010

MANTICORA - Safe


Dalla Danimarca con molta cattiveria…

Nome Album: Safe
Etichetta: Nightmare Records
Data di Uscita: 21 settembre 2010
Genere: Thrash/Power Metal

Introduzione:

Alzi la mano chi conosce i Manticora: chi sta alzando la mano in questo momento ha tutto il mio rispetto. Si tratta di una band Danese, ormai attiva da svariati anni ed avente sulle spalle una lista discografica comprendente lavori di tutto rispetto. Partiti più di un decennio fad con un power abbastanza canonico, di stampo europeo, ma in cui già si intravedeva qualche novità rispetto allo standard, si sono poi evoluti in un sound molto più violento ma comunque melodico. Un sound che deve moltissimo al power americano degli Iced Earth e al power teutonico dei maestri Blind Guardian (il tutto mescolato e ripreso con gusto e molta personalità). L’unica sfortuna di questa grandissima band è quella di non essere mai stata in grado, volente o nolente, di sfondare come merita. Infatti, resta ancora un gruppo che non possiamo annoverare tra i “big” della scena metal, ma che meriterebbe, oggettivamente, un posto in questo grande podio. Si ripropongono nel 2010 con questo settimo album, come al solito, ricco di idee, che non tradisce le aspettative, e che, fondamentalmente, non presenta grosse innovazioni in più rispetto al passato. Le coordinate sono sempre basate su un power metal fortemente condito da esplosioni thrash, il tutto trasportato in una base di violenza sonora a cui è impossibile rimanere indifferenti. E così è anche per questo Safe, dove, tuttavia, troviamo una sterzata sempre più abbondante verso sonorità thrash, molto più pesanti rispetto al passato. Se, nella tendenza (di mercato, soprattutto) da parte di molte metal band, c’è l’avvicinamento a suoni più melodici e pacati, così non è per i Manticora, che sembrano voler stupire sempre di più, incentivando il lato sporco e ruvido e togliendo una piccola fetta alla melodia. Quindi, buoni e lodevoli gli intenti, anche se, come fan e “follower” della band, mi sento di poter dire che l’album non mi ha colpito come altri capolavori del passato. I picchi qualitativi raggiunti dallo stupefacente 8 Deadly Sins o dalla saga horror di The Black Circus I & II, non vengono toccati da questa nuova fatica, pur restando un buon album che si lascia ascoltare con piacere. La tracklist è una cascata di metallo incandescente: 7 brani per 50 minuti di thrash-power di classe e potenza, nessuna ballad, pochi  stacchi melodici. Questo è Safe, per voi.


Track By Track:

L’attacco è affidato a “In The Abyss Of Desperation”, che inizia con un riff thrash, per poi alternare pezzi più melodici ed altri più pesanti, ritornello melodico al punto giusto ed un ottimo assolo chitarristico, accompagnati da un’onnipresente doppia cassa. In fin dei conti, si tratta di un classicissimo brano alla Manticora, e come tale si farà sicuramente apprezzare dagli amanti di queste sonorità. La seguente “Silence The Freedom”, segue la scia della precedente traccia. Da segnalare un ritmo in terzinato ed una lieve diminuzione di velocità, elementi abbastanza inusuali per il sound del gruppo. A metà canzone si presenta un breve intermezzo rallentato, dal sapore quasi orientaleggiante. Finale affidato ad un massiccio riff che sfuma, accompagnato da una martellante doppia cassa. Nonostante la buona fattura del pezzo, la musica scorre senza lasciare particolari impressioni in testa. Proseguiamo con la successiva “Complete”, che si apre su un riff di grande impatto, pesante e sincopato, per poi lasciare spazio a ottime melodie accompagnate da una lieve base di tastiera. Quindi, su una struttura lenta e cupa, si susseguono ottimi i riff, anche con qualche accenno progressive e ficcanti accelerazioni nel ritornello. Tuttavia quest’ultimo pecca un po’ di anonimato, e si disperde nell’incedere del brano, che diventa quindi privo del giusto spessore. Da qui in poi i brani diventano più interessanti e risollevano la qualità del disco: “From The Pain Of Loss (I Learned About The Truth)” è il singolo scelto per anticipare l’album, ed è accompagnato da un tamarrissimo videoclip in cui compaiono fiamme a dismisura che avvolgono la band, intenta a suonare. Tralasciando questo aspetto, il brano (il più corto dell’album, 4 minuti e 37 secondi) è indubbiamente molto valido. Ancora una volta, i ritmi vengono generalmente rallentati, lasciando spazio ad un incedere molto pesante e di matrice thrash, con parti più melodiche in prossimità del ritornello e dell’assolo. Interessanti gli interventi di growl, estremamente profondo e maligno. “A Lake That Drained” è, secondo il mio parere, il brano più riuscito dell’album. Nonostante non vi sia nulla che brilli di una nuova luce, i ritmi tornano ad essere dannatamente veloci e potenti, e torna un po’ il sentore degli ultimi lavori della band. Il ritornello è quanto di più bello si possa sentire in un album dei Manticora: corale, melodico ed oscuro come pochi, sa catturare l’attenzione e si impianta nella mente fin dai primi ascolti. Un ottimo brano quindi, che, una volta concluso, lascia spazio ad un altro highlight del disco, ovvero “Carrion Eaters”: brano dalle belle melodie, aperto da uno straordinario riff sincopato di chitarra. Il ritornello segue gli ingredienti del refrain della song precedente, ovvero doppia cassa, coro ed una certa oscurità melodica intrinseca. Dopo quest’ottima song, che, ad ogni modo, non aggiunge nulla di particolarmente innovativo al suono a cui i Manticora ci hanno abituato, l’album si chiude con la title-track “Safe”: in questa lunga suite, che tocca i 14 minuti di durata, c’è un po’ di tutto ciò che ha reso grande e particolare la musica del combo danese. Dopo un’introduzione breve di chitarra pulita, il brano (praticamente una profusione continua di metallo ruspante) prosegue, temerario, attraverso varie sfumature e cambi di tempo, mantenendo comunque un’impostazione prettamente “metal”. Quindi, per i primi 10 minuti, poco spazio è lasciato ad aperture melodiche, che, invece, spesso ci aspetteremmo di ritrovare in una metal-suite. E’ un continuo succedersi di riffs incazzati ed incastrati ad arte, impedendo cali di tensione. Gli ultimi 4 minuti sono affidati ad una parte più lenta e melodica, guidata da una lieve chitarra acustica. Così si conclude questa ulteriore buona prova della band, senza tuttavia aggiungere nulla di troppo nuovo per il genere intrapreso.

Considerazioni Tecniche e Conclusive:

L’intero lavoro è una sequenza musicale decisamente compatta e coerente, senza troppi cali di tensione. Tuttavia, il grande limite dell’album è che questa coerenza sfocia, a lungo andare, in una certa sensazione di ripetitività. La mancanza di ballad influisce del resto negativamente su questo aspetto, portando quindi l’album ad essere abbastanza pesante nella sua intera durata. Inoltre, come già detto, anche dopo ripetuti ascolti, le canzoni in linea di massima tendono difficilmente a stamparsi nella mente (salvo eccezioni). Nonostante tutto questo, rimane comunque un buonissimo lavoro, composto con grande perizia tecnica e molta inventiva nella successione dei riff e degli arrangiamenti chitarristici. Il singer Lars, pur essendo una voce particolarissima, subito riconoscibile, che dona una dimensione cupa alla musica dei Manticora, tesse tuttavia delle trame vocali che risultano essere spesso piatte e ripetitive. Ma in fondo, questa è sempre stata una caratteristica del sound della band, il quale, senza Lars, non acquisterebbe più quella dimensione cupa che rende i Manticora così unici e particolari nel loro genere. Ovazione di tutto rispetto per i restanti musicisti: la coppia d’asce tesse vortici chitarristici sempre ottimi ed ispiratissimi, e la sezione ritmica lavora con estrema precisione chirurgica, con un NOME dietro alle pelli sempre ispirato e mostruoso. Tuttavia in questo nuovo Safe, a livello sia di partiture che di produzione, la batteria non risalta come nelle precedenti releases, dove invece era estremamente martellante e sicuramente più incisiva e dominante. Le partiture di tastiera sono più povere e rare rispetto al passato; scelta indirizzata probabilmente anche dalla decisa sterzata thrash nel sound. Un’ultima parola sulla copertina: il simbolo dei Manticora su uno sfondo completamente nero. Quindi nulla di più scontato, una copertina decisamente trascurabile, che non rispecchia quella che è la qualità dell’album. Artwork a parte, tenendo quindi conto come sia difficile, al giorno d’oggi, riuscire a comporre un album che suoni fresco e, tutto sommato, abbastanza originale, e tenendo conto anche della genialità innata di questi 5 musicisti danesi, non possiamo far altro che issare un deciso pollice in su per i Manticora.


Tracklist:

01. In The Abyss Of Desperation
02. Silence The Freedom
03. Complete
04. From The Pain Of Loss (I Learned About The Truth)
05. A Lake That Drained
06. Carrion Eaters
07. Safe (Searching / A Miracle / Fading / End (less)


Voto: 7,5

domenica 21 novembre 2010

AVENGED SEVENFOLD - Nightmare


Quando un illustre ospite non basta…

Nome Album: Nightmare
Etichetta: Warner Bros Records
Data di uscita: 27 Luglio 2010
Genere: Alternative Metal/Heavy Metal

Introduzione:

Avenged Sevenfold. Al solo pronunciare il nome della band americana, tre quarti della popolazione metallara italiana sente brividi di disprezzo e disgusto. Pare, infatti, che i bei ragazzoni americani siano particolarmente disprezzati nel nostro paese, forse per quella loro tendenza modaiola e d’immagine, che li vuole rappresentare come emo-metal-core band. E, forse, così un po’ sono partiti, con un paio di album di metalcore, se vogliamo, adolescenziale, melodico, ruffiano e graffiante, affiancato spesso da pesanti parentesi punk-hardcore (sentire la canzone Streets per averne un’idea). Dopo, quindi, album non indispensabili al popolo metallico, ma comunque validi, ci sorprendono nel 2005 con City Of Evil: album davvero notevole, che inizia a mescolare metal più “maturo”, molta classe e tecnica, con una consueta attitudine glam-emo-punk. Il successore è l’omonimo del 2007, che tenta di seguire le orme del buonissimo predecessore, senza, però, riuscire ad incantare nella giusta maniera. Ed ora, dopo la recente e prematura scomparsa dell’ottimo batterista The Rev, la band si ripropone con questo altalenante Nightmare, album dedicato proprio alla memoria del suddetto mancato batterista. Chi sono, quindi, gli Avenged Sevenfold del 2010? Una band americana consapevole di avere alle spalle un glorioso successo, ma che non sembra tuttavia mai in grado di brillare come potrebbe. Infatti, anche questo nuovo parto discografico sembra confermarlo: vi sono incluse canzoni che risultano, fin dal primo ascolto, troppo dispersive e pretenziose, quasi fossero alla ricerca costante, in modo forzato, di un riff che faccia colpo, che sappia essere catchy. Riff che, però, stenta ad arrivare, o meglio arriva e non conclude, riducendo quindi il disco ad una massa di numerose (brutte) idee mal amalgamate tra di loro. Qualcosa di buono c’è, è innegabile, ma sembra già che il buon flusso creativo della band si sia esaurito con i primi 3 album. Mi auguro di sbagliare, perché tecnicamente la band è validissima e potrebbe essere in grado di stupirci ancora, cosa che, francamente, non è riuscita a fare in questo nuovo lungo album. Passiamo quindi all’analisi precisa del disco.


Track By Track:

L’album esordisce, paradossalmente, con una delle due migliori canzoni del platter, la buona title-track “Nightmare”. Buona la partenza lenta, con melodie oscure e decadenti, che sfocia subito in un pesante e lento riff di matrice thrash-southern. Il ritornello è melodico ed azzeccato. Ottimi intermezzi centrali e assoli condiscono questa song, che, pur non essendo nulla che faccia gridare al miracolo, innegabilmente fa sperare in un buon ritorno della band. Tuttavia, da qui in avanti, le aspettative verranno negate. Infatti, già con la successiva “Welcome To The Family”, si intravedono idee scarse e prive di mordente. L’incedere è ancora affidato ad un mid-tempo, e ben presto compare un ritornello ruffiano e melodico, quasi “collegial punk-oriented”, come varie volte troviamo nella loro discografia. Nonostante il pezzo sia piuttosto scontato, si lascia ascoltare. Il primo vero e totale flop è la seguente “Danger Line”: non lascia alcuno spazio ad idee interessanti o a qualche soluzione ben arrangiata. Tutto suona in modo assolutamente banale, trascinato e senza un minimo di emozione. Imbarazzante e decisamente fuori luogo l’intermezzo pianistico (compaiono perfino delle trombette!), che prosegue fino alla fine del brano. Come se non bastasse, le linee vocali di M. Shadows rendono il tutto ancora più piatto. In poche parole, un brano scialbo ed insignificante. E l’ora della prima (semi) ballad del disco: “Buried Alive”. Per quanto concerne la struttura del brano, sembra quasi che la band voglia rifarsi alle leggendarie One o Fade To Black dei Metallica. Infatti, abbiamo una prima ottima parte melodica, lenta, dolce, arpeggiata ed ispirata, accompagnata da un ritornello distorto più energico. Peccato che, in questo caso, la successiva parte “metal” risulti un po’ scontata, monotona e con poca inventiva, arrivando a privare l’intero brano dell’etichetta di “buona canzone”. La successiva “Natural Born Killer” è il brano più veloce e thrasheggiante del disco. Una canzone in classico stile Avenged. Ottima la partenza, così come l’arrangiamento nell’assolo di chitarra, ma per il resto è un susseguirsi, ancora una volta, di (poche) buone intuizioni miscelate, senza un’apparente logica, ad altre idee confuse. Un brano, quindi, che avrebbe potuto essere sviluppato in una maniera decisamente più ispirata. Piuttosto insipida la successiva ballad melodica “So Far Away”: ancora una volta, fronteggiamo un brano che, pur lasciandosi ascoltare, nasconde delle buone idee che sembrano, purtroppo pigramente, non essere in grado di esplodere e farsi valere. Assistiamo ad una buona ripresa nella parte finale, ma il suo contributo non basta per apprezzare totalmente quest’altro episodio altalenante. Un’elementare introduzione di chitarra pulita ci introduce a “God Hates Us”, che esplode in un riff veloce e cattivo. In questa canzone ricompare il vecchio growl di M. Shadows, abbandonato dopo i primi due dischi. Il brano prosegue su binari di stampo thrash-core americano (a tratti, sembra quasi che la band tenti di scimmiottare i Pantera, con delle insipide convulsioni chitarristiche), rappresentando un episodio solo sufficientemente riuscito e, in fin dei conti, piuttosto fine a se stesso ed insignificante per rialzare le sorti del disco. Come se ciò che abbiamo sentito fin’ora non bastasse, la band ci propina in seguito ben 3 (!) ulteriori canzoni lente, la cui qualità è messa in dubbio da idee trascinate e spesso banali: pare quasi che la band sia esausta e convinta di aver dato al proprio popolo tutto ciò che di meglio potesse offrire, tirando fuori così dei brani assolutamente stanchi e scialbi. Il terribile trittico è rappresentato da: 1- “Victim”, eccessivamente melodica, si trascina per ben 7 lunghi minuti e 30 secondi, non aggiungendo nulla di nuovo al disco, se non un’ulteriore prova che la band è decisamente carente di idee valide. Lo stampo del brano è quasi orientato su un soft-pop-rock radiofonico. Ennesimo passo falso decisamente trascurabile. 2- “Tonight The World Dies” si protende stancamente sulla falsa riga del brano precedente. Inutile dire che arrivati a questo punto la noia prevale su ogni altra piccola speranza di poter sentire qualcosa di veramente valido. 3- “Fiction”, brano atipico e davvero strano. Trattasi di un brano scritto dalla scomparso batterista The Rev, completamente pianistico, a tratti angosciante, tra partiture pop, e altre parti più oscure. Ok, cari Avenged, ammiriamo il coraggio di rischiare nell’inserire un brano così particolare, ma il problema è stato averlo inserito in una tracklist già abbondantemente minata e superflua, addirittura dopo due ballad consecutive. Però, al di là di questo, il problema vero è che il brano è assolutamente inconcludente e, come molti altri, si disperde nella sua incoerenza, e conclude le danze lasciandoci l’amaro in bocca. Siamo alla fine, l’ultimo brano dell’album: la lunga (11 minuti di durata) “Save Me”. Finalmente un ottimo brano, che, incredibilmente, colpisce e non stanca. Ma ormai (e per fortuna) siamo alla fine di questo lungo disco. La suite, nella sua lunghezza, mostra finalmente buonissime idee. Pezzi più pesanti si alternano con parti quasi sinfoniche e con partiture classiche nel sound del gruppo. Notevoli le accelerazioni nella sezione degli assoli, seguiti a ruota da una parte in cui sentiamo un Mike Portnoy finalmente ispirato, che richiama moltissimo il suo modo personalissimo di suonare nei Dream Theater. Una parte finale più lenta ed ispirata chiude la song e l’intero album. Peccato che il resto dell’album non sia all’altezza di quest’ultimo episodio.        


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Eccoci alla fine di questo faticoso disco. C’è una cosa da segnalare: l’ospite (ora come ora, a quanto pare, componente fisso) scelto per rimpiazzare il rimpianto The Rev dietro le pelli, è Mike Portnoy, già arcinoto per le sue prestazioni nei progster Dream Theater (che non hanno certo bisogno di presentazioni). Chi conosce Portnoy sa bene che egli non ha certo difficoltà a rapportarsi al modo di suonare dello scomparso The Rev, che era pur sempre un ottimo batterista, con elevato gusto e qualità tecniche. Ma, va detto, la prestazione di Mike, in questo disco, non è assolutamente degna della propria fama e delle proprie abilità. Forse, da lui ci si aspettava decisamente di più. Altra nota di demerito, come già detto, va al singer M. Shadows: la sua voce non brilla di particolari doti tecniche, ma è vincente sul lato carismatico. E’ una caratteristica voce sporca, alta e dal taglio “sleazy” (mi spiego?!), ma si adagia, purtroppo, su delle linee vocali spesso piatte, monocorde e in fin dei conti molto ripetitive. Detto questo,il tasto più dolente resta il pesante macigno del songwriting, come già detto, confusionario e carente di buona inventiva. Tant’è che anche là sopra non sono riuscito a definire un genere preciso, canalizzando tutto in un eloquente ma, ahimè, dispersivo “heavy metal” (in fondo, tutto deriva da lì, no?). Per il resto la band viaggia su produzione buona, ottimi livelli tecnici, come nel caso del chitarrista solista Synyster Gates, o del già citato ospite d’eccezione Mike Portnoy (c’è bisogno di ricordare che tecnicamente è un mostriciattolo?). L’immagine di copertina è molto interessante ed ovviamente adeguata al titolo dell’album, ma non basta a risollevare le sorti di un disco fragile, così come non sono sufficienti solo 3 o 4 canzoni buone su undici tracce totali. Dobbiamo avere ancora fiducia nella band, c’è da sperare che non si montino la testa più del dovuto (o più di quanto non abbiano già fatto), e che riescano a sfoderare un lavoro qualitativamente superiore a questo Nightmare, il quale, credo con sincerità, in futuro girerà raramente nel mio lettore mp3. Nell’attesa della svolta, torno ad ascoltarmi City Of Evil… o magari i Dream Theater.


Tracklist:

01. Nightmare
02. Welcome To The Family
03. Danger Line
04. Buried Alive
05. Natural Born Killer
06. So Far Away
07. God Hates Us
08. Victim
09. Tonight The World Dies
10. Fiction
11. Save Me


Voto: 5,5/10