venerdì 9 settembre 2011

EDGUY - Age Of The Joker


Buffoni, si…ma con gusto e carattere!

Nome Album: Age Of The Joker
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 29 Agosto 2011
Genere: Power Metal/Hard Rock
 
Introduzione:

Quattordici anni sono passati da Kingdom Of Madness, il primo album ufficiale della band di Fulda. Da allora, lo stacanovista ed infaticabile Tobias Sammet ha dato voce ed anima a ben 14 capitoli discografici, (tralasciando live, EP, raccolte, ecc…) tra Edguy ed Avantasia. Il percorso artistico intrapreso dalla band madre li ha portati, dopo una solida base di power metal tedesco e ruspante, di stampo happy-helloweeniano, ad approdare ad un gradevole hard rock dalle tinte power. Infatti, da Rocket Ride (2006) in poi, gli stilemi si sono fermamente adeguati a granitici mid-tempo dal suono moderno e pomposo, sempre accompagnati dalla riconoscibile voce del leader tedesco. Tornano dopo tre anni dall’amato/criticato Tinnitus Sanctus, decisamente l’album più controverso e più distante dalle linee del passato di questa band, ma contenente canzoni ad ogni modo validissime. Il nuovo parto concepito dal buon Tobi e compagni ha nome di Age Of The Joker. Ad un primo impatto, guardando titolo e la dirompente copertina, sembrerebbe di trovarsi di fronte ad un deciso ritorno al passato, tanti sono i richiami a quello spartiacque che fu Mandrake (2001) lavoro intenso ed importantissimo per la band per l’agognato successo mondiale. Tuttavia, le attese vengono smentite, ascoltando questo nuovo lavoro. Delusione? Assolutamente no! Infatti Tobi & Co. riescono a regalare ai fans un ottimo prodotto, dove è, ancora una volta, il rock pesante a prevalere, dotato però di numerosissimi elementi di novità, che rendono il lavoro eterogeneo e godibile dalla prima all’ultima nota, con qualche leggero intoppo. Qui dentro c’è un po’ di tutto: epic, power, folk, rock, ballad, heavy metal, country, glam anni ’80… Insomma, siamo di fronte ad una piccola opera dal sapore intenso e ricca di sorprese. Tutto ciò a testimonianza del fatto che il buon Sammet gode ancora di ottima salute a livello vocale e di un’invidiabile vitalità nel songwriting, nonostante la presenza di qualche canzone non proprio azzeccata negli album più recenti di Edguy ed Avantasia. La passione è ciò che conta, e gli Edguy sono in grado di dimostrarla fino in fondo, soprattutto in sede live. Una band sana e ben ancorata, capace di divertirsi come un tempo, solo con la forza della propria musica, riuscendo al contempo a stuzzicare gli ascoltatori con brani sempre accattivanti e scintillanti: questo non è da tutti, in un sovraffollato mercato musicale come quello odierno, fatto di molti, se non troppi, burattini. Mettetevi comodi, il Joker è tornato.


Track By Track:

Il primo brano di Age Of The Joker, nonché primo singolo con annesso buffo videoclip, porta l’eloquente titolo di “Robin Hood”, un brano lungo ed epico, alla maniera degli Edguy: hammond e una ritmica serrata aprono le porte a riff incisivi e melodici, contornando un ritornello di gran classe, dalle melodie zuccherose ed ariose. Un intermezzo alla Iron Maiden, con tanto di organo e narrazioni, completa gli ingredienti di una song di facile presa e, in fin dei conti, dopo numerosi ascolti, stuzzicante, ma non eccelsa. I 5 burloni iniziano a fare sul serio solo con la seconda traccia, “Nobody’s Hero”: un riff incazzato apre i cancelli ad un veloce brano di stampo heavy metal, pur restando ancorato a fresche melodie nel bridge e nell’ottimo refrain. Su tutto, si snoda una graffiante performance dietro al microfono di Tobias, che dimostra di non aver perso smalto e potenza. Non abbiamo dubbi che tale song, grazie alla sua diretta semplicità, mieterà le sue numerose vittime durante gli show di supporto all’album. Uno dei momenti più riusciti (e anche più particolari) dell’album prende il nome di “Rock Of Cashel”, un mid-tempo divertentissimo, dai toni rock-folkeggianti, dotato di cori e melodie splendidi ed ariosi come pochi. Ancora uno spettacolare Tobias, accompagna un buon lavoro di chitarre ed un arrangiamento davvero ben fatto. Le cose si fanno ancora più interessanti nell’intermezzo dal sapore celtico, con un esaltante crescendo su binari felicemente folk. Impossibile resisterle, ascoltare per credere. “Pandora’s Box” rappresenta un altro riuscitissimo esperimento, grazie all’inserimento, in strofe ed intermezzo, di suoni di chitarre country-rock. La mente sobbalza a certi film western d’annata, con cui si sposa perfettamente il carisma di Tobi. Un’alternanza di riff hard rock e refrain aperti e sinfonici costituiscono questo ottimo mid-tempo, dove i pomposi cori sottolineano semplici, ma efficaci, melodie. Nonostante un assolo di chitarra non troppo esaltante e confusionario, abbiamo tra le mani un brano riuscito, degno dei grandi nomi dell’hard rock mondiale. Gli Edguy azzeccano un colpo dopo l’altro, e la seguente “Breathe” non è da meno, regalandoci un tocco di maggiore velocità. Il brano porta alla mente la vecchia “Out Of Vogue” (su Rocke Ride), forse per i suoni di sintetizzatore dal gusto ottantiano o per una simile impostazione/struttura. Questo buon brano di power metal, in pieno stile Edguy, non apporta nulla di nuovo al sound del gruppo, rappresentando,  tuttavia, un episodio gradevole ed accattivante, grazie alle sempre fresche melodie, soprattutto in bridge e ritornello. Leggero calo di stile, invece, con la successiva “Two Out Of Seven”: un ennesimo mid-tempo introdotto da un suono plasticato di tastiera, costituente una melodia degna di un videogioco anni ’90. Il brano, dotato di un testo spigoloso, è strutturato in maniera tipica, senza scomodarsi minimamente in arrangiamenti più ricercati, approdando ad un ritornello piuttosto scarno. Non è una song brutta o da evitare in tutto e per tutto, ma, in un contesto come Age Of The Joker, lascia un po’ spiazzati, questo si. Altra piccola sorpresa con “Faces In The Darkness” che, dopo un’introduzione acustica, ci travolge con un lento e pesante riff di chitarra alla Zakk Wylde. Strofa accattivante, riff da headbanging sfrenato, ritornello meno vispo, ma azzeccato nel contesto, costituiscono le fondamenta di questo brano. Buono, ma nulla di più, senza risaltare troppo in una tracklist ancora ricca di spunti. Ecco rispuntare il power d’annata con “The Arcane Guild”, up-tempo (finalmente!) accompagnato da un hammond, perfetto nelle gioiose atmosfere di uno stupendo ritornello. E’ proprio quest’ultimo a fare grande “The Arcane Guild”: un refrain su doppia cassa veloce, melodico e gioioso, con cori a dismisura, riporta inevitabilmente alla mente alcuni vecchi brani di stampo simile, rintracciabili in molte opere di Edguy ed Avantasia. Bellissimo anche l’assolo di chitarra centrale, a completamento di un altro highlight riuscitissimo. Introduzione acustica e melanconica, con un Tobias, come sempre, al massimo dell’espressività: è il momento di “Fire On The Downline”, uno dei brani più vincenti di Age Of The Joker e dell’intera discografia della band tedesca. Le tastiere richiamano tantissimo il suono di band hard rock anni ’80 (Tigers Of Pan Tang, Diamond Legs, Bon Jovi, Europe, Alice Cooper, ecc…) e l’intero brano ne ricava questa esaltante atmosfera. Come dichiarato dallo stesso Tobi: “spesso per fare un buon brano, invece di guardare avanti, basta dare un’occhiata indietro nel tempo”. Come dargli torto: il mid-tempo in questione ha davvero un gran tiro, grazie ad un ritornello azzeccatissimo, ruspante ed esaltante come non si sentiva da tempo. Come se non bastasse, gli Edguy ci spiazzano con un ulteriore ottimo brano, ambizioso e ben amalgamato, come “Behind The Gates To Midnight World”: trattasi di una lunga song dove, all’interno, possiamo apprezzare riff di stampo quasi thrash, melodie oscure ed oniriche, un vincente ritornello lento e melodico, quasi malinconico ed una splendida parte intermedia più dinamica e veloce, il tutto compattato in 9 minuti di durata di un brano sperimentale, progressivo e assolutamente di classe. Da dove Tobias tiri fuori tutte queste validissime idee, nessuno lo sa. Manca qualcosa…ma certo, la classica ballad! Gli Edguy, questa volta, la piazzano alla fine della tracklist ed “Every Night Without You” chiude in maniera non troppo originale ma,  sicuramente, piacevole quest’ottimo Age Of The Joker. La song in questione (una rock ballad semplice ed efficace), di stampo “bonjoviano”, riporta alla mente soprattutto la vecchia “Save Me” (Rocket Ride) per certi suoni acustici e per l’atmosfera in grado di emanare, avendo dalla sua parte melodie pop molto gradevoli, suggellate da un ritornello pomposo ed in crescendo. Il minutaggio si esaurisce nel cd player: a noi resta un sorriso di soddisfazione, proprio come il joker in copertina, perché notiamo, con immenso piacere, che gli Edguy trasmettono ancora emozioni positive, grazie alla forza del loro carattere e della loro passione. Semplicemente grandi.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Il grande punto di forza della band, inutile girarci troppo attorno, ruota attorno alla figura di Tobias Sammet, un compositore dotato spesso di ottime idee (in mezzo a qualche lieve scivolone), capace di dare il meglio di sè soprattutto in brani lunghi e strutturati (“Behind The Gates To Midnight World”, “The Pharao”, “The Wicked Symphony”, “Sacrifice”, “The Seven Angels” ecc…), o nelle romantiche e calde ballad (“Anywhere”, “Scarlet Rose”, “Thorn Without A Rose”, “Save Me”, “Land Of The Miracle” ecc…). La band si basa su pezzi spesso diretti ed intriganti, fatti di passione e tanto divertimento, perfetti per essere riproposti on stage, con l’adrenalina a mille. Scordiamoci,  quindi, tecnicismi fini a se stessi o arrangiamenti sopraffini. Come ogni buona rock band che si rispetti, anche i tedeschini di Fulda fanno fuoriuscire dai loro valvolari pezzi semplici, ma intensi e con carattere. Non è da meno questo AOTJ, dove però spiccano dei diversi e numerosi spunti maggiormente ricercati negli arrangiamenti, che rendono più interessante il complesso della tracklist. Ancora una volta, Tobias si dimostra un leader carismatico e vocalmente preparato. La sua voce guida il carrozzone con incisività e quel pizzico di aggressività positiva che rende il tutto più accattivante. La coppia d’asce Jens Ludwig (solista) e Dirk Sauer (ritmica) sciorinano solos e riff piacevoli e spesso molto intriganti, pur restando concisi al contesto “edguiano”, senze eccedere in complessità esecutiva. Anche la sezione ritmica creata da Felix Bohnke (drummer) e Tobias Exxel getta le solide e corpose fondamenta del sound caratteristico degli Edguy: in altre parole, svolgono il loro sporco lavoro, amalgamandosi nel sound, senza risaltare troppo. L’ottima produzione, ad ogni modo, rende giustizia ad ogni singolo strumento, senza allontanarsi troppo dalle produzioni degli ultimi dischi. In questo nuovo lavoro sembra sia lasciato più spazio a partiture di tastiera e campionamenti vari, donando atmosfere diverse ad ogni brano e rendendo, così, interessante l’ascolto. Dando uno sguardo alla copertina, notiamo come in passato la band sia stata in grado di proporre qualcosa di meglio, da tale punto di vista, ma è innegabile che quel joker sorridente e birbante riesca a strappare almeno un sorriso. L’artwork essenziale e comunicativo, quindi, ci conferma che è sempre la musica ciò che deve contare prima di tutto il resto. Quella musica forse ormai priva di una certa dirompente originalità, ma capace di contenere spesso e volentieri ancora molti emozionanti lampi di un piccolo, ma grande, genio chiamato Tobias Sammet.


Tracklist:

01. Robin Hood
02. Nobody’s Hero
03. Rock Of Cashel
04. Pandora’s Box
05. Breathe
06. Two Out Of Seven
07. Faces In The Darkness
08. The Arcane Guild
09. Fire On The Downline
10. Behind The Gates To Midnight World
11. Every Night Without You



Voto: 8/10

giovedì 4 agosto 2011

RHAPSODY OF FIRE - From Chaos To Eternity

La conclusione di un fantasy musical durato 15 anni…

Nome Album: From Chaos To Eternity
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 17 Giugno 2011
Genere: Symphonic Power Metal

Introduzione:

Era il 1997 quando l’Italia ed il mondo metal conobbero, per la prima volta, i Rhapsody Of Fire: da allora, fu un successo continuo ed in costante crescita, in termini di notorietà e di maturità stilistica. Non v’è certo necessità di parlare molto a lungo di questa incredibile macchina musicale, che negli anni ha creato uno stile personalissimo, miscelando metal melodico ed epico con atmosfere cinematografiche, degne dei migliori compositori sulle scene. Fu proprio in quell’anno che i triestini aprirono le danze di una saga, di stampo fantasy, che si conclude oggi, con questo From Chaos To Eternity. 8 album e 2 EP sono serviti per narrare le gesta eroiche dei protagonisti dei due immensi capitoli “Emerald Sword Saga” (1997 – 2002) e “Dark Secret Saga” (2004 – 2011), costituenti una lunga storia, pregna di atmosfere e colpi di scena, scaturita dalla mente prolifica del chitarrista Luca Turilli. Alla luce di quanto fatto dalla band triestina (anche se di Trieste sono solo Luca ed Alex), posso affermare che non c’era modo migliore per concludere la saga come questo FCTE. La storia recente ha visto la band costretta ad uno stop forzato, durato 4 anni (2006-2010), per cause legali con la Magic Music Circle, etichetta di Joey De Maio (bassista dei Manowar), per poi assistere ad un roboante ritorno sulle scene con un capolavoro di power-speed metal come The Frozen Tears Of Angels, con tanto di tour mondiale di supporto (e prestazione divina in quel di Bologna), seguito a ruota dall’immensa creatura cinematografica The Cold Embrace Of Fear (EP). Nemmeno 8 mesi di tempo dopo quest’ultima uscita e riecco la band nuovamente presente sugli scaffali dei negozi. Musicalmente, FCTE prosegue il discorso del full-lenght precedente, tralasciando, in parte, i sinuosi super-arrangiamenti orchestrali dell’ultimo EP, ma arricchendo ancora di più il songwriting con numerosi elementi di maggior personalità e ricercatezza, deragliando così, in parte, dai sicuri binari su cui i ROF hanno costruito la loro passata carriera. Quella è storia: Luca e Alex guardano al futuro, e sembra che la loro vena creativa stenti ad esaurirsi, nonostante 15 anni siano ormai passati dal mitico Legendary Tales. Ancora una volta, quindi, ci troviamo di fronte ad un lavoro estremamente maturo, di sano power-speed con inserti progressivi ed immancabilmente melodico-neoclassici, come da miglior tradizione. Un lavoro corposo e più ricercato, necessitante di vari ripetuti ascolti prima di renderci conto che, forse, abbiamo tra le mani un album ancor più riuscito del come-back di un anno fa. A fans ed appassionati l’ardua sentenza. Si astengano, invece, coloro che fin da principio non hanno mai sopportato i Rhapsody Of Fire…ma non sanno cosa si perdono.


Track By Track:

La consueta introduzione di questo ultimo capitolo della saga, “Ad Infinitum” è già spiazzante: non troviamo, infatti, partiture prettamente ed esclusivamente sinfoniche, ma ci pensa una chitarra distorta e funambolica ad introdurre la voce dell’immancabile narratore Christopher Lee (in quest’album, all’ultima sua apparizione con i ROF), supportato dalle classiche melodie sinfoniche, oscure ed atmosferiche, della band. Preludio perfetto per la title-track d’apertura, “From Chaos To Eternity”. Dotata di un sound incisivo e diretto, la canzone si snoda tra strofe sussurrate, ripartenze in blast-beats, melodie su melodie, voci su voci, che esplodono in un ottimo refrain, in classico stile rhapsodiano, in cui l’atmosfera epica e trionfale è assicurata. Il brano risulta molto vario, fresco e vincente nel saper proporre nuovi elementi in uno schema musicale già spesso usato dalla band di Trieste. La ripresa del Quarto Movimento di L.V. Beethoven, in chiave elettrica e distorta, introduce alla gemma preziosa di questo nuovo album. Sto parlando di “Tempesta di Fuoco”, prima speed-song in assoluto, nella discografia dei ROF, ad essere cantata completamente in lingua italiana. Non aspettatevi dolci melodie poetiche, come quelle delle immortali “Lamento Eroico” e “Il Canto del Vento”, poiché siamo dinnanzi ad un brano di puro stampo symphonic power. L’atmosfera incandescente si dipana durante il corso della canzone, aiutata da un testo curato dal sapore arcaico, fino all’affascinante ritornello da cantare e ricantare: forse uno dei più riusciti all’interno della discografia del combo. Da manuale il melodico assolo di Turilli. Il motivetto classico di Beethoven ripetuto sul finale ci lascia a “Ghosts Of Forgotten Worlds”: un brano atipico e molto particolare. La stralunata introduzione di chitarra lascia spazio a strofe dalle ritmiche tipicamente heavy metal, effettivamente inusuali per il chitarrismo di Luca. Al di là di questo, è forse il brano più difficilmente apprezzabile ad un primo acchito, pertanto solo dopo vari ascolti riuscirete ad apprezzarne le sfumature, fatte di gelide strofe in chitarra acustica, stop’n’go apparentemente forzati, ottimi scambi solisti tra Hess e Staropoli, ed un buon ritornello corale tipicamente rhapsodiano. Un brano, di per sé, affascinante ma meno riuscito delle restanti tappe del disco. Torna l’eco di “Lamento Eroico” con “Anima Perduta”, ballad dal sapore barocco-medievaleggiante, cantata in italiano. Ancora una volta, il testo poetico e ricercato fa respirare aria magica durante l’ascolto. Il brano ha dalla sua parte ottime melodie, su un tappeto creato da pianoforte, clavicembalo e flauti, acquistando ancor più spessore nel ricercatissimo ritornello che, in mezzo a particolari scale musicali, esplode in una decisa atmosfera sinfonico-operistica. Con un Fabio Lione dante prova, ancora una volta, delle sue grandi capacità tenorili dietro al microfono, i Rhapsody Of Fire danno luce ad un vero gioiello, riuscitissimo ed affascinante. Sicuramente ricorderete “Reign Of Terror”, la sorpresa di TFTOA che fece entrare la band in un contesto più estremo, grazie a blast-beats di batteria e agli scream di Lione. Ebbene, è il turno della sua gemella, “Aeons Of Raging Darkness”, un brano veloce ed aggressivo, introdotto dal buon lavoro di basso di Guers. Come la sua gemella, anche in questa song abbiamo numerosi blast-beats e un refrain cantato in scream dal singer Fabio. Ne vengono mantenuti l’aggressività e l’impatto sonico, ma questa nuova arrivata possiede maggiori variazioni e condimenti in salsa progressive, con inserti tenorili in latino e succulenti riff geniali, partoriti dalle due grandi menti di Turilli e Staropoli (autore anche di un bellissimo solo di tastiera). Nonostante sia un ottimo brano ricco di sfumature, ad un primo ascolto la richiestissima “Reign Of Terror” resta un gradino sopra alla sua erede. Tastierone anni ’80 e melodie quasi pop d’annata: uno scherzo? No, è semplicemente l’intro di “I Belong To The Stars”, altra novità entrata in casa Rhapsody. Trattasi di un mid-tempo molto particolare (lontano dal “manowarismo” di Triumph Or Agony), dove in primis spiccano i maestosi cori del riff principale, una strofa dolce su pianoforte, ancora ottime prove soliste tra Hess e Staropoli, ed un ritornello ruffiano ed estremamente melodico. Il brano, per sonorità e struttura, risulta essere più vicino alle recenti produzioni del Turilli solista (The Infinite Wonders Of Creation) piuttosto che ad un classico album rhapsodiano. Pertanto, se ne trae un risultato molto interessante e riuscito, donando freschezza in più all’album. Prima del gran finale, è il momento della hit del disco, la power-speed song “Tornado”, un'altra preziosa chicca da annoverare tra i brani più splendenti della band. Elevato tasso tecnico, strofe e riff spietati, bridge melodico ed un maestoso ritornello nel classico stile della band, carico di pathos epico e cinematografico a cui è impossibile resistere. Questi sono gli ingredienti di quest’altra meraviglia tradotta in musica. Da segnalare un simpatico ed inusuale assolo di chitarra, costruito su consueti sweep e scale neoclassiche, tanto care al buon Luca. Ci siamo, arriviamo così alla fine di quest’immensa saga che ha accompagnato i fans per tutti questi anni. Il modo migliore che Luca ed Alex conoscono per concludere un album, è piazzare una lunga suite all’ultimo posto: non si risparmiano, e regalano al pubblico “Heroes Of The Waterfall’s Kingdom”, immensa epopea di 19 minuti di durata, suddivisa in 5 parti, dove i nodi della storia vengono al pettine e tutto si conclude. Di difficile assimilazione ad un primo impatto, la apprezzerete con più ascolti. Musicalmente, è inevitabile notare come questa nuova suite non regga il confronto con “Gargoyles, Angels Of Darkness”, inarrivabile picco artistico raggiunto dalla band nel 2002, a conclusione della Emerald Sword Saga, ma è comunque ricca di elevati ed altrettanto memorabili spunti. Dopo una prima chicca folkeggiante e cantata in italiano, la suite si lancia in ritornelli ancora una volta ripresi dal genio di Beethoven, grandi arrangiamenti orchestrali, atmosfere oscure, folli fughe chitarristiche, narrazioni imponenti (forse anche eccessive), fino al gran finale: maestosi cori apocalittici e sinfonie cinematografiche supportano narrazioni e potenti riff di chitarra fino alla conclusiva narrazione di Mr. Lee, con le sue ultime parole a servizio dei ROF, su lievi e delicati terreni sinfonici che concludono degnamente la saga. Nell’edizione limitata è presente una conclusiva cover dei sempreverdi Iron Maiden: “Flash Of The Blade”, brano amato da Turilli e riproposto ottimamente con tanto di arrangiamenti di tastiera ed un grandissimo Lione nel ritornello. Una piccola chicca, a conclusione di un’opera musicale durata 15 anni d’onorata carriera.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Alla fine del viaggio musicale intrapreso con il combo italiano, si potrebbe azzardare che From Chaos To Eternity è, probabilmente, il miglior album partorito dai ROF nel corso del terzo millennio. Nel complesso, il nuovo album suona molto vario ed incredibilmente fresco. Già lo era stato il predecessore TFTOA, ma qui risiedono un’indescrivibile armonia ed un equilibrio maggiore difficili da descrivere e che solo l’ascolto potrà confermare. I ragazzi, come abbiamo avuto modo di notare anche in sede live, ci sanno fare. In primis, il guitar hero Luca Turilli sa impreziosire il lavoro attraverso una minuziosa ricerca melodica e con un sempre più cospicuo bagaglio tecnico, che lo porta ad adottare diverse soluzioni chitarristiche, oltre ai soliti, immancabili, assoli e fraseggi in sweep-picking. Anche l’apporto chitarristico del nuovo entrato Tom Hess è valutato positivamente, anche se contiamo possa arricchire maggiormente il sound della band nei lavori futuri. Dinamici, precisi e funambolici i lavori di Patrice Guers al basso (essenziale e molto vario il suo apporto) e del superbo Alex Holzwarth dietro le pelli, capace di infilarsi in impervie matrici ritmiche, spesso fatte di doppia cassa al fulmicotone e passaggi più ricercati, tecnicamente impeccabili. E’ nota anche ai sassi ormai la maestria di un professionista come Alex Staropoli (tastiere), esecutore di ottime prove solistiche e pianistiche ed autore dei consueti arrangiamenti sinfonico-orchestrali che, come da copione, rasentano la perfezione. Infine, una grande menzione d’onore va rinnovata a Fabio Lione, singer tenorile sempre più convincente e professionale, ormai abbastanza versatile da poter addentrarsi, sempre più spesso, anche nello screaming-black La produzione è incisiva ed accattivante. Infatti, in questo album come nel precedente, il combo ha volutamente dato più spazio alle chitarre, sia nel songwriting sia nel mixing, rendendo il lavoro meno sinfonico e più diretto. Ciò nonostante, nulla viene lasciato al caso: anche i passaggi orchestrali sono disegnati con spettacolare perizia. Sulla falsariga delle due precedenti (dello stesso disegnatore), anche l’immagine della cover rende il giusto effetto e fa la sua impeccabile figura, catapultandoci nell’atmosfera fantasy della saga, senza parlare delle curatissime grafiche del booklet (con sorpresa nelle ultime pagine) e della stupenda edizione cartonata in digipack (arrivano i soldi da zia Nuclear). Songwriting perfetto e vario, esecuzioni a regola d'arte, atmosfere emozionanti e maestose, vibrazioni adrenaliniche, squisite melodie classicheggianti: tutto questo è From Chaos To Eternity e tutto questo sono i Rhapsody Of Fire del 2011, autori di una nuova e succosa prova, eccellente sotto quasi tutti i punti di vista. Resta l’inevitabile fatidica domanda: finita l’era delle saghe fantasy, cosa ci proporranno ora i triestini? Non abbiamo dubbi che Luca ed Alex sapranno sorprenderci, ancora una volta.


Tracklist:

01. Ad Infinitum
02. From Chaos To Eternity
03. Tempesta di Fuoco
04. Ghosts Of Forgotten Worlds
05. Anima Perduta
06. Aeons Of Raging Darkness
07. I Belong To The Stars
08. Tornado
09. Heroes Of The Waterfall’s Kingdom
10. Flash Of The Blade (Bonus Track)


Voto: 9/10

HELL - Human Remains

Inaspettati ritorni dagl’Inferi…

Nome Album: Human Remains
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 13 Maggio 2011
Genere: Heavy Metal

Introduzione:

La storia di questa band ha dell’incredibile. La sua breve biografia è proprio ciò che mi ha spinto a procurare questo album e ad ascoltarne i suoi contenuti. In breve, gli Hell sono una formazione inglese nata nel 1982, i cui show, troppo occulti ed anti-religiosi per l’epoca, impedirono loro una giusta visibilità nella scena. Inoltre la sfortuna si precipitò su di loro , facendo fallire l’etichetta con cui erano riusciti ad ottenere un agognato contratto, una settimana prima dell’uscita del primo album. Come se non fosse abbastanza, nel 1987, Dave Halliday, primo singer-guitarist della band, si suicidò per problemi, probabilmente, economici. Fu così che il progetto Hell venne sotterrato dalle sabbie del tempo. 2011: il famoso produttore Andy Sneap, da sempre fan della band, li incita a reincidere e pubblicare, finalmente, quell’album che mai vide la luce negli eighties. E’ così che gli Hell risorgono dall’abisso, assoldando l’ex-chitarrista David Bower alla voce e lo stesso Andy Sneap alla seconda chitarra. Quel materiale, inciso su demo quasi 30 anni fa, torna a risplendere, forte delle metodologie di produzione moderne (suono potente, pomposo e limpido), rappresentando così, a tutti gli effetti, un curioso ed ambito debutto discografico. La band londinese ci propone un classicheggiante heavy metal/hard rock, chiaramente influenzato dalla NWOBHM di inizio anni ’80, coronato da testi oscuri e malvagi e da un’atmosfera concepita per essere teatrale, plumbea e demoniaca come poche. D’altro canto, accanto alla musica, restano intatte l’iconografia e l’immagine infernale della band, coadiuvata anche dall’interpretazione mimica e vocale di David, frontman con una lunga carriera di attore alle spalle (il videoclip di “On Earth As It Is In Hell” ne è fonte di prova). Questo aspetto rappresenta un valore aggiunto al sound dei londinesi, caratterizzandolo enormemente: prendete la teatralità vocale di gente come King Diamond o Alice Cooper, unitela alla potenza musicale di Sabbat, Motorhead o Judas Priest, ed avrete un’idea di come suonino gli Hell.  Nonostante sciorinino al popolo metallico del materiale ormai datato, l’impressione è comunque quella di trovarsi dinnanzi una cascata di metallo che suona ancora fresca, maligna e succosa come un tempo. Questo HR non è certo esente da difetti, spesso riscontrabili in un songwriting a volte un po’ dispersivo, ma diamo atto agli Hell della loro volontà di voler finalmente ritornare a calcare i palchi nel mondo della musica metal e, probabilmente, ne capiremo davvero l’immenso valore con un (auspicabile) futuro secondo album di inediti, in cui i nostri si dovranno cimentare nella composizione al passo con i tempi. Non resta che gustarci uno dei come-back più inaspettati degli ultimi anni. E’ la volta degli Hell: tornati qui, sulla Terra, per noi tutti, direttamente dall’Inferno.


Track By Track:

Human Remains apre le danze con una classica introduzione dal minutaggio limitato e dagli intenti pseudo-sinfonici, tale “Overture Themes From Deathsquad”, che ben rappresenta il contenuto atmosferico che sentiremo traccia dopo traccia, durante l’ascolto dell’album. La prima botta, nonché singolo con annesso videoclip, è “On Earth As It Is In Hell”, dove ben inquadriamo tutte le caratteristiche peculiari e fondamentali degli Hell: in primis, la teatralità vocale del singer David, dotato di una voce snodabile e versatile, destreggiandosi tra alcune partiture alte ed ipnotiche, alcune schizoidi e gracchianti ed altre più cupe e maligne. I riff ed i refrain che si susseguono non rientrano certo nella categoria “novità assoluta”, ma sono accattivanti ed accesi al punto giusto. A song conclusa, si dipana un intro con una riuscitissima ed inquietante atmosfera “Dantesca”, resa tale da tappeti di tastiera e campionamenti di zoccoli ed anime dannate, per lasciare subito spazio alla speedy “Plague And Fyre”, il cui testo racconta la discesa sulla Terra dell’angelo caduto, nel contesto del grande incendio che devastò Londra nel (guarda caso) 1666. Il brano, uno dei migliori del platter, gode di un ottimo ed inarrestabile ritornello su doppia cassa, di riffettoni davvero gradevoli, esenti dal peso del tempo, e di un assolo semplice ma efficace nel contesto. Inquietanti voci bianche conclusive, lasciano spazio a “The Oppressors” (ripresa dal repertorio della prima band del chitarrista Kevin), un mid-tempo in cui è ben evidente l’impronta heavy-blues dei maestri Black Sabbath. Il brano è dotato di un atmosfera ipnotica e sofferta, con tanto di strani cambi di tempo e di registro, pertanto sono necessari alcuni ascolti per cercare di apprezzarlo. Infatti, il songwriting appare poco fluido e poco scorrevole, rischiando di lasciare poche sensazioni nell’ascoltatore. Direttamente collegati a questa song sono gli otto minuti della seguente “Blasphemy And The Master”, introdotta da un ritmo lento, opprimente, e da un sofferente monologo del singer. Terminata l’agonia, si dipanano degli ottimi riff di matrice “priesteniana”, veloci e ben strutturati, con un David Bower sempre particolarmente impegnato nell’interpretazione più che nel canto di una vera e propria linea vocale. Nonostante si palesi la mancanza di un vero e proprio ritornello (caratteristica non insolita nel sound della band), la struttura appare più scorrevole rispetto al brano precedente, rendendolo più piacevole e graffiante. Gli Hell tornano a pigiare l’acceleratore con la battagliera “Let The Battle Commence”, esempio di puro, veloce ed incontaminato heavy metal anni ’80 senza fronzoli, comunque perfettamente integrato nel contesto dei tempi odierni. Stupisce molto asserire che della musica composta così tanti anni fa, possa ancora risultare fresca ed accattivante, degna dei tanti (ottimi) grandi nomi della scena heavy odierna. Il brano più lungo di HR è il successivo “The Devil’s Deadly Weapon”, una sorta di suite di 10 minuti caratterizzata (dopo un’atmosferica intro narrata) da un mid-tempo sorretto da ottimi riff di stampo hard rock ottantiano e dall’ottima e maligna interpretazione del singer. Il brano regge bene, ma l’eccessiva prolissità del minutaggio e la struttura un po’ troppo ripetuta fanno intravedere qualche vago sintomo di noia. Evitando qualche breve passaggio a vuoto ed una maggiore compattezza, la song avrebbe certamente acquistato un valore più elevato. Ottimo l’assolo centrale. Varie urla e risate demoniache aprono l’heavy metal incontaminato di “The Quest”, altro highlight senz’altro dotato di una struttura maggiormente diretta rispetto alla maggioranza delle canzoni del platter. Nella strofa primeggiano varie influenze d’annata, Judas Priest su tutti, mentre il refrain è invece maggiormente orientato verso sonorità più catchy ed orecchiabili, di stampo glam metal anni ’80. Molto godibili i vari riff, gli intrecci chitarristici ed i solos. E’ il tempo di un’altra song dal minutaggio elevato (7 minuti, anche se in realtà il primo minuto e mezzo è dedicato ad un sinistro  dialogo tra streghe, in tema con le lyrics del brano): “Macbeth”. In sostanza, è un intreccio di riff improntati sull’hard rock demoniaco del quintetto. Come spesso abbiamo visto durante il corso dell’album, anche in questo brano risultano presenti vari cambi di tempo e stacchi particolari, che rendono la struttura confusa e mutevole (ancora una volta, dov’è il ritornello?). Il brano scorre senza troppe forzature, ma non è altro che un insieme di riff mal amalgamati. Meglio la seguente “Save Us From Those Who Would Save Us”: un’altra lunga intro ci introduce ad un brano veloce ed aggressivo, degno del miglior heavy in circolazione, con un David sugli scudi, sempre incalzante ed accattivante. Il ritornello è di chiaro stampo power-heavy, in perfetto stile Hammerfall. Convincenti la prova solistica di Kevin ed il batterismo semplice ma ficcante di Tim. L’epilogo dell’album è la lunga e lugubre “No Martyr’s Cage”, introdotta da un ritmo doomish, lento ed incalzante. Lo sviluppo prevede vari cambi di velocità lungo l’incedere della song, con stacchi improvvisi di doppia cassa, ma, ancora una volta, rimane poco di realmente impressionante ed i riff perdono mordente col proseguire dell’ascolto. Una chitarra assassina alla Pantera (groove assicurato) ed una lieve chitarra acustica chiudono questo album sincero e riuscito, in attesa di un bramato roseo futuro per la band di Londra.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Spesso le reunion, specie dopo molti anni, sanno quasi di patetico e di “siamo tornati ed abbiamo bisogno di soldi”. Per gli Hell qui presenti, ciò non accade. Human Remains rappresenta, forse, un sogno celato da troppo tempo, che, finalmente, ha avuto i mezzi per venire alla luce e risorgere tra le fiamme. Il punto di forza di quest’album e, quindi, della band stessa è il saper coniugare la cattiveria dell’heavy con la teatralità visionaria del loro mondo demoniaco. In questo set di gironi spiccano, come già detto prima, la voce di David Bower, che, condita di movenze assolutamente non lasciate al caso, caratterizza un frontman davvero unico e peculiare. Insomma, la voce perfetta per una band come gli Hell. Le due asce impreziosiscono il lavoro con buona perizia tecnica, a suon di riff vorticosi (Andy Sneap) ed assoli (Kevin Bower, che si diletta anche nei vari sprazzi di tastiera) spesso ben fatti e altre volte più trascurabili. Nulla di tecnicamente inaccessibile, sia chiaro, ma per questo tipo di sonorità sappiamo bene che la tecnica non è la priorità. La sezione ritmica è fornita invece dal carisma di Tony Speakman al quattro corde e dalla buona capacità esecutiva di Tim Bowler dietro le pelli. Tony segue spesso le linee di chitarra senza primeggiare, ma in alcuni frangenti si distingue per qualche passaggio più azzardato, mentre Tim guida la carovana infernale con professionalità e precisione, senza offuscare il buon operato dei compagni. Insomma, si tratta solamente di genuino e sano Heavy Metal, non serve aggiungere altro. Non c’è death o black che tenga: l’heavy è la musica che meglio rappresenta il maligno, la musica più cattiva che l’uomo abbia mai concepito. Si possono usare vagonate di growl vocals o di blast-beats, ma basta una “Painkiller” per redimersi e confermare tutto ciò. Gli Hell lo sanno e attraverso le loro note filtrano sibilante malvagità. Lo fanno, però, in modo velato e, se vogliamo, “Dantesco”, senza esagerare e senza mettersi troppo in mostra con inutili estremismi scenici, spesso tipici dei gruppi black o death più intransigenti (le scenografie dei Gorgoroth la dicono lunga a proposito). Per restare in tema, l’immagine della cover è davvero ben fatta, con molti particolari che richiamano l’iconografia infernale: l’angelo caduto, la mela morsa, il serpente, i tre “6”, l’incendio di Londra del 1666. Tirando le somme, HR, tra molti ottimi brani ed altri meno riusciti, è comunque un album piacevole, coraggioso e, pertanto, meritevole d’ascolto. Per tornare a gustarsi un po’ di metallo d’annata, privo di modernismi plasticosi (nonostante la graffiante produzione) in mezzo all’odierno mare della mediocrità, gli Hell sono la barca giusta da prendere…sempre che Caronte non vi trascini giù con loro. 


Tracklist:

01. Overture Themes From Deathsquad
02. On Earth As It Is In Hell
03. Plague And Fyre
04. The Oppressors
05. Blasphemy And The Master
06. Let Battle Commence
07. The Devil’s Deadly Weapon
08. The Quest
09. Macbeth
10. Save Us From Those Who Would Save Us
11. No Martyr's Cage


Voto: 7,5/10

venerdì 8 luglio 2011

STORMWARRIOR - Heathen Warrior


Vivere nei ricordi non sempre è la cosa migliore…

Nome Album: Heathen Warrior
Etichetta: Massacre Records
Data di uscita: 27 maggio 2011
Genere: Heavy Power Metal

Introduzione:

Da qualche parte nel mondo c’è ancora qualche band che non ha voglia di piegarsi ai mercati del metal moderno, eccessivamente tecnico-tecnologici e privi di quel mordente delle produzioni sporche e crude; c’è chi, dopo il lavoro, si rinchiude ancora nello scantinato con i compagni di bevute per suonare e fare casino; c’è chi, con il suo immancabile giubbottino di pelle, rattoppata con i nomi delle proprie band preferite, non si rassegna agli anni che scorrono e resta irrimediabilmente legato ai magici anni ’80. Gli anni in cui il metal si faceva sudando nei garage, in cui aleggiava una magia più sana ad ogni uscita di un nuovo disco, svanita completamente con l’avvento di internet e del download. Tra queste band ci sono gli Stormwarrior. Giovani, tedeschi, pupilli del folletto del power Kai Hansen (su di loro, egli disse: “They have the fire!”), hanno partorito negli anni una serie di uscite discografiche dal suono fortemente ancorato all’heavy-power metal puro e crudo degli anni ’80: chitarre serratissime su ritmiche forsennate di doppia cassa, nessuna tastiera e giusto qualche coro per sottolineare l’ambientazione vichingo-pagana che, da sempre, accompagna i loro lavori. L’ultimo album è Heading Northe, del 2008, un piccolo capolavoro di speed-power incandescente ed infuocato, sorretto da una produzione sporca ma potente, lontana dalle pomposità sonore delle produzioni più moderne. Quest’album arriva dopo i primi due buoni esempi dell’esordio omonimo Stormwarrior e del successivo Northern Rage, due album crudi, veloci ed evocativi. E’ tempo anche per loro di sfornare un nuovo album, il qui recensito Heathen Warrior. Immutate le tematiche, immutato lo spirito e lo stile del songwriting, ma qualcosa inizia a vacillare. Heathen Warrior è infatti un album che potrà piacere a chi ama particolarmente la band o chi ama questo tipo di sonorità, ma, obiettivamente, presenta un indebolimento di idee e di ispirazione rispetto ai precedenti album. Il susseguirsi dell’ascolto ci porta, in molti casi, ad imbatterci infatti in soluzioni musicali che, spesso, odorano di inconcludenza o di forzatura e questo aspetto, purtroppo, si ripercuote parecchio sulla bontà dell’album, che, quindi, risulta privo di idee giuste e concrete, quelle idee che avevano fatto grande il mitico Heading Northe. La forza della band sta nel saper trasmettere sudore e passione attraverso i riff taglienti e granitici, batteria sparata a folli velocità, attraverso una produzione volutamente scarna ed essenziale. Pertanto, non ci si deve aspettare l’obiettivo dell’originalità dal combo tedesco: sono una band nata per far rivivere il fervore e lo spirito che animava il vecchio metal di più di trent’anni fa, uno spirito di fondo che mai potrà svanire sotto le sabbie del tempo, finché ci saranno gruppi come gli Stormwarrior.


Track By Track:

Come da miglior tradizione, ad aprire le danze di questo Heathen Warrior ci pensa un breve intro di una cinquantina di secondi, “...Og Hammeren Haeves Til Slag...”, introduzione dai toni epici ed oscuri. Nulla di trascendentale o particolarmente innovativo, ma ben calato nel suo unico scopo di introdurci nel campo di battaglia. L’opener, come per l’album precedente, è la title-track, “Heathen Warrior”. Se “Heading Northe” era un pugno nei denti, questa song né segue le orme senza tuttavia brillare come la sua gemella di 3 anni più vecchia. Veniamo travolti da una mitragliata di doppia cassa e precisi inseguimenti chitarristici. Tuttavia, nonostante l’ispirata sezione d’assoli nella parte centrale, le strofe stesse iniziano già a ricalcare riff e strutture già troppo ripetute nella musica dei quattro tedeschi di Amburgo, il ritornello non riesce a colpire nel segno ed il brano perde spessore. Non la migliore delle partenze quindi. Già la successiva “The Ride Of Asgard” risolleva le sorti: un roccioso riff di veloce hard-heavy metal apre la canzone, indirizzandola verso strofe accattivanti, fino al refrain in perfetto stile Stormwarrior. Come ci hanno ormai da tempo abituato, anche per questa song i solos nella parte centrale del brano sono decisamente curati ed ispirati, alternati tra sprazzi in classico true heavy metal style ed altri più melodici ed sapientemente armonizzati. “Heirs To The Fighte” è un altro discreto brano di puro e pesante power metal incontaminato. Il brano si assesta sui ritmi di una veloce cavalcata impazzita. Accattivanti le strofe ed il bridge rallentato, ma il ritornello non presenta grandi idee e non riesce a catturare l’attenzione. I solos non spiccano, ma la parte centrale risulta comunque abbastanza ispirata, nel complesso. L’attacco velocissimo di “Bloode To Bloode” non concede respiro. In questa speed song, altra potenziale killer-hit dal vivo, troviamo probabilmente il peggio di Heathen Warrior. Il tappeto infinito di doppia cassa della song, infatti, porta sul groppone riff troppo serrati, con poche concessioni melodiche, e ritornelli troppo stantii, manifestando idee ritrite ed arrangiamenti privi di mordente. La song prosegue su queste coordinate per 4 minuti e mezzo, tanto basta per annoiarsi in fretta. Più godibile la seguente “Fyre & Ice”, maggiormente orientata su binari heavy. Questo buon brano, dal tiro assicurato, prende forza nelle parti melodiche in fase d’assolo, negli hard rockeggianti riff iniziali e nell’aggressivo e graffiante refrain. Sembra davvero di tornare alle atmosfere metalliche degli anni ’80. Il metallo scorre a profusione con “The Return”, dotata di una buona partenza e di un ritmo in doppia cassa non particolarmente speed. Peccato che il brano si perda troppo facilmente in strofe e bridge che ricalcano strutture melodiche banali e decisamente prive di inventiva. Per lo meno si salva il ritornello, che dà un tocco di freschezza alla tracklist, presentando delle tonalità più solari ed ariose, anche se, nell’effettivo, risulta essere troppo poco incisivo. Il resto è un susseguirsi di riff dal sapore già spesso sentito nell’ambiente heavy-power e, quindi, trascurabile. Stessa sorte per “Wolves Night” che alterna dei brevi buoni momenti a riff e strutture poco accattivanti, per non parlare di un ritornello decisamente scialbo e piatto come una tavoletta. Dove sono finiti i super refrain di “Remember The Oathe”, “Heading Northe”, “Valhalla” e via discorrendo? Certo, tutti chorus non particolarmente originali e decisamente estrapolati dai territori del metallo fatto di pelle e borchie, ma dannatamente coinvolgenti ed accattivanti. E qui in Heathen Warrior pare non essercene neanche l’ombra. Pertanto, anche questa song altro non fa che togliere validità ad un disco già troppo minato. La partenza super-speed di “Ravenhearte” ci fa respirare finalmente aria buona, consegnandoci il brano più riuscito del platter. Questa mazzata in pieno volto non fa prigionieri: attraverso un tappeto incessante di doppia cassa, in soli 3 minuti, gli Stormwarrior ci donano una song degna dei loro album precedenti, dal ritornello finalmente preciso e ficcante e con una micidiale sezione di guitar solos. Quindi abbiamo tra le mani un buonissimo brano, dove, certamente, non spicca l’originalità, ma almeno ritorna in auge quello spirito aggressivo e trascinante che ha fatto grandi gli Stormwarrior dei primi 3 dischi. I guerrieri tedeschi, dopo l’affascinante “The Revenge Of Asa Land” del precedente full-lenght, riprovano l’esperimento del mid-tempo, inserendo nel disco “The Valkyries Call”: brano obiettivamente meno riuscito e meno evocativo rispetto alla song appena citata, ma degno comunque di nota per una certa originalità nelle armonie. Tra riff più scontati e melodie più convincenti, a fine ascolto resta almeno una discreta sensazione, ed in fondo è chiaro che se gli Stormwarrior, in questo album, avessero portato alla luce tutte le loro reali potenzialità, invece di seguire a tutti i costi un preciso schema musicale, avrebbero avuto ancora molto da dire. L’ultima traccia del platter, “And Northern Steele Remaineth”, stupisce per la sua introduzione epico-folkloristica, con tanto di delicate chitarre acustiche e flauto in bella evidenza. Sopraggiungono cori ed un veloce tappeto di doppia cassa ad introdurre degli epici riff evocativi, grazie anche ad alcuni lievi inserti di tastiera. Nonostante il refrain non brilli per eccezionale spessore, il brano risulta essere abbastanza azzeccato nel suo incedere, anche se va detto che le solite strutture si ripetono un po’ troppo goffamente, consegnandoci un brano discretamente valido, senza aggiungere particolare gloria o lode ad un album già di per sé spoglio e, spiace dirlo, poco riuscito. Stavolta i guerrieri della tempesta hanno perso una battaglia, ma speriamo non perdano la guerra.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Ahimè, con Heading Northe mi ero praticamente innamorato di questa band, grezza come la malta ma intensa come poche, ed ora, invece, mi vedo costretto a bocciare questa nuova creatura. Dà l’impressione di essere stata creata senza troppo sforzo, cercando semplicemente di imbarcarsi sulle acque stabili dei mari dell’heavy della metà degli anni ’80. Tuttavia, se anche in quest’ambito le cose non vengono fatte bene, si rischia comunque di affondare in maniera inequivocabile. Le solite ritmiche mai troppo elaborate, i soliti taglienti riff di chitarra, le solite linee vocali… questo è l’impasto di base di Heathen Warrior, un mezzo passo falso che speriamo rappresenti solo una virgola nella carriera del combo tedesco. Qualcosa di buono c’è, innegabilmente, ma non basta a considerare troppo valido quest’album. Dal canto loro, questi ragazzi ce la mettono tutta: Alex Guth (chitarra solista) sciorina dei solos che, tutto sommato, nella maggioranza dei pezzi, sono ben costruiti e godibili, ma non reggono con il supporto dei classici accordi serrati e delle già stra-abusate strutture di scuola heavy dei tempi che furono. Il basso di Yenz Leonhardt (già negli Iron Savior), dal 2008 (anno del suo ingresso nella band), è un elemento portante del sound dei tedeschi, capace di impreziosire le linee melodiche con partiture di basso più ricercate e distanti da un più canonico inseguimento delle chitarre ritmiche. Il batterismo di Falko Reshoft è sicuramente valido e dinamico, ma manca della giusta espressività, facendoci sorgere l’emblema di trovarci di fronte ad una drum-machine (giusto per capirsi). Ed infine, che dire delle linee vocali di Lars Ramcke? Da sempre sembrano essere un punto di debolezza degli Stormwarrior ed anche in questo platter non spiccano doti eccellenti, ma solo linee vocali ormai trite e ritrite, condite con ben poca espressività e insufficiente aggressività. Se ciò non bastasse, ci si mette in mezzo anche la produzione: ciò che aveva fatto grande i dischi precedenti, oltre ad una buona dose di idee stuzzicanti, era stata la produzione sporca e graffiante, in accordo con la linea di pensiero e con le influenze stilistiche della band. Ora, pare che quell’aggressività sia andata a farsi benedire, con una produzione smussata dei suoni più taglienti, più pompata e più curata (dovrebbe essere un bene, ma, per una band come questa, ciò è controproducente) e con un mixaggio mal riuscito in cui tendono a spiccare voce, cori e controcanti, soffocando la direttività delle chitarre e la potenza della batteria. A ciò aggiungiamo un’immagine di copertina spenta e priva di particolari intriganti ed otteniamo Heathen Warrior: un nuovo album tanto atteso quanto deludente. Rimandati al prossimo disco.


Tracklist:

01. ...Og Hammeren Haeves Til Slag...
02. Heathen Warrior
03. The Ride Of Asgard
04. Heirs To The Fighte
05. Bloode To Bloode
06. Fyre & Ice
07. The Returne
08. Wolven Nights
09. Ravenhearte
10. The Valkyries Call
11. And Northern Steele Remaineth


Voto: 5,5/10

giovedì 7 luglio 2011

Live Report: DREAM THEATER, Castello Scaligero (Villafranca di Verona), 5-07-2011

Live Report – DREAM THEATER
 (+ Gamma Ray + Anathema)
Castello Scaligero, Villafranca di Verona, 5-07-2011


Annunciato ormai dallo scorso anno, ha fatto tappa anche a Verona il “A Night with Dream Theater” Tour, costituito da sole 3 date, due delle quali proprio nel nostro Paese. 4 Luglio a Roma, e 5 Luglio a Villafranca di Verona, nella suggestiva cornice artistico-culturale del Castello Scaligero, che già un anno fa ospitò il metal con il mitico concerto dei Rammstein (contò addirittura circa 14.000 presenze). Quest’anno i padroni delle scene nel castello veronese sono tre band, il cui accostamento, fin da subito, fa storcere il naso a molti e crea parecchie divergenze tra gli ascoltatori. Gli alternative-prog-rockers inglesi Anathema, i sempreverdi re del power europeo Gamma Ray e i maestri e leaders indiscussi del progressive metal, gli americani Dream Theater, recentemente orfani del fondatore/batterista Mike Portnoy e forti di un nuovo album (“A Dramatic Turn Of Events”) in uscita a Settembre per Roadrunner Records. Sui social network impazzano i pareri: c’è chi verrà solo per i Dream Theater, denigrando completamente gruppi meno tecnici ma di maggior impatto scenico come i Gamma Ray, c’è chi verrà solo per vedere i Gamma Ray, d’altro canto tacciando di eccessiva prolissità il Teatro del Sogno, e c’è pure qualcuno che si presenterà in quel di Verona per gustarsi un gruppo particolarissimo, forse spesso sottovalutato, come gli Anathema. Insomma, il bill è particolarmente divergente, stilisticamente parlando, ma altrettanto succoso, andando incontro a differenti gusti musicali. Divergenze o meno, ciò che si è presentato dinnanzi agli occhi degli spettatori del castello, è stato uno spettacolo ottimo e vario sotto molti punti di vista, con l’unica grave pecca di un suono spesso impastato e poco regolato.
La giornata, nonostante il temporale della notte precedente, è molto calda ed afosa, come ogni buon giorno d’estate che si rispetti, ma, fortunatamente, qualche nuvola saltuaria e qualche folata di brezza fresca aiutano a mitigare in parte il sole cocente e a destabilizzare la cappa di calore estivo. Arriviamo intorno alle tre del pomeriggio, ed il flusso di gente sembra essere ancora scarso. Chiaro che nel lasso di tempo tra Gamma Ray e Dream Theater, il Castello fa tempo a riempirsi per bene, contando alla fine circa 7000-8000 persone (secondo varie fonti, ma è un dato da prendere con le molle). Grazie alla capacità di resistenza del mio bel chitarrista e della sua dolce metà (in coda ben dalle 10 del mattino…grazie Secco e grazie Lola), io e i miei compagni di metallo riusciamo fin da subito ad accaparrarci le prime “file” vicino alla transenna. 

Dopo un’ulteriore attesa di circa 45 minuti, tra panini ben imbottiti e molta, molta acqua, per dovere di sopravvivenza, fanno il loro ingresso sul palco del Castello gli opener della serata, i britannici ANATHEMA. Fronteggiati dai 3 fratelli Vincent, Daniel e Jamie Cavanagh, il sestetto di Liverpool propone al pubblico il suo onirico e sognante prog-alternative rock, pescando brani direttamente dai loro ultimi lavori, il più recente “We’re Here Because We’re Here” e “A Natural Disaster”, con una capatina ad “Alternative 4” (con la song “Fragile Dreams”), accantonando le influenze doom-death dei primissimi dischi. La band riesce a sorprendere e a coinvolgere sapientemente il pubblico, che non disdegna di accompagnare gli inglesi con incitamenti ed accompagnamenti di ritmo a suon di battimani. Tra le esibizioni migliori abbiamo quelle di “Summernight Horizon”, “Fragile Dreams” e la spiazzante “Closer” (dall’incedere quasi dance). Alla fine del breve spazio a loro concesso, restano buonissime canzoni, talvolta sbalorditive per intensità e sperimentalismo sonoro, e una performance davvero efficace, adrenalinica ed emozionante. Bravi. Per me e per molti altri una bella sorpresa, questi Anathema.

 Il pubblico non sembra inneggiare particolarmente il gruppo seguente, ma appena partono le note del classico intro “Welcome”, si ricrede, incitando l’ingresso dei power metallers di Amburgo GAMMA RAY, capeggiati dall’inventore indiscusso del power Kai Hansen. Il quartetto tedesco, da me (e dal Paiuz) particolarmente atteso, dà vita ad uno spettacolo di energico e tuonante power metal. Il feeling è perfetto, e la band appare in gran forma, ad eccezione del drummer Daniel Zimmermann: solito a velocizzare in live brani che già su disco sono particolarmente veementi, nelle prime song offerte al pubblico di Verona sembra non essere particolarmente acceso ed appare quasi stanco (ben più di una bacchetta gli scivola dalla mano), ma si tratta di poca cosa, in quanto si riprende alla grande durante il corso dello show, regalando potenza e gran classe. Il raggio gamma propone numerosi cavalli di battaglia, ripresi dalla loro cospicua discografia (spiccano la più recente “Empathy” dal groove assicurato, l’immortale ed epica suite “Rebellion in a Dreamland”, la surreale “Somewhere Out in Space” con intermezzo di pubblico, l’inaspettata “Gamma Ray” e l’immancabile cover degli Helloween “I Want Out”) ed il pubblico, sempre più numeroso, inizia a scaldarsi a dovere per attendere gli headliner, complice anche la simpatia e presenza scenica del combo. Kai trascina il pubblico con i suoi ficcanti e potenti acuti, Henjo delizia con assoli fulminei ed impressionanti in quanto a velocità e tecnica esecutiva, Dirk si conferma bassista valido e indispensabile alla band e Dan propone ritmi di doppia cassa travolgenti e terremotanti. Dopo l’anima più soft degli Anathema, un concerto come quello dei mitici Gamma Ray era proprio ciò che serviva per scaldare i metallari più accaniti. La band  è,  purtroppo, penalizzata da suoni non all’altezza: troppo elevati basso e batteria, tendenti a soffocare le chitarre. Peccato, perché una performance così avrebbe necessitato di un sound più grintoso. Al di là di questo, i Gamma si riconfermano maestri del power europeo, con un infuocato show davvero memorabile. Fenomenali.

Giunge l’ora X: giusto il tempo di effettuare il cambio palco e, dopo un atipico intro, fanno il loro ingresso i padroni della serata, i DREAM THEATER. L’incipit dello show è affidato alla mitica “Under A Glass Moon”, di quel capolavoro, ormai così distante, dal titolo “Images & Words”. Il susseguirsi dello show è rappresentato da una sorta di “best of”, in cui i nostri progster preferiti si cimentano nel pescare un pezzo per ogni album della loro trentennale carriera. Il più atteso per la prova del fuoco, ovviamente, è il nuovo innesto Mike Mangini, più volte inneggiato a gran voce dal pubblico ed autore di uno stupefacente assolo durante lo show. Come ci potevamo aspettare da un professionista come lui, si dimostra un degno sostituto del pur mitico Portnoy. Manca ancora quel piglio di scioltezza e di movenza, tipica del suo predecessore (per chi se lo ricorda, un vero animale da palco capace di catturare la scena), ma ciò è dovuto probabilmente al fatto che il nuovo Mike deve ancora scaricare la tensione con la sua nuova band. Gli diamo atto che la sua responsabilità ed il groppo che ha preso sulle sue spalle è davvero enorme, pertanto sono sicuro che con il tempo e molti show riuscirà ad integrarsi perfettamente anche sotto questo punto di vista. Tecnicamente parlando, il resto della band è, come al solito, ineccepibile: Petrucci, Myung e Rudess monopolizzano le scene a suon di assoli e virtuosismi da capogiro, confermandoci l’incredibile perizia tecnica della band. Menzione particolare per James LaBrie: davvero in forma e tecnicamente perfetto, non sbaglia una nota regalandoci acuti inappuntabili fino alla fine dello show (strabiliante l’acuto nell’encore finale con la mitica “Learning To Live”). Il pubblico è in visibilio fin dalle prime note, e la band di Boston regala al pubblico sublimi perle come la lunga e variegata “Endless Sacrifice”, la gustosa “Fatal Tragedy”, la melodica e più diretta “Forsaken”, passando anche attraverso l’anticipazione del nuovo album in uscita a settembre, quella “On The Backs Of Angels” pubblicata su youtube solo pochi giorni fa ma, a quanto pare, già entrata nel cuore dei fans. A mio avviso, il picco dello show è rappresentato (dopo una falsa partenza con il sample introduttivo, eseguito per errore prima di “Through My Words”) dalla lunghissima suite “The Count Of Tuscany”, dove l’emozione tocca il suo apice negli intensi e melodici minuti finali, regalandoci una perfetta esecuzione di un brano davvero pregevole, nel corso del quale non mancano le occasioni di sentire un’involontaria pelle d’oca sulle braccia. L’encore finale, come già detto, è affidato alla sempreverde “Learning To Live”, eseguita in modo magistrale sotto tutti i punti di vista. A parte qualche sorvolabile piccolo errore qua e là durante l’esecuzione (insomma, anche loro sono umani!), i maggiori difetti riscontrabili sono ancora un suono non perfettamente all’altezza e qualche momento all’interno della setlist in cui l’attenzione scema un po’, a causa di brani le cui partiture sono fin troppo tecniche e, quindi, di meno immediata assimilazione (“The Great Debate” ne è l’esempio più lampante). Pur pescando sapientemente da ogni capitolo discografico alle loro spalle, al termine dell’immenso show viene da chiedersi: dove sono finite intramontabili hit come “Pull Me Under”, “Metropolis”, “The Mirror”, “The Spirit Carries On”? Al di là di questo, i Dream Theater regalano, quindi, a Villafranca un concerto memorabile, anche per l’eccezionalità dell’evento in una città come Verona, poco abituata a concerti interamente dedicati al metal.  
A giornata conclusa, resta la musica e la personalità di tre validissime band (Gamma Ray e Anathema, tra l’altro, si rendono disponibilissimi per foto ed autografi alla fine dello show; davvero lodevole!), che con la loro diversità stilistica hanno donato al (non troppo numeroso) pubblico veronese una giornata semplicemente appagante per tutti i gusti. Perché, al di là delle diversità musicali, si è comunque trattato di un concerto che ha unito circa 8000 persone all’insegna dell’ottima musica e, sinceramente, questa è la cosa che conta di più, con la speranza di riavere anche la prossima estate qualche ottimo metal-gig per intrattenere i metalheads veronesi, nella sublime cornice del Castello Scaligero.



Setlist ANATHEMA:

01. Thin Air
02. Summernight Horizon
03. Everything
04. A Natural Disaster
05. Closer
06. Flying
07. Fragile Dreams


Setlist GAMMA RAY:

01. Gardens of the Sinner
02. New World Order
03. Fight
04. Empathy
05. Gamma Ray
06. Rebellion in Dreamland
07. I Want Out (Helloween cover)
08. To the Metal!
09. Somewhere Out in Space
10. Send Me a Sign


Setlist DREAM THEATER:

01. Under A Glass Moon
02. These Walls
03. Forsaken
04. Endless Sacrifice
05. Drum Solo
06. The Ytse Jam
07. Peruvian Skies
08. The Great Debate
09. On The Backs Of Angels
10. Caught In A Web
11. Through My Words
12. Fatal Tragedy
13. The Count Of Tuscany
14.
Learning To Live

mercoledì 6 luglio 2011

SERENITY - Death & Legacy


Quando la Storia e la Musica si incontrano…

Nome Album: Death & Legacy
Etichetta: Napalm Records
Data di uscita:25 Febbraio 2011
Genere: Symphonic/Power Metal

Introduzione:

Ebbene si, anche la timida Austria, terra di Mozart e della musica classica, è in grado di regalarci grandi band di ottima caratura e qualità. E’ il caso dei Serenity, gruppo ancora troppo sconosciuto presso il grande pubblico, ma che sta ampiamente guadagnando consensi a destra e a manca, compreso il nostro Bel Paese, freschi anche di un recente tour di supporto ai Delain che ha fatto tappa anche all’Alcatraz, in quel di Milano. L’ascesa dei Serenity prende le mosse da Words Untold & Dreams Unlived (pubblicato nel 2007), ed è subito chiaro l’intento della band, ovvero quello di suonare del buon e sognante power-symphonic metal. Il primo lavoro è incentrato maggiormente su linee power rispetto ai due album successivi, ma già inizia seriamente a slegarsi dai cliché del genere, proponendo inserti molto ricercati, ricamati da vari passaggi progressivo-sinfonici. Niente male come inizio, bissato due anni dopo dal capolavoro Fallen Sanctuary, dove i ritmi rallentano leggermente ed il sound si fa decisamente più sinfonico ed evocativo. Iniziano sempre più a delinearsi certi trademark della band, su tutti la voce di Georg Neuhauser, lontana dal classico power-singer, pendendo verso un range vocale meno esteso ma ricco di teatralità e molte sfumature. 3 anni dopo rieccoli calcare i palchi europei con il loro fatidico terzo full-lenght dal titolo Death & Legacy. Da un lato, i Serenity non aggiungono nulla di nuovo a quanto la scena abbia già visto negli ultimi anni (e non ne hanno nemmeno la pretesa), dall’altro tutti gli elementi ormai tipici della band vengono ripresi ed amalgamati in 16 brani che (con poche eccezioni) trasudano emozione e brillano di un’elegante perizia compositiva, abbastanza rara al giorno d’oggi. Il contenuto lirico dell’album, forte delle conoscenze di Georg (laureato in storia moderna) e di un imponente lavoro di documentazione, si snoda attraverso una sorta di affascinante concept, dove, in ogni brano, troviamo testi incentrati su diversi personaggi ed avvenimenti storici (come già fecero gli Iced Earth su The Glorius Burden): questo rende ancora più valore ad ogni singolo brano, ed è una di quelle cose che riempie di orgoglio noi metallari. Musicalmente parlando, ci ritroviamo di fronte ad un proseguimento di Fallen Sanctuary, in quanto a tipi di sonorità prettamente sinfoniche, ma sembra che i nostri sciorinino una maggiore aggressività, attraverso alcuni azzeccati riff di chitarra sparsi qua e là lungo il corso dei brani. Se proprio è necessario trovare dei riscontri stilistici con altre band, possiamo affermare che i Serenity rappresentano un riuscito connubio tra l’eleganza dei Kamelot e la delicatezza sinfonica dei Nightwish, non disdegnando un certo piglio aggressivo ed accattivante. Pregevoli inoltre le partecipazioni femminili di cui Georg si è servito e di cui parleremo in seguito. Insomma ci sono molte song, un sacco di carne al fuoco e ci sono tutti gli ingredienti essenziali per potersi godere un buonissimo album di pregevole symphonic metal e di una giovane band meritevole di successo e notorietà accanto ai mostri sacri del genere (Kamelot, Nightwish, Rhapsody Of Fire ecc…). Non ci resta che tuffarci nella storia con i Serenity!


Track By Track:

Il consueto intro d’apertura è la breve strumentale “Set Sail To”, che non presenta nient’altro che vaghi suoni di un’epica battaglia in mezzo al mare. Il disco parte subito in quarta con il primo brano d’apertura “New Horizons”: riff aggressivi vengono accompagnati da pompose orchestrazioni e si alternano sapientemente con alcune strofe delicate e prive di distorsioni di chitarra, fino al sinfonico refrain con delle splendide aperture melodiche e vocali. Buona la parte intermedia del brano e notevole il solo di chitarra, elemento decisamente più marcato in fase di mixing, in questo nuovo album rispetto al passato. Con questo buon brano, le coordinate stilistiche di Death & Legacy sono state già tutte presentate, ma il meglio deve ancora arrivare. Il primo singolo, con annesso video in stile gotico/storico, è “The Chavelier”, un altro ottimo brano dal classico suono “serenitiano”. Qui abbiamo la prima sorpresa del disco, la voce femminile di Ailyn, singer dei gothic metallers Sirenia. Il brano, dopo un’introduzione sinfonica, ha un incedere lento e corposo, dal groove accattivante ed assicurato, grazie anche alle chitarre a 7 corde. Ottimo l’arrangiamento, le melodie ed il super refrain, che fanno di questo brano uno dei migliori di D&L. La prestazione vocale di Ailyn non brilla per notevoli capacità sopra la media, ma è comunque apprezzabile. Aumenta la velocità con “Far From Home”, che esplode in un turbinio di doppia cassa e strumenti classici impazziti. Siamo di fronte ad un altro splendido brano, dove spiccano ancora gli arrangiamenti orchestrali, sempre più ricercati e perfetti, e gli intrecci chitarristici davvero notevoli. Il ritornello del brano risulta essere leggermente meno ispirato rispetto al resto della song, ma, ad ogni modo, tutti i pezzi concorrono al perfetto incastro, rendendo l’ascolto davvero gradito e stuzzicante. “Heavenly Mission” ha un entrata più possente e sinfonica e ben rappresenta il tema trattato (le Crociate). In questo sano mid-tempo troviamo i classici elementi musicali che hanno fatto grande il predecessore Fallen Sanctuary: tanta tanta melodia emozionante, orchestra ambiziosa e prepotentemente incessante, riff di chitarra più aggressivi, ritornello azzeccato e groove assicurato. Nel procedere delle danze ci imbattiamo in “Prayer”, una semplice preghiera di un minuto narrata in spagnolo da una voce femminile, accompagnata da un lievissimo tappeto corale. Nonostante si tratti solo di un intermezzo, resta comunque un’idea originale per introdurre l’epica “State Of Siege”: i primi due minuti sono dedicati ad un inno di battaglia con tanto di violini, marcetta di batteria e lievi sinfonie in crescendo. Aggressivo il successivo attacco di batteria e chitarre, che fanno da tramite per una splendida melodia sinfonica che ritroveremo anche nell’ottimo, ma non originalissimo, refrain. Ecco, tra l’altro, ricomparire lievi strofe, lente e corpose, con tanto di pianoforte in bella vista. Ad ascolto concluso, non possiamo che definirlo come un buon brano, anche se piuttosto classico e meno ricercato rispetto ad altri ottimi brani presenti nel platter. Proseguiamo il percorso storico con uno dei picchi più alti dell’album, se non uno dei più alti raggiunti fin qui dai Serenity: la ballad “Changing Fate”. Questo lento brano, accompagnato quasi interamente da chitarre acustiche, trova i suoi punti di forza nel melodico ed emozionante refrain, negli arrangiamenti riuscitissimi ed originali di chitarra, nell’epica e distorta parte centrale, ma, soprattutto, nella candida voce di Amanda Somerville (la bionda singer degli Avantasia). La sua voce splendida e quella non da meno di Georg si intrecciano, dando vita ad un affascinante duetto. Anche se questa ballad non raggiunge i picchi emotivi della vecchia “Fairytales”, rappresenta comunque una direzione musicale da cui i Serenity escono sempre gloriosamente vincitori. Le sorprese non sono ancora finite, perché il seguito dell’album è affidato a “When Canvas Starts To Burn”, a tutti gli effetti il brano migliore di D&L. La tendenza è quella di dare maggior spazio alle chitarre, che si esprimono attraverso una ragionata aggressività nelle strofe, e meno agli arrangiamenti sinfonici, che qui compaiono meno ricercati e meno solenni rispetto ad altri brani sentiti in precedenza. Ottimo il sognante ritornello ed ottimo l’assolo, bilanciato tra passaggi più tecnici ed altri più melodici ed armonizzati. Di bene in meglio con “Serenade Of Flames”, mid-tempo d’impostazione maggiormente “gothicheggiante”, con dei corposi chitarroni in primo piano supportati da suadenti melodie d’impatto. Ad aggiungere un tocco d’eleganza in più ci pensa la buona prestazione della terza guest star del disco, la rossa Charlotte Wessels (singer dei Delain), ed in effetti, per certi tipi di sonorità ed esecuzione, pare quasi una song creata apposta per sposare la sua voce. Notevoli alcuni guitar riff aggressivi ed il refrain decisamente orecchiabile e mainstream. Tutto ciò consegna agli ascoltatori un brano semplice, ma, allo stesso tempo, efficace e ricco di sfumature. “Youngest Of Widows” apre un set di brani in linea di massima meno ispirati rispetto a quelli fin’ora sentiti. Il brano in questione risulta essere un buon pezzo di metal melodico, ma non v’è nulla al suo interno che riesca a risaltare nel contesto. Il melodico refrain, di facile presa, rappresenta, forse, il meno riuscito del lotto, considerando l’ispirazione generale che aleggia in D&L, pur presentando le solite raffinate orchestrazioni. Carino, ma non trascendentale, lo stacco centrale con relativi guitar-solos. Possiamo perdonare tutto questo ai Serenity, vista la magna qualità finora propostaci nei precedenti 10 brani. “Below Eastern Skies” è un intermezzo piuttosto simpatico ed atipico, comprendente sonorità orientaleggianti che urtano col contesto magniloquente e sinfonico dell’album, ma è azzeccato per presentare ed introdurre “Beyond Desert Sands”, un altro pezzo dove assistiamo ad un lieve calo di fresca ispirazione. Nonostante il rapido attacco piuttosto ficcante e le melodie d’ispirazione arabeggiante, il brano perde forza in un ritornello privo del giusto spessore, rilasciando così una song discreta, ben fatta e ben confezionata, ma meno accattivante rispetto ai brani precedenti. Con una breve introduzione sinfonica inizia “To India’s Shores”, ennesimo mid-tempo sinfonico, semplice nella struttura, ma comunque riuscito e ben fatto grazie ad arrangiamenti e parti orchestrali studiate sapientemente nei dettagli, che, attraverso un crescendo, esplodono nel ritornellone di turno, melodico e corale, intriso di passione ed ispirazione. Ottimo l’assolo di chitarra centrale. Nei testi, come eludibile dal titolo, si narrano le note vicende di Cristoforo Colombo, in viaggio verso le coste dell’India. Galileo Galilei è invece protagonista della chiusura dell’album, affidata in primis all’intermezzo “Lament”: un breve e sorprendente monologo recitato in lingua italiana (!) da Fabio d’Amore (l’attuale bassista dei Serenity, entrato ufficialmente nella band subito dopo la registrazione dell’album), intriso di teatralità ed entusiasmo. Intermezzo che apre le porte all’ultimo capitolo di D&L, la raffinata “My Legacy”. L’ottimo incipit di pianoforte ci introduce ad un tappeto di doppia cassa che fa da supporto a potenti e variegate orchestrazioni e a ricercati chiaro-scuri, tra incursioni acustiche e ripartenze metalliche. Ancora una volta notevole la parte mediana del brano e i guitar solos, sempre in bilico tra melodia e tecnicismi più elaborati (lontani, comunque, da virtuosismi prog o quant’altro). Nonostante il refrain non sia particolarmente fresco, la band ci consegna comunque un altro buonissimo brano che chiude in maniera degna questo nuovo lavoro davvero meritevole. Ad ascolto concluso, sembra proprio che la serenità splenda sui nostri volti.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Pollice in su per i nostri vicini di casa austriaci. I Serenity riescono a regalarci un piccolo gioiello di metal sinfonico, un genere, oggi, fin troppo abusato ed in continuo fermento, ma che, di tanto in tanto, riesce a partorire dei prodotti davvero interessanti. Death & Legacy non è un album originalissimo, è meno immediato rispetto a Fallen Sanctuary e necessita di più ascolti approfonditi, ma è più complesso, costruito con maggior perizia e ha in sé un’intrinseca freschezza ed eleganza compositiva che lo rendono particolarmente godibile e molto piacevole. Non è esente da lievi limiti, ovviamente, come per esempio un’eccessiva prolissità dello stile tipicamente sinfonico (dovuto anche ad una pretenziosa tracklist) e, certamente, una maggiore varietà stilistica tra una song e l’altra non avrebbe guastato, anche se alcuni inserti e riff maggiormente rocciosi ed aggressivi aiutano sapientemente nello spezzare le magniloquenti sonorità dell’album. La produzione, pulita e grintosa, aiuta a godersi quest’album nota per nota. Rispetto all’album precedente, infatti, vengono messe maggiormente in risalto le orchestrazioni, arrangiate in modo sublime. Non si tratta di un’orchestra tipicamente d’accompagnamento o con intenti “cinematografici”: spesso è un’orchestra diretta ed incisiva, pronta a sottolineare ogni passaggio, uno strumento essenziale per la riuscita dei brani, e ciò rende le song dinamiche e non stantie. Oltre a ciò, è da segnalare come le ritmiche risultino variegate e quasi mai banali nella loro costruzione, complici la sezione ritmica creata dalla colorita batteria (finalmente corposa rispetto al precedente FS) e dalla chitarra di Thomas Buchberger, macinatore di ottimi riff ed autore di splendidi solos, curati e messi maggiormente in risalto rispetto ai full-lenght precedenti. La voce di Georg, come sempre, completa ed irrobustisce il sound del quintetto. Il suo timbro spesso è paragonato a quello del ben più noto singer dei Sonata Arctica, Tony Kakko. A mio avviso, al di là di una solamente lieve somiglianza di timbro vocale, Tony è dotato di maggior estensione ed aggressività, mentre Georg punta maggiormente alla delicatezza, all’eleganza d’esecuzione e alla teatralità interpretativa (Kamelot docet), donando un tocco di originalità ed un trademark al sound della band. A tutto ciò aggiungiamo un’interessante immagine di copertina, un concept lirico di tutto rispetto ed abbiamo così un piccolo capolavoro del 2011, da parte di una band che ci auguriamo possa presto raggiungere l’ambita notorietà, al di là dei confini europei.


Tracklist:

01. Set Sail To
02. New Horizons
03. The Chevalier
04. Far From Home
05. Heavenly Mission
06. Prayer
07. State Of Siege
08. Changing Fate
09. When Canvas Starts To Burn
10. Serenade Of Flames
11. Youngest Of Widows
12. Below Eastern Skies
13. Beyond Desert Sands
14. To India’s Shores
15. Lament
16. My Legacy


Voto: 8,5/10