mercoledì 6 luglio 2011

SERENITY - Death & Legacy


Quando la Storia e la Musica si incontrano…

Nome Album: Death & Legacy
Etichetta: Napalm Records
Data di uscita:25 Febbraio 2011
Genere: Symphonic/Power Metal

Introduzione:

Ebbene si, anche la timida Austria, terra di Mozart e della musica classica, è in grado di regalarci grandi band di ottima caratura e qualità. E’ il caso dei Serenity, gruppo ancora troppo sconosciuto presso il grande pubblico, ma che sta ampiamente guadagnando consensi a destra e a manca, compreso il nostro Bel Paese, freschi anche di un recente tour di supporto ai Delain che ha fatto tappa anche all’Alcatraz, in quel di Milano. L’ascesa dei Serenity prende le mosse da Words Untold & Dreams Unlived (pubblicato nel 2007), ed è subito chiaro l’intento della band, ovvero quello di suonare del buon e sognante power-symphonic metal. Il primo lavoro è incentrato maggiormente su linee power rispetto ai due album successivi, ma già inizia seriamente a slegarsi dai cliché del genere, proponendo inserti molto ricercati, ricamati da vari passaggi progressivo-sinfonici. Niente male come inizio, bissato due anni dopo dal capolavoro Fallen Sanctuary, dove i ritmi rallentano leggermente ed il sound si fa decisamente più sinfonico ed evocativo. Iniziano sempre più a delinearsi certi trademark della band, su tutti la voce di Georg Neuhauser, lontana dal classico power-singer, pendendo verso un range vocale meno esteso ma ricco di teatralità e molte sfumature. 3 anni dopo rieccoli calcare i palchi europei con il loro fatidico terzo full-lenght dal titolo Death & Legacy. Da un lato, i Serenity non aggiungono nulla di nuovo a quanto la scena abbia già visto negli ultimi anni (e non ne hanno nemmeno la pretesa), dall’altro tutti gli elementi ormai tipici della band vengono ripresi ed amalgamati in 16 brani che (con poche eccezioni) trasudano emozione e brillano di un’elegante perizia compositiva, abbastanza rara al giorno d’oggi. Il contenuto lirico dell’album, forte delle conoscenze di Georg (laureato in storia moderna) e di un imponente lavoro di documentazione, si snoda attraverso una sorta di affascinante concept, dove, in ogni brano, troviamo testi incentrati su diversi personaggi ed avvenimenti storici (come già fecero gli Iced Earth su The Glorius Burden): questo rende ancora più valore ad ogni singolo brano, ed è una di quelle cose che riempie di orgoglio noi metallari. Musicalmente parlando, ci ritroviamo di fronte ad un proseguimento di Fallen Sanctuary, in quanto a tipi di sonorità prettamente sinfoniche, ma sembra che i nostri sciorinino una maggiore aggressività, attraverso alcuni azzeccati riff di chitarra sparsi qua e là lungo il corso dei brani. Se proprio è necessario trovare dei riscontri stilistici con altre band, possiamo affermare che i Serenity rappresentano un riuscito connubio tra l’eleganza dei Kamelot e la delicatezza sinfonica dei Nightwish, non disdegnando un certo piglio aggressivo ed accattivante. Pregevoli inoltre le partecipazioni femminili di cui Georg si è servito e di cui parleremo in seguito. Insomma ci sono molte song, un sacco di carne al fuoco e ci sono tutti gli ingredienti essenziali per potersi godere un buonissimo album di pregevole symphonic metal e di una giovane band meritevole di successo e notorietà accanto ai mostri sacri del genere (Kamelot, Nightwish, Rhapsody Of Fire ecc…). Non ci resta che tuffarci nella storia con i Serenity!


Track By Track:

Il consueto intro d’apertura è la breve strumentale “Set Sail To”, che non presenta nient’altro che vaghi suoni di un’epica battaglia in mezzo al mare. Il disco parte subito in quarta con il primo brano d’apertura “New Horizons”: riff aggressivi vengono accompagnati da pompose orchestrazioni e si alternano sapientemente con alcune strofe delicate e prive di distorsioni di chitarra, fino al sinfonico refrain con delle splendide aperture melodiche e vocali. Buona la parte intermedia del brano e notevole il solo di chitarra, elemento decisamente più marcato in fase di mixing, in questo nuovo album rispetto al passato. Con questo buon brano, le coordinate stilistiche di Death & Legacy sono state già tutte presentate, ma il meglio deve ancora arrivare. Il primo singolo, con annesso video in stile gotico/storico, è “The Chavelier”, un altro ottimo brano dal classico suono “serenitiano”. Qui abbiamo la prima sorpresa del disco, la voce femminile di Ailyn, singer dei gothic metallers Sirenia. Il brano, dopo un’introduzione sinfonica, ha un incedere lento e corposo, dal groove accattivante ed assicurato, grazie anche alle chitarre a 7 corde. Ottimo l’arrangiamento, le melodie ed il super refrain, che fanno di questo brano uno dei migliori di D&L. La prestazione vocale di Ailyn non brilla per notevoli capacità sopra la media, ma è comunque apprezzabile. Aumenta la velocità con “Far From Home”, che esplode in un turbinio di doppia cassa e strumenti classici impazziti. Siamo di fronte ad un altro splendido brano, dove spiccano ancora gli arrangiamenti orchestrali, sempre più ricercati e perfetti, e gli intrecci chitarristici davvero notevoli. Il ritornello del brano risulta essere leggermente meno ispirato rispetto al resto della song, ma, ad ogni modo, tutti i pezzi concorrono al perfetto incastro, rendendo l’ascolto davvero gradito e stuzzicante. “Heavenly Mission” ha un entrata più possente e sinfonica e ben rappresenta il tema trattato (le Crociate). In questo sano mid-tempo troviamo i classici elementi musicali che hanno fatto grande il predecessore Fallen Sanctuary: tanta tanta melodia emozionante, orchestra ambiziosa e prepotentemente incessante, riff di chitarra più aggressivi, ritornello azzeccato e groove assicurato. Nel procedere delle danze ci imbattiamo in “Prayer”, una semplice preghiera di un minuto narrata in spagnolo da una voce femminile, accompagnata da un lievissimo tappeto corale. Nonostante si tratti solo di un intermezzo, resta comunque un’idea originale per introdurre l’epica “State Of Siege”: i primi due minuti sono dedicati ad un inno di battaglia con tanto di violini, marcetta di batteria e lievi sinfonie in crescendo. Aggressivo il successivo attacco di batteria e chitarre, che fanno da tramite per una splendida melodia sinfonica che ritroveremo anche nell’ottimo, ma non originalissimo, refrain. Ecco, tra l’altro, ricomparire lievi strofe, lente e corpose, con tanto di pianoforte in bella vista. Ad ascolto concluso, non possiamo che definirlo come un buon brano, anche se piuttosto classico e meno ricercato rispetto ad altri ottimi brani presenti nel platter. Proseguiamo il percorso storico con uno dei picchi più alti dell’album, se non uno dei più alti raggiunti fin qui dai Serenity: la ballad “Changing Fate”. Questo lento brano, accompagnato quasi interamente da chitarre acustiche, trova i suoi punti di forza nel melodico ed emozionante refrain, negli arrangiamenti riuscitissimi ed originali di chitarra, nell’epica e distorta parte centrale, ma, soprattutto, nella candida voce di Amanda Somerville (la bionda singer degli Avantasia). La sua voce splendida e quella non da meno di Georg si intrecciano, dando vita ad un affascinante duetto. Anche se questa ballad non raggiunge i picchi emotivi della vecchia “Fairytales”, rappresenta comunque una direzione musicale da cui i Serenity escono sempre gloriosamente vincitori. Le sorprese non sono ancora finite, perché il seguito dell’album è affidato a “When Canvas Starts To Burn”, a tutti gli effetti il brano migliore di D&L. La tendenza è quella di dare maggior spazio alle chitarre, che si esprimono attraverso una ragionata aggressività nelle strofe, e meno agli arrangiamenti sinfonici, che qui compaiono meno ricercati e meno solenni rispetto ad altri brani sentiti in precedenza. Ottimo il sognante ritornello ed ottimo l’assolo, bilanciato tra passaggi più tecnici ed altri più melodici ed armonizzati. Di bene in meglio con “Serenade Of Flames”, mid-tempo d’impostazione maggiormente “gothicheggiante”, con dei corposi chitarroni in primo piano supportati da suadenti melodie d’impatto. Ad aggiungere un tocco d’eleganza in più ci pensa la buona prestazione della terza guest star del disco, la rossa Charlotte Wessels (singer dei Delain), ed in effetti, per certi tipi di sonorità ed esecuzione, pare quasi una song creata apposta per sposare la sua voce. Notevoli alcuni guitar riff aggressivi ed il refrain decisamente orecchiabile e mainstream. Tutto ciò consegna agli ascoltatori un brano semplice, ma, allo stesso tempo, efficace e ricco di sfumature. “Youngest Of Widows” apre un set di brani in linea di massima meno ispirati rispetto a quelli fin’ora sentiti. Il brano in questione risulta essere un buon pezzo di metal melodico, ma non v’è nulla al suo interno che riesca a risaltare nel contesto. Il melodico refrain, di facile presa, rappresenta, forse, il meno riuscito del lotto, considerando l’ispirazione generale che aleggia in D&L, pur presentando le solite raffinate orchestrazioni. Carino, ma non trascendentale, lo stacco centrale con relativi guitar-solos. Possiamo perdonare tutto questo ai Serenity, vista la magna qualità finora propostaci nei precedenti 10 brani. “Below Eastern Skies” è un intermezzo piuttosto simpatico ed atipico, comprendente sonorità orientaleggianti che urtano col contesto magniloquente e sinfonico dell’album, ma è azzeccato per presentare ed introdurre “Beyond Desert Sands”, un altro pezzo dove assistiamo ad un lieve calo di fresca ispirazione. Nonostante il rapido attacco piuttosto ficcante e le melodie d’ispirazione arabeggiante, il brano perde forza in un ritornello privo del giusto spessore, rilasciando così una song discreta, ben fatta e ben confezionata, ma meno accattivante rispetto ai brani precedenti. Con una breve introduzione sinfonica inizia “To India’s Shores”, ennesimo mid-tempo sinfonico, semplice nella struttura, ma comunque riuscito e ben fatto grazie ad arrangiamenti e parti orchestrali studiate sapientemente nei dettagli, che, attraverso un crescendo, esplodono nel ritornellone di turno, melodico e corale, intriso di passione ed ispirazione. Ottimo l’assolo di chitarra centrale. Nei testi, come eludibile dal titolo, si narrano le note vicende di Cristoforo Colombo, in viaggio verso le coste dell’India. Galileo Galilei è invece protagonista della chiusura dell’album, affidata in primis all’intermezzo “Lament”: un breve e sorprendente monologo recitato in lingua italiana (!) da Fabio d’Amore (l’attuale bassista dei Serenity, entrato ufficialmente nella band subito dopo la registrazione dell’album), intriso di teatralità ed entusiasmo. Intermezzo che apre le porte all’ultimo capitolo di D&L, la raffinata “My Legacy”. L’ottimo incipit di pianoforte ci introduce ad un tappeto di doppia cassa che fa da supporto a potenti e variegate orchestrazioni e a ricercati chiaro-scuri, tra incursioni acustiche e ripartenze metalliche. Ancora una volta notevole la parte mediana del brano e i guitar solos, sempre in bilico tra melodia e tecnicismi più elaborati (lontani, comunque, da virtuosismi prog o quant’altro). Nonostante il refrain non sia particolarmente fresco, la band ci consegna comunque un altro buonissimo brano che chiude in maniera degna questo nuovo lavoro davvero meritevole. Ad ascolto concluso, sembra proprio che la serenità splenda sui nostri volti.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Pollice in su per i nostri vicini di casa austriaci. I Serenity riescono a regalarci un piccolo gioiello di metal sinfonico, un genere, oggi, fin troppo abusato ed in continuo fermento, ma che, di tanto in tanto, riesce a partorire dei prodotti davvero interessanti. Death & Legacy non è un album originalissimo, è meno immediato rispetto a Fallen Sanctuary e necessita di più ascolti approfonditi, ma è più complesso, costruito con maggior perizia e ha in sé un’intrinseca freschezza ed eleganza compositiva che lo rendono particolarmente godibile e molto piacevole. Non è esente da lievi limiti, ovviamente, come per esempio un’eccessiva prolissità dello stile tipicamente sinfonico (dovuto anche ad una pretenziosa tracklist) e, certamente, una maggiore varietà stilistica tra una song e l’altra non avrebbe guastato, anche se alcuni inserti e riff maggiormente rocciosi ed aggressivi aiutano sapientemente nello spezzare le magniloquenti sonorità dell’album. La produzione, pulita e grintosa, aiuta a godersi quest’album nota per nota. Rispetto all’album precedente, infatti, vengono messe maggiormente in risalto le orchestrazioni, arrangiate in modo sublime. Non si tratta di un’orchestra tipicamente d’accompagnamento o con intenti “cinematografici”: spesso è un’orchestra diretta ed incisiva, pronta a sottolineare ogni passaggio, uno strumento essenziale per la riuscita dei brani, e ciò rende le song dinamiche e non stantie. Oltre a ciò, è da segnalare come le ritmiche risultino variegate e quasi mai banali nella loro costruzione, complici la sezione ritmica creata dalla colorita batteria (finalmente corposa rispetto al precedente FS) e dalla chitarra di Thomas Buchberger, macinatore di ottimi riff ed autore di splendidi solos, curati e messi maggiormente in risalto rispetto ai full-lenght precedenti. La voce di Georg, come sempre, completa ed irrobustisce il sound del quintetto. Il suo timbro spesso è paragonato a quello del ben più noto singer dei Sonata Arctica, Tony Kakko. A mio avviso, al di là di una solamente lieve somiglianza di timbro vocale, Tony è dotato di maggior estensione ed aggressività, mentre Georg punta maggiormente alla delicatezza, all’eleganza d’esecuzione e alla teatralità interpretativa (Kamelot docet), donando un tocco di originalità ed un trademark al sound della band. A tutto ciò aggiungiamo un’interessante immagine di copertina, un concept lirico di tutto rispetto ed abbiamo così un piccolo capolavoro del 2011, da parte di una band che ci auguriamo possa presto raggiungere l’ambita notorietà, al di là dei confini europei.


Tracklist:

01. Set Sail To
02. New Horizons
03. The Chevalier
04. Far From Home
05. Heavenly Mission
06. Prayer
07. State Of Siege
08. Changing Fate
09. When Canvas Starts To Burn
10. Serenade Of Flames
11. Youngest Of Widows
12. Below Eastern Skies
13. Beyond Desert Sands
14. To India’s Shores
15. Lament
16. My Legacy


Voto: 8,5/10

martedì 28 giugno 2011

ALESTORM - Back Through Time


Jolly Roger a mezz’asta…

Nome Album: Back Through Time
Etichetta: Napalm Records
Data di uscita: 3 Giugno 2011
Genere: Pirate Folk Metal

Introduzione:

Navigatori di tutti i mari, eccovi di nuovo tornare la band più scanzonata di tutta la Scozia, gli Alestorm! Nell’ambiente folk sono ormai parecchio conosciuti, amati per le loro melodie allegre e birraiole e spesso detrattati, d’altro canto, per i loro testi interamente basati sulle vicissitudini piratesche di certa letteratura inerente. Per molti, invece, restano una band poco conosciuta e quindi è doveroso introdurre qualche nozione in più. L’esordio col botto è del 2008, a titolo Captain Morgan’s Revenge: già da titolo, cover e contesto si intuisce la direzione musicale. Questi 4 giovani fanno del Pirate Metal la loro indole, inserendo nella loro proposta un power metal influenzato dal folk, con tanto di pompose ed anthemiche aperture sinfoniche. Le idee espresse nel primo album vengono riprese, tra intuizioni geniali ed altre già stancamente ripetute, con il successivo Black Sails At Midnight (2009), decisamente più curato ed ancora più sinfonico-bombastico rispetto al precedente. Nonostante siano due discreti album, da prendere alla leggera e senza troppa serietà, già si può capire che gli Alestorm ormai abbiano ben poco da dire rispetto a quanto già dato. A questo punto, quindi, è lecito domandarsi: come suona questo nuovo BTT? La risposta, fondamentalmente, la avete già avuta un paio di righe sopra. Tuttavia, non possiamo non notare come, tra gli arrangiamenti e gli ingredienti già fattici conoscere dalla band, facciano capolino alcuni piccoli elementi di novità che rendono, a suo modo, questo lavoro più interessante e piacevole nel suo proseguimento. Non pensate a chissà che cosa, si tratta di semplici virgole all’interno di un contesto sempre piratesco, folkeggiante, sbarazzino, scanzonato, ma dal piglio decisamente più aggressivo e meno sinfonico rispetto al passato. Quindi, detto questo, alzate il volume, spinatevi una buona birra da litro, lasciate perdere per un momento l’oscurità che aleggia interiormente in voi, stampatevi un sorriso sul volto e ascoltatevi il ritorno dei pirati scozzesi dell’heavy metal (non me ne vogliano i defunti Running Wild): questo è l’approccio corretto per gustarvi qualsiasi lavoro degli Alestorm, compreso questo Back Through Time.


Track By Track:

Il mare e l’atmosfera piratesca introducono la title-track, l’opener “Back Through Time”. L’attacco è affidato subito ad uno spietato blast-beat di batteria, donando una maggiore aggressività e violenza alla musica del combo scozzese. Questo brano d’apertura risulta essere sufficientemente accattivante ed aggressivo, soprattutto nell’azzeccato refrain, e, a suo modo, rappresenta una canzone leggermente scostata dai classici stilemi alla Alestorm. Quindi, un buon inizio, dove si intravedono buoni arrangiamenti folk-sinfonici alternati a riff più tirati e di matrice thrash. Deficitano un po’ invece (ma questo è risaputo) le parti vocali del singer-keyboarder Christopher Bowes, come sempre grezze e sterili, anche se azzeccate nel contesto piratesco. Un feroce riff thrasheggiante apre il primo singolo “Shipwrecked”, seguito subito da allegre melodie di fisarmonica. Quest’ottimo brano giustifica la scelta di usarlo come singolo: è infatti un piccolo inno da stadio che vi entrerà in testa fin dal primo ascolto. Notevoli gli stacchi thrash, nella parte mediana del brano, che donano quella giusta ed interessante alternanza tra folk e metal. Il buffo videoclip altro non fa che suggellare l’anima festaiola dei pirati scozzesi. Stesse soluzioni per la seguente “The Sunk’n Norwegian”, brano che richiama maggiormente il pirate metal dei primi due album. Anche in questo caso gli Alestorm, attraverso trombe, fisarmoniche, flauti e quant’altro, creano un anthem da cantare a squarciagola con tanto di pugno alzato, al grido di “One more drink!”. Il risultato che ne esce è un brano immediato e piacevole, ma non particolarmente esaltante né tantomeno innovativo. Meglio la seguente “Midget Saw”, che, dopo un’introduzione affidata ad una melodia folkeggiante, si riassesta sui binari della traccia di apertura, in termini di velocità d’esecuzione. Stacchi di doppia cassa velocissima e blast-beats improvvisi accompagnano il solito ritornello da stadio azzeccato per l’occasione. Molto buona la parte centrale, coadiuvata da un buon assolo di chitarra. Le melodie iniziali tornano sul finale, consegnandoci la successiva “Buckfast Powersmash”: il brano più aggressivo di tutto l’album. Nei suoi due minuti e mezzo di durata, questa bizzarra canzone ci propone dei riff velocissimi in un tiratissimo stile thrash-core (Municipal Waste?), alternati a delle parti più allegre, melodiose e folkeggianti. Nonostante gli esaltanti e violenti stacchi del refrain, in fin dei conti, risulta essere un brano poco riuscito nell’arrangiamento, poiché i riff thrash e le parti più melodiche vengono mal amalgamate, lasciandoci, alla fine dell’ascolto, una sensazione di amara inconcludenza. Poco male, comunque, per del sano headbanging. “Scraping The Barrel” è la classica ballad alla Alestorm, come da tradizione inserita in ogni album della band. I loro lenti, causa la voce eccessivamente imprecisa di Bowes, non brillano certo per intensità emotiva o interpretazione esemplare (non aspettatevi ballad strappalacrime tipiche dell’heavy o del power), ma comunque rappresentano degli episodi contestualizzati al tema piratesco e scorrono tranquilli nello stereo. E’ così anche per questo lento, che ha il suo punto di forza nel melodico refrain. Peccato solo che sia una cover di Stan Rogers, e quindi non sia interamente farina del sacco della band. C’è spazio per un altro inno folkeggiante, dall’eloquente titolo di “Rum” (c’è bisogno di ribadire quanto gli Alestorm siano amanti dell’alcool?). Una sorta di ode verso la bevanda alcolica preferita dai pirati di tutti i mari; pertanto già si può capire che i temi seri non sono alla portata di un gruppo come gli Alestorm. Musicalmente il brano non mette in evidenza grandi idee compositive, risultando così un episodio divertente, ma trascurabile. “Swashbuckled” si impone come un epico mid-tempo cavalcante, dove però le coordinate stilistiche del combo si confermano rimanere decisamente inalterate rispetto ai canoni. Il brano risulta abbastanza scontato, e nemmeno il cambio di velocità nell’intermezzo riesce a risollevare una song stanca e piatta, rappresentando, forse, l’episodio meno riuscito dell’album. Decisamente spiazzante “Rumpelkombo”, ed il motivo è presto detto: trattasi infatti di un mini stacco di 2 secondi effettivi di durata, inutile e completamente senza senso, progettato esclusivamente per indurre l’ascoltatore a farsi una buffa risata. Del resto la serietà, come abbiamo capito, non è contemplata in casa Alestorm. Fin troppo allegra e birraiola anche la seguente “Barrett’s Privateers”, che nelle sue folkeggianti melodie da osteria trova il suo punto di forza. Questa song quindi, pur peccando di incessante ripetitività, risulta, se non altro, divertente al punto giusto, come da miglior tradizione, aiutata anche da un buon assolo di chitarra. Arriviamo alla successiva “Death Throes Of The Terrorsquid”, che cade giusta giusta per risollevare le sorti di due o tre pezzi piuttosto trascinati e poveri di idee. Il brano sembra quasi esser pervaso da un’aura più seria ed oscura rispetto alla classica produzione del combo scozzese. Infatti le strofe, caratterizzate da melodie darkeggianti, lasciano spazio ad un lento refrain epico e, soprattutto, ad una notevole  parte centrale, in cui i blast-beats di batteria sono accompagnati da una voce scream (opera di Bowes?), dando vita così ad un’atmosfera decisamente vicina al black metal sinfonico (!) di Cradle Of Filth e Dimmu Borgir. Approdiamo così al finale della song, che si aggiudica la palma di miglior brano dell’intero album. Certo, nulla di nuovo o particolarmente innovativo è stato scritto, ma la sua maggiore lunghezza e varietà stilistica lo rendono una song interessante al punto giusto e molto godibile. Le seguenti brevi bonus tracks “I Am A Cider Drinker” (cover dei The Wurzels) e “You Are A Pirate” (cover dei Lazy Town), come si può immaginare già dai titoli, chiudono l’album con due inni di allegrissimo e scoppiettante folk metal. La prima forse più riuscita della seconda, sono comunque entrambe dei buoni espedienti per passare una serata in allegria con birra e amici all’osteria più vicina…E che altro vi aspettavate dagli Alestorm?!


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Dopo l’entusiasmo per le prime due tracce, non mi resta che confermare come sia palese a tutti che gli Alestorm siano una band nata unicamente con lo scopo di far divertire, a suon di inni, i propri fan folkettari. Questo aspetto, senz’altro lodevole da un certo punto di vista, si ripercuote, inevitabilmente, sull’aspetto musicale. La musica è ciò che conta davvero e, a conti fatti, sembra che il combo scozzese più di tanto non abbia intenzione di schiodarsi da questo allegro pirate metal. Ottima novità il primo album, azzeccato ma già stantio il secondo, arriviamo alla terza fatidica uscita per ottenere nient’altro che una conferma di quanto già eseguito in passato. Aiutano lievemente le rotte thrasheggianti e la sempre apprezzata allegria, ma non bastano per rendere buono e totalmente convincente un lavoro piuttosto approssimativo e spesso dispersivo, dove la qualità musicale e la ricerca sonora (essenziali al giorno d’oggi per risaltare almeno un minimo sulla massa) vengono meno, in favore di stilemi ormai già troppo abusati e sempliciotti. Non aiutano le prestazioni vocali di Bowes, talvolta al limite dell’imbarazzante, seppur contestualizzate. I solos del chitarrista Dani Evans sono abbastanza validi, certo, ma perdono spessore nel contesto e, molte volte, non vengono messi in risalto nel modo giusto, risultando solo un lieve contorno. Il basso di Gareth Murdock non spicca sugli altri strumenti, mentre si salvano la tecnica e precisa batteria di Pete Alcorn (non trascendentale, ma ficcante), i sempre buoni arrangiamenti orchestrali e la super-produzione, sempre attenta ad un suono moderno e pomposo. La copertina piratesca è divertente e ben fatta, come nelle scorse releases. Insomma, pistola alla testa, si tratta di un album discreto e piacevolmente ascoltabile per un paio di volte e non di più, senza aspettarsi eccellenti doti musicali, destinato presto a cadere nel dimenticatoio. Spesso si dice che il terzo album, per una band, rappresenti il punto di non ritorno, la prova del nove. Una prova che, in questo caso, ci ripropone una band ancora troppo statica e prevedibile anche per il prossimo futuro. Speriamo di sbagliarci e di poter sentire, un giorno o l’altro, un possente sparo di cannone dal galeone scozzese degli Alestorm.


Tracklist:

01. Back Through Time
02. Shipwrecked
03. Sunk'n Norwegian
04. Midget Saw
05. Buckfast Powersmash
06. Scraping The Barrel
07. Rum
08. Swashbuckled
09. Rumpelkombo
10. Barret's Privateers
11. Death Throes of The Terrorsquid
12. Am A Cider Drinker (Bonus Track)
13. You Are a Pirate (Bonus Track)


Voto: 6,5/10

mercoledì 15 giugno 2011

WITHIN TEMPTATION - The Unforgiving


Tentazioni radiofoniche…?

Nome Album: The Unforgiving
Etichetta: Roadrunner Records
Data di uscita: 19 Aprile 2011
Genere: Symphonic Metal/Gothic Rock

Introduzione:

La prima volta che vidi la cover “fumettizzata” di questo nuovo The Unforgiving, quando l’album era ancora in fase di realizzazione, cercai di capire il perché di un disegno così distante e “urbano” rispetto alle vecchie cover realizzate dal gruppo per i dischi precedenti. Variazione nello stile e cambio di rotta? In realtà, di questo cambiamento c’è ben poco, in questo nuovo lavoro. La cover si riferisce nient’altro che al concept che sta dietro al disco: una storia basata sui fumetti di Steven O'Connell. Risolto l’arcano sulla grafica, resta la musica: dopo 4 anni dall’ultimo favoloso disco in studio (The Heart Of Everything), intervallati da un album acustico, la band olandese capitanata dall’affascinante Sharon Den Adel e dal chitarrista, nonché compagno di Sharon, Robert Westerholt, torna con un album ricco di atmosfere affascinanti, non esente da qualche piccola novità e anche da varie ombre, rendendolo così un album piacevole, ma in certi momenti piuttosto piatto e tronfio rispetto al passato della band. L’approccio scelto (evoluzione spontanea o ricerca voluta?) dai WT, musicalmente parlando, calca le orme di un gothic rock ispirato e ben confezionato dalle numerose orchestrazioni, arrangiate, come al solito, in modo egregio. In sporadici episodi si avrà modo di assaporare qualche atmosfera che ricorda direttamente il vecchio corso della band (tralasciando il primo album Enter, dal sapore dark-gothic-doom), e in un paio di brani avremo invece modo di apprezzare la band in una veste maggiormente “powereggiante”. Insomma, la carne al fuoco è molta e di certo i WT non lasciano nulla al caso. Ma non è sempre oro ciò che luccica: se da una parte rimangono inalterate le atmosfere sinfoniche a cui siamo stati abituati da anni, dall’altra riscontriamo qualche pecca nel songwriting. Se già il precedente lavoro risultava essere più morbido ed ampolloso rispetto al passato, ora molte songs tendono ad essere ancora più “mainstream”, più radiofoniche e di facile ascolto, e ciò porta inevitabilmente (come nella maggioranza dei casi come questo) ad un calo qualitativo, per quel che concerne la ricercatezza musicale. C’è solo da augurarsi che il sestetto, forte di un costante apprezzamento planetario, non intraprenda strade sempre più impervie, votate maggiormente al successo commerciale piuttosto che alla qualità della proposta musicale. Intanto, non resta che ascoltare, con mente aperta (si astengano i “true metal warriors”), questo nuovo lavoro targato Within Temptation.


Track By Track:

L’apertura del nuovo lavoro è affidata ad una breve intro narrata, che altro non fa che introdurci nella storia del concept. “Why Not Me” dura pressappoco 40 secondi e possiede delle piccole orchestrazioni che passano presto inosservate. Nulla di trascendentale, insomma, per introdurre l’album. Procede subito la seguente vera opener, “Shot In The Dark”, che prende le mosse da alcuni lievi beat elettronici, per poi esplodere in un classico ritornellone alla Within Temptation: melodico, sinfonico ed emotivo. Il brano prosegue su tempi medi, come da miglior tradizione, anche se si inizia già a riconoscere una direzione più radiofonica che caratterizzerà i vari episodi del disco. Un brano discreto, in fin dei conti, che lascia spazio al riff e alla doppia cassa di “In The Middle Of The Night”, brano che si distacca dalla tradizione sonora della band olandese, grazie,  appunto, a velocità maggiormente sostenute, coadiuvate da tappeti di doppia cassa. Il brano assume quindi dei connotati più vicini al power metal più sinfonico e moderno. Al di là di questo comunque, risulta essere una song davvero valida, con un bel refrain, su alte tonalità per Sharon, a coronare quello che considero uno dei migliori brani del disco. Subito dopo veniamo trasportati sulle note del primo singolo scelto per anticipare l’uscita del disco: “Faster”. Ci troviamo di fronte al brano più radiofonico e semplice dell’intero album. I buoni arrangiamenti orchestrali alzano le sorti di una canzone che, altrimenti, risulterebbe essere troppo piatta e troppo poco ricercata. Insomma, un episodio sufficientemente piacevole, ma che farà storcere il naso a molti. Impossibile poi non notare il mezzo plagio alla song di Chris Isaak “The Wicked Game” (interpretata tra l’altro anche dai finlandesi H.I.M.). Un’apertura sinfonico-cinematografica apre la successiva prima ballad del disco: “Fire And Ice”, un bellissimo brano pieno di pathos e decisamente ben costruito. Una prima parte pianistica lascia spazio alle chitarre pompose, che esplodono in un bel refrain evocativo con tanto di cori e sottili arrangiamenti sinfonici, per una ballad che suggella il livello qualitativo globale del disco. Altro brano da annoverare tra i più riusciti. La successiva “Iron”, in quasi 6 minuti di durata, ci delizia con le sue partiture che molto richiamano il passato della band, quel The Heart Of Everything tanto osannato ed apprezzato. Il riff d’apertura, molto semplice e lineare, viene accompagnato da splendidi arrangiamenti orchestrali e corali, proseguendo attraverso delle buone strofe. Ma proprio là dove i WT giocano spesso le loro carte vincenti (ovvero nel ritornello), abbiamo un leggero calo, con un refrain non particolarmente brillante, ma comunque scorrevole. La voce di Sharon, le orchestrazioni e l’ottimo break centrale rallentato (con narrazione annessa), e successivo guitar solo impreziosiscono non poco il brano, rendendolo molto piacevole. Rallentano ulteriormente i ritmi con la melodica “Where Is The Edge”: questo brano lento risulta abbastanza accattivante nel refrain e nelle strofe incisive, ma altro non fa, in definitiva, che aggiungere alla tracklist un altro brano discreto e nulla di più, condito dalle solite orchestrazione ampollose e ben costruite. Dopo questo episodio sempre piacevole, ma non esaltante, ci troviamo di fronte ai beat elettronici di “Sinéad”, una song di facile presa, ma riuscita e che, a suo modo, spezza un po’ la poco variegata struttura delle tracce precedenti. In questo episodio acquistano un po’ di vigore le ritmiche quasi dance, dando un pelo di freschezza in più ai limitati ritmi che spesso rinveniamo in generi come quello proposto dalla band olandese. Buono il refrain che, agli onnipresenti arrangiamenti orchestrali, aggiunge anche un pizzico di elettronica. Il secondo lentone di The Unforgiving prende il semplice nome di “Lost”: questa bella ballata si rifà, stilisticamente, alle ballad già pubblicate dalla band nei platter precedenti. Nulla di nuovo sotto il sole comunque: il brano è ricco di pathos, grazie ad imponenti orchestrazioni sinfoniche e corali, e si segnala la presenza di un guitar solo eseguito con chitarra classica, seguito da un altro buon assolo in elettrica, per poi proseguire verso l’ultimo refrain e verso il finale della canzone. Ballad quindi piacevole, anche se, qualitativamente, leggermente inferiore rispetto alla precedente “Fire And Ice”. “Murder” presenta un’atmosfera vagamente più oscura rispetto ai brani precedenti, ma non brilla all’interno della tracklist, a causa di un incedere piuttosto scontato e di un refrain poco incisivo e, quindi, piuttosto piatto. I ritmi sono ancora rallentati e si percepisce come le buone idee stiano trovando difficoltà ad uscire, rendendo, a mio avviso, trascurabile questo brano. Va meglio con il diretto seguito “A Demon’s Fate”, canzone molto più efficace, in cui balza all’orecchio, ancora una volta, una maggiore ricercatezza nelle ritmiche, che si elevano rispetto ai consueti canoni, per spostarsi ancora una volta (anche se in maniera meno marcata) sui binari sinfo-powereggianti della terza traccia. Il brano prosegue attraverso un buon ritornello, ed è aiutato da orchestrazioni perfette e ricercate che imperversano in un emozionante crescendo. Da segnalare l’ottimo assolo di chitarra, su un tappeto di doppia cassa e molta sinfonia. Brano riuscito, decisamente sopra la media. Chiusura affidata ad un altro buon brano piacevole dal titolo “Stairway To The Skies”, dove non compaiono altro che i soliti ingredienti che hanno fatto grande la musica del combo olandese. Ritmi lenti, copertura sinfonico-corale pomposa e fin troppo presente, aperture ultra-melodiche nei ritornelli. Quindi, alla chiusura del concept, non troviamo nulla di particolarmente innovativo, ma solo una song ancora una volta piacevole e scorrevole, che, però, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già propostoci in precedenza dalla bella Sharon e compagnia.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Devo ammettere che, talvolta, mi capita di riascoltare questo album. Lo trovo piacevole e scorrevole. Certo è che un suono come questo, così ampolloso e così estremamente sinfonico, se recepito in quantità industriali, può facilmente far risalire una noia non indifferente nei confronti dell’ascoltatore. Ma, in fondo, questa è anche questione di gusti, ed obiettivamente non si può che valutare positivamente un  lavoro come questo. A parte le sporadiche bordate in doppia cassa già menzionate, un ulteriore elemento che dona maggior vigore all’album rispetto ai lavori precedenti, è l’introduzione, in alcuni brani, di assoli di chitarra (ad opera di Ruud A. Jolie) finalmente degni di nota e maggiormente costruiti, spesso tenuti in secondo piano in passato. Il chitarrismo ritmico di Westerholt non brilla certo per particolari doti o tecnica, ma è perfettamente integrato, come sempre, in quello che è il contesto musicale della band. Medesimo discorso per il bassista Jeroen Van Veen. Martijin Spierenburg (tastiere) è, con tutta probabilità, l’autore di tutto l’apparato sinfonico e di arrangiamento orchestrale della band, pertanto a lui va il plauso di saper creare intrecci musicali davvero notevoli, donanti un certo spessore artistico ed un’aura atmosferica alla musica del sestetto. Dopo la defezione del precedente batterista Stephen Van Haestregt, le partiture di batteria sono state con molta probabilità eseguite e registrate da un turnista. Da segnalare la maggior ricercatezza (già accennata) rispetto al passato, anche se, in definitiva, si tratta di partiture di batteria tese quasi esclusivamente a tenere il tempo, senza eccedere in passaggi memorabili. Infine, la voce di Sharon: il suo particolare timbro, riconoscibile al primo istante, è il vero trademark del gruppo (assieme alla sua appariscente presenza scenica con tanto di gestualità varie ed abbigliamento dark-gothic). Al di là del fatto che la sua voce possa piacere o meno, la frontwoman si rende, ancora una volta, protagonista di una prova eccellente dietro al microfono, senza grandi sviluppi tecnici rispetto a quanto già presentatoci negli album precedenti. Insomma, siamo di fronte ad un lavoro di indubbia qualità per le prove dei singoli musicisti (aiuta molto anche una produzione spettacolare ed esplosiva), ma che risente di qualche pecca a livello di songrwriting, senza contare che non è presente alcun vero capolavoro all’interno della tracklist, trattandosi di un concentrato di songs valide e scorrevoli, ma certamente non trascendentali. Per tale motivo, mi sento di dare solo un 7 a questo nuovo lavoro, nella speranza che i nostri olandesi preferiti tornino a sorprendere con brani davvero epici (ve la ricordate “Mother Earth”?) ed ancor più meritevoli.



Tracklist:

01. Why Not Me
02. Shot In The Dark
03. In The Middle Of The Night
04. Faster
05. Fire And Ice
06. Iron
07. Where Is The Edge
08. Sinéad
09. Lost
10. Murder
11. A Demon's Fate
12. Starway To The Skies



Voto: 7/10

martedì 7 giugno 2011

AVANTASIA – The Flying Opera (Around The World In 20 Days – Live)

- - - Recensione Live DVD - - -


Titolo: The Flying Opera (Around The World In 20 Days – Live)
Data di pubblicazione: 31 Marzo 2011
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Power Metal/Hard Rock
Contenuti: 2 CD (Live show), 2 DVD (Live show, documentario, contenuti speciali)


Recensione:

Le pagine dell’ultima decade del power metal, come molti sanno, sono state fortemente segnate dall’avvento della Metal Opera per eccellenza, ovvero dal mastodontico lavoro in studio di una delle più fervide menti degli ultimi anni. Stiamo parlando di Tobias Sammet, giovane leader ed anima degli Edguy; una band cresciuta bene e velocemente, che ha visto crescere consensi di album in album. Questo 34enne, fin dai tempi di “Vain Glory Opera” (famoso ed importante album della band madre, datato 1998) ha ben chiaro l’intento: realizzare un’opera metal, un concept album epico, con tanto di artisti già noti nella scena hard’n’heavy. E’ così che nasce il grande progetto Avantasia.
Forgiati con incredibile successo di pubblico e vendite i due primi capitoli “The Metal Opera (Part I & Part II)”, dopo alcuni anni di silenzio, ecco tornare alla ribalta il nome Avantasia: la musica (così come per gli Edguy) si fa meno epica ed inizia ad essere caratterizzata da un taglio più moderno, a tratti decisamente orientato verso l’hard rock e l’AOR. Stiamo parlando di “The Scarecrow”, il tanto atteso ritorno sul mercato del progetto di Sammet e il tassello iniziale per l’avvio di una nuova saga concettuale denominata “The Wicked Trilogy” (culminerà con i più recenti “The Wicked Symphony” ed “Angel Of Babylon”). A questo punto però, l’enorme successo che il nome Avantasia si porta sulle spalle, inevitabilmente, porterà il buon vecchio Tobi a considerare gli Avantasia non solo un semplice progetto solista, ma una vera e propria band. Questo lo si può chiaramente intuire guardando il live show (girato al Wacken Open Air, Germania, e al Masters Of Rock, Repubblica Ceca) presentatoci in questo fresco DVD.
Recensire un live show è un compito abbastanza semplice, in realtà. Non c’è nulla di nuovo da dover paragonare o confrontare, non ci sono brani inediti che necessitano una valutazione oggettiva: resta da valutare solo la passione e la carica trasmessa on stage, l’abilità tecnica nel saper riproporre i propri successi e, come ultimo aspetto (ma non meno importante), le scenografie, le inquadrature ecc… Tutti aspetti decisamente notevoli in questo succoso DVD. L’edizione da me posseduta prevede 2 CD (la verisione audio dell’intero show) e 2 DVD, l’uno contenente l’esibizione, l’altro contenente videoclips ed un documentario (senza sottotitoli) molto interessante, incentrato sul backstage del grande e biblico, nonché faticoso, tour mondiale che Tobi e compagni hanno portato avanti nel 2008; il tutto è incorporato in una bellissima confezione cartonata.
Fin dall’attacco di “Twisted Mind”, si percepisce subito il calore delle 85.000 persone presenti al Wacken (in  quell’edizione, vide proprio gli Avantasia come head-liner) e al Masters Of Rock. Attraverso i vari successi del mastermind tedesco riproposti on stage, esce l’impatto di una vera e propria band, capace di rapire il pubblico, grazie anche all’innesto di più voci nel corso dello show, tra le quali abbiamo (oltre a Tobi) l’onnipresente Amanda Somerville, Cloudy Yang (ai cori), nonché mostri sacri del calibro di Bob Catley (notevole in “The Story Ain’t Over”), Andre Matos (“Reach Out For The Light” su tutte), Kai Hansen (presente fondamentalmente solo su “The Toy Master” al posto di Alice Cooper, presente invece su disco), e Jorn Lande (assoluto protagonista assieme a Tobi, nonché acquisto azzeccatissimo per la casa Avantasia). Questo bill, così succulento, viene accompagnato dalle due asce (entrambe sia ritmiche che soliste) Oliver Hartmann (in alcuni casi anche voce solista) e Sascha Paeth (ex-Heaven’s Gate, nonché affermato produttore di band quali Rhapsody Of Fire o gli stessi Edguy), dal tastierista Michael Rodemberg, dal bassista Robert Rizzo e dal batterista degli Edguy, tale Felix Bohnke, spalla sicura per il leader Tobias. Con questa line-up, gli Avantasia donano il meglio di sé: Tobi è un animale da palco e trascina la folla a dovere, con rari cali di voce, dando vita ad  uno show caloroso ed estremamente coinvolgente. Musicalmente e tecnicamente, si può percepire qua e là qualche sporadica lieve caduta o qualche colpo mancato, ma in un live show come questo, in cui trasudano hard rock-heavy-power-metal, sono le emozioni che contano, l’energia e la passione che una band riesce a sprigionare. Ascoltate “The Scarecrow”, “Shelter From The Rain”, “Promised Land” (solo per citare alcuni tra gli episodi migliori), per percepire la pelle d’oca sulle vostre braccia, fino al culmine dell’emozione con l’esibizione del medley finale “Sign Of the Cross / The Seven Angels”: il picco dello show, un paradiso sonoro, con tutte le voci presenti per cantare sullo stesso palco i possenti ed epici refrain delle due song citate: credo che chi si sia trovato al Masters Of Rock in quel momento, abbia vissuto una delle esibizioni musicali più intense e coinvolgenti degli ultimi anni.
Qualità video e audio sono garantite e le numerose inquadrature accompagnano a dovere i vari musicisti, lungo la durata dello show, rincarando la già elevata qualità di questo prodotto.
Tale DVD sugella, quindi, 20 giorni di intenso world tour da parte dell’instancabile leader tedesco e della sua ciurma di stars. E’ bene che facciate vostro questo show, poiché non è detto che i tour degli Avantasia si susseguano per molti anni a venire, visto l’enorme impegno di energie e risorse che un evento così mastodontico richiede. Un’ ottima idea regalo per le occasioni importanti, per un compleanno o per un anniversario di fidanzamento (…vago riferimento al motivo per cui ho in mano questo DVD…), ma, soprattutto, per chi ama l’hard rock/power metal degli Edguy e degli Avantasia, per chi ama quel simpatico Tobias Sammet, che da anni ci regala immense emozioni, e per chi ama la vera musica fatta ed eseguita col cuore. Semplicemente appagante.


Tracklist:

01. Twisted Mind
02. The Scarecrow
03. Another Angel Down
04. Prelude/ Reach Out For The Light
05. Inside
06. No Return
07. The Story Aint Over
08. Shelter From The Rain
09. Lost In Space
10. I Dont Believe In Your Love
11. Avantasia
12. Serpents In Paradise
13. Promised Land
14. The Toy Master
15. Farewell
16. Sign Of the Cross / The Seven Angels (Medley)


Voto: 9/10


lunedì 16 maggio 2011

STRATOVARIUS - Elysium


La conferma di una rinascita...

Nome Album: Elysium
Etichetta: EarMusic
Data di uscita: 18 Gennaio 2011
Genere: Power Metal
 
Introduzione:

Inutile sciorinare parole al vento per illustrare la soap-opera che nell’ultimo decennio ha interessato vivamente la casata Stratovarius e lo stacanovista chitarrista finlandese Timo Tolkki (ora avventuratosi nella sua nuova super-band Symfonia): ormai è storia nota a tutti. Basti solo ribadire che dal 2008, anno dell’abbandono del suddetto Tolkki (fino ad allora, leader e songwriter principale della band), gli Stratovarius sono stati protagonisti di un’inattesa rinascita, a livello musicale e di ispirazione. Merito, probabilmente, del giovane rimpiazzo di Tolkki. Furbetti gli Strato: chiamano un bel giovane (classe 1983) pieno di talento alla sei-corde, colmo di influenze moderne nel sound, sperando così di attirare un po’ di più l’attenzione su un nome che, ormai, nonostante lavori di tutto rispetto, stava divenendo piuttosto grottesco e ridondante. Beh, obiettivo centrato. Infatti la scelta di assumere Matias Kupiainen si è rivelata, a mio personale parere, l’arma vincente per poter risollevare una carriera che, da tempo, era troppo assestata dalla dittatura del pur buon Tolkki, legata, quindi, a stilemi musicali ripetuti ormai da troppi anni (va beh…eccezion fatta per il pessimo e fallimentare esperimento di cambiamento di rotta, ovvero l’album omonimo del 2005). Una carriera costellata da una dignità di tutto rispetto fino, appunto, all’ultimo decennio, in cui, a scapito della musica, hanno prevalso i disturbi mentali di Timo, i litigi all’interno della band ed insignificanti variazioni di line-up. Già dall’ascolto di Polaris, del 2009, si è percepita una nuova aria all’interno della band, un’aria fresca e rinnovata nel songrwriting e nell’esecuzione generale. Il nuovo Elysium ne è la giusta conferma. Infatti, con questo album, i nuovi Strato si distaccano sempre di più dallo spettro “tolkkiniano” (comunque ancora un po’ comprensibilmente presente), producendo un lavoro di power metal intenso, fresco ed elaborato. Certo, il lavoro non è esente da pecche e da qualche episodio meno riuscito rispetto ad altri, ma, nel complesso generale, sembra di sentire una band unita, solida e tutt’altro che in via d’estinzione. Anzi, l’ottimo apporto di Matias (a cui è stato dato grande spazio in fase di composizione) sarà, con ogni probabilità, in grado di far risaltare sempre di più le sue doti di compositore e di dare nuova linfa vitale alla band ad ogni nuova uscita. Nulla è scritto ancora, starà a loro credere in se stessi e superarsi di volta in volta. A conti fatti, sembra di capire che l’abbandono di Tolkki abbia fatto solo che bene alla navigata band finnica, e basta dare un attento ascolto ad Elysium per rendersene pienamente conto.  


Track By Track:

Il nuovo ritorno degli Strato viene aperto da un buonissimo mid-tempo dal titolo “Darkest Hours”, aperto da un riff roccioso, di chiara matrice moderna (quasi nu metal giusto per intenderci), che porta il brano a proseguire attraverso strofe e bridge robusti e refrain dalle inaspettate aperture melodiche. Si nota, fin da questa prima traccia, come sia stata data molta importanza agli arrangiamenti di tastiera, molto più variegati rispetto all’ormai vecchio stile tipicamente power della band. Ottimo il breve intervento solista dell’accoppiata vincente Johansson/ Kupiainen. Un altro riff spettacolare, di stampo pseudo-orientaleggiante, apre la più diretta e veloce “Under Flaming Skies”, brano superlativo, di power metal melodico e fresco come pochi, condito da un ottimo refrain e da un’ottima interpretazione da parte di Kotipelto. Decisamente riuscita la parte centrale, che prende le mosse da riff pesanti e rocciosi, spostandosi attraverso degli ottimi arrangiamenti di tastiera, fino ad un assolo chitarristico, non certo memorabile per tecnica o velocità, ma brillante per gusto melodico. La macchina Strato centra un terzo punto a suo favore con la seguente “Infernal Maze”: dopo una breve introduzione lenta ed epica, le danze vengono aperte da un elettronico riff da parte di Jens, sfociando in un brano veloce e carico, esaltante come pochi, su cui spicca uno dei ritornelli migliori dell’album. Troneggiano, ancora una volta, arrangiamenti perfetti e una “solo-battle” tra Jens e Matias nella parte centrale, che altro non fa che dare ulteriore spessore al brano. Un trittico perfetto quindi, che lascia spazio ad un episodio più riflessivo, “Fairness Justified”, un brano lento (attenzione, non ho detto ballad) caratterizzato da un discreto refrain con tanto di coro e da un assolo centrale che, nonostante i buoni intenti, non fa gridare al miracolo. Il brano, di per se, è buono e la sua intensa epicità si lascia ascoltare con una certa attenzione, ma non brilla troppo all’interno della tracklist. La qualità, rispetto al dignitoso terzetto iniziale, si abbassa ancora con la seguente power song “The Game Never Ends”, brano che porta la firma di Johansson. Infatti il riff portante, oltre a dare comunque una sensazione di deja-vu, trascina questa semplice canzone attraverso una strofa ed un refrain poco ispirati e quindi, in definitiva, solo sufficienti. L’ariosità del ritornello può di rado far tornare alla mente i vecchi lavori del combo. Non aiuta l’inconcludente assolo di tastiera, piuttosto pasticciato e a tratti insensato, caratterizzato pure da un registro alquanto fastidioso. Lasciamoci alle spalle questo potenziale filler, e proseguiamo Elysium con il seguente mid-tempo “Lifetime In A Moment”. Diciamo subito che non è un brano che spicca per particolari riff, sonorità o chissà quali geniali trovate. Infatti (dopo un’inutile e prolissa introduzione elettro-corale) il brano è giocato su un roccioso e graffiante riff che si ripete piuttosto frequentemente, sia nelle strofe che nei refrain. Nonostante ciò, scorre tranquillamente, senza troppe forzature, e di sicuro non mancherà di far scuotere inconsapevolmente le teste ai fans. Buono, ma non esaltante, l’intervento solistico centrale. Giunge il momento della vera ballad del disco, “Move The Mountain” (ancora una volta, Johansson pone la firma sul brano). Rispetto alle classiche power-ballad strappalacrime alla Stratovarius, che tanto hanno segnato il loro stile, questo nuovo lento capitolo è caratterizzato da un incedere più sbarazzino e rock-oriented. La strofa si muove tra chitarre acustiche e pianoforte, lasciando spazio ad un ritornello semplicissimo e (bisogna ammetterlo) piuttosto spento, accompagnato da lievi tappeti di tastiera. Il disco, dopo questi episodi caratterizzati da alti e bassi, decolla nuovamente, riprendendo velocità, con la speed-song “Event Horizon”: ottima la strofa e il refrain, indiscutibilmente accattivante, ottimi i piccoli interventi in neo-classical style, ma, soprattutto, esaltante la sezione centrale d’assoli, una delle più ispirate di tutto il disco. Jens e Matias si rincorrono senza sosta, attraverso velocità al fulmicotone e scale perfettamente costruite. A spiccare sono gli arrangiamenti di chitarra, più elaborati e godibili di tante canzoni a firma di Tolkki. Arriviamo all’apice del disco e, azzardando, ad una delle migliori composizioni mai create dagli Stratovarius, la title-track finale “Elysium”: una lunga suite di 18 minuti che da sola varrebbe l’acquisto del disco. Tra progressioni a profusione, stacchi elaborati, accelerazioni power, fantastici interventi solistici e quant’altro, quest’immenso brano tocca il suo punto più paradisiaco (tanto per restare in termini “elisi”) con la parte finale: da un arpeggio acustico si dipana, infatti, una parte estremamente melodica e drammatica, dolcemente ispirata ed arrangiata in modo superlativo. Da tempo, nel power, non si sentiva qualcosa di così celestiale e scritto con cuore e passione (sentitevi l’assolo finale…emozione pura). Ascoltare per credere. Non poteva esservi, sinceramente, modo migliore per concludere quest’opera, ricca di ottimi spunti e, ahimè, anche di altrettante piccole ombre.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Mi sento di approvare pienamente il rinnovato corso intrapreso dalla band e, per quel che conta, già dal discreto Polaris mi sono sempre schierato nei sostenitori del periodo post-Tolkki (pur apprezzando comunque gran parte della discografia del gruppo). Tirando le somme, il songwriting è abbastanza convincente, maturo e riesce a stupire a dovere dove necessario, nonostante alcuni punti non troppo elevati. Per ciò che concerne i singoli musicisti, anche per gli storici Jorg Michael, Timo Kotipelto e Jens Johansson si distingue un ottimo miglioramento e più ispirazione rispetto al passato. Jorg (batteria), finalmente trascende maggiormente dalle solite estenuanti mitragliate di doppia cassa (pur sempre presenti), distinguendosi dal resto in alcuni passaggi più progressivi e maggiormente ricercati. Timo (voce) traina da anni la baracca Stratovarius con la sicurezza e la determinazione della sua inconfondibile voce, da sempre particolarmente calda ed evocativa nelle tonalità medio-basse, più fredda e calcolata in alti ed acuti. Nonostante quindi i piccoli difetti, in questo nuovo Elysium si rende protagonista, ancora una volta, di una prova assolutamente egregia e professionale, priva di grosse sbavature. E che dire di Jens (tastiere), un virtuosista come pochi, che ha sempre impreziosito la musica degli Strato con i suoi tappeti sinfonici e i solos di synth, eseguiti a tutta velocità. Complice l’ottimo songwriting di Matias, anche Jens migliora le proprie doti in Elysium, attraverso assoli che sembrano essere ancora più ricercati, più “gustosi” e più precisi rispetto al passato, soprattutto nelle eterne ed immortali “battaglie” virtuosistiche tra chitarra e tastiera, tanto care al melodic power di stampo nordico. Matias Kupiainen è il vero gioiello dell’album, e non fa rimpiangere le scale neoclassiche di Tolkki. Si percepiscono influenze moderne e progressive (che, diciamocelo, al giorno d’oggi proprio non guastano) nel suo stile, che impreziosiscono molto l’intero album, grazie  a riff più ricercati e graffianti, più originali rispetto al passato, nonché ad assoli davvero memorabili ed invidiabili per gusto e tecnica esecutiva. Il basso di Lauri Porra non risalta troppo e nella maggior parte dei casi si limita al lavoro di accompagnamento. L’ottima produzione, potente e pulita, mette in risalto tutte le capacità strumentali del combo finnico, e l’artwork presenta colori accesi e luminosi, contornanti un ottimo disegno in copertina, più dettagliato e meticoloso (così come quello di Polaris) rispetto alle vecchie grafiche. Invito tutti, detrattori e non, a dare una possibilità a Kotipelto e compagnia, che in questa nuova veste, rinnovata e spogliata di ciò che non funzionava più, avranno certamente modo di stupirvi in un modo e nell’altro. Bentornati. 


Tracklist:

01. Darkest Hours
02. Under Flaming Skies
03. Infernal Maze
04. Fairness Justified
05. The Game Never Ends
06. Lifetime In A Moment
07. Move The Mountain
08. Event Horizon
09. Elysium


Voto: 7,5/10

lunedì 2 maggio 2011

SYMFONIA - In Paradisum


Nuova band, stessa Sinfonia…

Nome Album: In Paradisum
Etichetta: Marquee Records
Data di uscita: 5 Aprile 2011
Genere: Melodic Power Metal

Introduzione:

Signori e signore, torna alla ribalta il nome altisonante di Timo Tolkki, con la sua nuova band. Partiamo con le presentazioni. Timo è stato il fondatore, chitarrista e songwriter principale di un’immensa creatura, caposaldo del power “made in Europe”, chiamata Stratovarius. Già questo dovrebbe sciogliervi ogni dubbio al riguardo di come possa essere questo “In Paradisum”; ma procediamo con ordine. Il personaggio in questione, negli anni a seguire dalla formazione finlandese, si è gettato in progetti piuttosto annacquati e poco riusciti: la carriera solista lo ha portato ad approdare ad un sound fortemente pop-rock ed AOR, tramandando ai posteri solo una manciata di canzoni riuscite. Tra successive collaborazioni a vari progetti musicali e altre discutibili pubblicazioni che non hanno mai visto la pubblicazione (il progetto Saana – The Warriors Of Light), dopo aver lasciato la sua band madre nel 2008 (in un clima di astiosità che durava ormai da tempo), il buon Timo si è lanciato in pubbliche dichiarazioni, nettamente a sfavore dei suoi ex-compagni, ribadendo la nascita di un progetto con i vecchi componenti degli Stratovarius, solo per ripicca nei confronti degli attuali membri, fino ad approdare alla band Revolution Renaissance, sua recente creazione che ha calcato troppo le orme dei vecchi Stratovarius e, quindi, una band piuttosto fallimentare ed ignorata dal grande pubblico. Lasciati i RR, eccolo tornare alla ribalta con una super-band che, visti i componenti che ne prendono parte, lascia da subito ben sperare che le cose stiano evolvendo per il meglio. I Symfonia sono infatti frutto dell’unione di nomi altisonanti della scena power metal europea: Timo Tolkki (chitarra, ex-Stratovarius ed ex-RR), André Matos (voce, ex-Angra ed ex-Shaman), Mikko Härkin (tastiere, ex-Sonata Arctica), Jari Kainulainen (basso, ex-Stratovarius ed ex-Evergrey) e Uli Kusch (batteria, ex-Helloween ed ex-Masterplan). Arruolati questi nuovi compagni, nasce quindi questo “super-gruppo di disoccupati”, ma, alla luce della loro prima uscita discografica, la musica (letteralmente) non cambia. Questo “In Paradisum” delude molto, infatti, perché con un team come questo si poteva fare molto di più, ma Tolkki, invece, preferisce stanziarsi su un format musicale sicuramente “suo”, ma ormai superato e ripetuto per troppo tempo dal songwriter finlandese, sicchè i Symfonia si riducono ad essere una band che semplicemente suona la musica degli Stratovarius dei tempi d’oro, con Andrè Matos alla voce.


Track By Track:

I paragoni con album storici degli Stratovarius, come gli importanti Visions o Destiny, sono impossibili da evitare, fin dalla prima traccia “Fields Of Avalon”. Un riff di chitarra apre un up-tempo dalle strutture classiche e ormai trite e ritrite, rivelando una canzone sicuramente scorrevole e piacevole, con un ritornello arioso e molto melodico, come da tradizione, ma che non dice assolutamente nulla di nuovo. Stessa pasta per la successiva “Come By The Hills”: song un po’ più lenta della precedente, dove, ancora una volta, abbiamo in risalto un buon arrangiamento melodico ed un ritornello semplice ed efficace; una canzone che rimanda direttamente a vecchi brani come “S.O.S” o il famoso singolo “Hunting High And Low”. Fino a qui, è bene dirlo, sono state sparate due delle migliori cartucce dell’album, e questo ci fa già capire che il disco non ha alcuna intenzione di mutare canoni, lungo il suo corso. Uno dei pochi elementi di novità arriva con la seguente “Santiago”, ancora una volta un up-tempo piacevole, caratterizzato da un breve riff chitarristico dai connotati (ecco la piccola novità) più graffianti ed aggressivi rispetto al classico stile Tolkkiniano. Il suddetto riff sfocia poi in un consueto refrain melodico e ben confezionato. Piuttosto insipido il break acustico centrale. La seguente “Alayna” è la prima power ballad del disco: tipico lento strappa-lacrime in pieno Tolkki-style, si dilunga per 6 minuti attraverso chitarre acustiche, una buona strofa ed un refrain fin troppo statico e melodico, accompagnato da un lieve coro di background alla limpida ed acuta voce del singer brasiliano. Ballad, quindi, mediocre e nulla di eccezionale per le nostre orecchie, che apre la strada per il successivo up-tempo “Forevermore”: titolo banalissimo e stra-abusato che cela dietro le sue note gli stessi soliti ingredienti “stratovariusiani”, già a partire dall’introduzione. Riff piuttosto insipidi si susseguono su una base di doppia cassa, con un incedere a metà tra gli Edguy più power-oriented e i Sonata Arctica degli esordi. Il brano risulta, alla fine, privo di mordente, spento e poco carico, e nemmeno le linee vocali riescono a convincere. Il ritornello arioso rimanda alla mente vecchie glorie del periodo roseo degli Strato, come “Against The Wind” o “Anthem For The World”: canzoni tutt’altro che fiacche. Non va meglio nemmeno con la seguente “Pilgrim Road”. Ok, è apprezzabile l’idea della melodia folkeggiante su cui è costruita la canzone stessa, ma le idee vengono mal sviluppate, e ne risulta che alcune buone intuizioni sono affossate da una spiccante e papabile mancanza di arrangiamenti studiati ed adeguati. Pertanto anche questa song, nonostante i connotati “sbarazzini” ed allegri nel bridge e nelle melodie, è di facile ascolto e, a lungo andare, tende ancora una volta a stufare l’ascoltatore. Segue la title-track “In Paradisum”, una lunga suite di nove minuti, il cui impianto corale-sinfonico e la cui struttura portano subito alla mente altre simili song del passato, tra cui l’anthemica “Destiny”, l’immensa “Elements” o l’epica “Infinity”. La suite in questione procede su cavalcate in mid-tempo, alternate a sprazzi di speed-power metal, parti acustiche e quant’altro, fino al possente e lento refrain. Ancor più notevole la seconda parte: dopo una sezione d’assoli di chitarra e tastiera, il brano si trasforma, infatti, in una lenta ballad incredibilmente toccante, in cui Matos gioca su una prestazione incredibile, toccando i picchi vocali più alti del disco. Dopo una parte quindi piuttosto stantia, il disco ritrova spessore con questa bella e piacevole song dalle tinte sinfoniche. Una curiosità: nessuno potrà fare a meno di notare come il riff portante abbia la stessa struttura della nota “Still Waiting” dei Sum 41. Altro passo falso (e punto più basso del disco) con la successiva “Rhapsody In Black”, canzone dalle tinte heavy, dotata di una semplice ma efficace  strofa in clean guitar, che, purtroppo, sfocia in un ritornello decisamente scialbo e privo di spessore ed adrenalina, abbassando, non di poco, la qualità della canzone, assieme ad un assolo di chitarra piuttosto insipido e mal costruito. Gli echi della vecchia “Black Diamond” tornano di soppiatto nell’intro di “I Walk In Neon”, brano che è un continuo auto-plagio dei vecchi brani targati Stratovarius. Si sente un po’ di tutto, da “Destiny” nel chorus a “Eagleheart” nel bridge: per chi negli anni si è cibato di pane e power metal europeo, è impossibile non farci caso. Nonostante questo, la song scorre tranquilla, tra ritornelli ariosi e classiche melodie, senza stufare, risultando abbastanza piacevole nel suo incedere. Arriviamo così al finale di questo controverso album, con una ballad acustica, “Don’t Let Me Go”, accompagnata da un violoncello e da alcuni beat di percussione elettronica nel ritornello. La semplicità della canzone non ci impedisce comunque di apprezzarla per ciò che intende essere, un lento toccante e delicato. Un album per soli appassionati quindi, per chi sente la nostalgia degli Strato degli anni ’90, ma che non sarà in grado di soddisfare nè gli apparati uditivi più progressivi né, tantomeno, chi va cercando qualcosa di nuovo in questo affollato mercato musicale chiamato Heavy Metal.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Eccoci, pronti per bastonare a dovere questa nuova creatura del prolifico Tolkki. Tirando le somme, non è un brutto album, ha alcune buone song in mezzo ad altre poco riuscite, è sufficientemente piacevole e scorre liscio come l’olio, salvo qualche melodia forzata, qualche ritornello non azzeccato e via dicendo. Ma se quest’album funziona è solo merito del fatto che materiale come questo è stato scritto già più di dieci anni fa e, alla luce dei giorni nostri, è impensabile che lo stesso creatore di ottimi lavori come Visions (1997), Destiny (1998) o Infinite (2000), ancora ricalchi il plettro sugli stessi identici riff, sulle stesse strutture, sulle stesse melodie. In altri termini, i suddetti album, all’epoca, erano delle fresche novità per il panorama metal mondiale, ma ora un Visions II rischia solo di far scadere l’attenzione per questa nuova band: superband che avrebbe un sacco di potenzialità, ma non le sfrutta a dovere. Il basso è praticamente inesistente (segue troppo la linea di chitarra), la batteria è statica e troppo priva di fantasia per essere suonata da un batterista come Uli Kusch, che si attiene assiduamente a partiture praticamente uguali a quelle di Jorg Michael (attuale batterista degli Strato), senza un minimo di variazione o di gioco. La tastiera non ha modo di esprimersi al meglio, poiché i solos sono limitati e, per il resto, si attiene ad uno sterile accompagnamento e a semplici melodie. Tolkki non è mai stato un memorabile chitarrista ritmico, tant’è che, anche in questo In Paradisum, i suoi riff sono fin troppo semplici, stantii e tecnicamente limitati, per non parlare dei solos: spesso privi di spessore e gusto (sempre parlando di quest’album, sia chiaro). Matos è il vero fiore all’occhiello di quest’album, deliziando il salvabile con la sua voce, ancora alta ed acuta come ai tempi d’oro degli Angra. Voce tecnicamente ineccepibile, ma, purtroppo, un po’ carente dal punto di vista della potenza e del carisma. Per il resto, la produzione è convincente e pulita (anche se osare un po’ di più, per ottenere un sound più aggressivo e potente, non avrebbe guastato), e l’immagine di copertina ha degli accesi e decisamente gradevoli colori, a suggellare un discreto disegno computerizzato. Con un set di musicisti così le cose potevano essere fatte molto meglio quindi, e ce lo auguriamo per il futuro. Timo doveva senza dubbio dedicare più tempo e cura agli arrangiamenti e alla ricerca di riff e melodie più interessanti e convincenti, invece di limitarsi così scarnamente al solito sufficiente lavoro, giusto per gonfiare ancor di più la sua mediocre discografia post-Stratovarius. Il voto là sotto è volutamente scarso, poiché il fattore originalità in casi come questo non può essere lasciato inosservato, è ora che Timo lo capisca. Riassumendo: album ascoltabile, ma nulla di più. Peccato davvero.


Tracklist:

01. Fields Of Avalon 
02. Come By The Hills
03. Santiago
04. Alayna
05. Forevermore
06. Pilgrim Road
07. In Paradisum
08. Rhapsody In Black
09. I Walk In Neon
10. Don’t Let Me Go


Voto: 6,5/10