lunedì 11 aprile 2011

TURISAS - Stand Up And Fight

…E il viaggio continua!


Nome Album: Stand Up And Fight
Etichetta: Century Media
Data di uscita: 28 Febbraio 2011
Genere: Symphonic Folk Metal

Introduzione:

Arrivano, in questo 2011, al fatidico terzo disco anche i finlandesi Turisas, partiti discograficamente nel 2004 con quel manifesto del folk metal internazionale chiamato Battle Metal, che ha valso loro l’omonima etichetta musicale. Dopo 7 anni da quel fulmine a ciel sereno, e dopo un secondo capolavoro dal titolo The Varangian Way (2007), tornano con un disco che prosegue le atmosfere e le intenzioni di quest’ultimo album citato. Infatti, se le sonorità di Battle Metal erano decisamente orientate verso lidi folk-power, dal secondo disco il buon leader Mathias “Warlord” Nygård (voce, songwriter e mente della band) ha puntato molto di più sulle orchestrazioni e su arrangiamenti ultra-raffinati e pomposi come pochi, creando un suono epico e profondo, trionfale e sinfonico. Se, quindi, da una parte, il battle metal degli esordi è stato messo in secondo piano, la sinfonia ha iniziato, d’altro canto, ad impadronirsi dei Turisas. Stand Up And Fight prosegue così questo discorso, con arrangiamenti sinfonici sempre più complessi (indice di una sempre più crescente maturazione stilistica in fase di songwriting) ed un attitudine sonora sempre più cinematografica. Anche liricamente, il nuovo disco prosegue il viaggio e le gesta dei Varangiani (un antico gruppo di vichinghi), narrati nel concept-album precedente. Continuando il paragone con il passato della band, questo nuovo capitolo della band finnica, nonostante gli arrangiamenti e la composizione acquistino sempre più valore, perde un po’ di valore sul lato dell’immediatezza rispetto al suo predecessore (considerando l’esordio stilisticamente diverso dai restanti album, escludiamolo pure dai nostri paragoni): se infatti TVW era un album sorprendentemente dinamico e vincente, il nuovo SUAF, tentando palesemente di seguirne la scia, risulta leggermente meno ispirato, più derivativo e meno fresco. Si tratta, ovviamente, di piccolezze, per chi volesse andare alla ricerca del proverbiale pelo nell’uovo. Quel che conta è comunque l’ottima musica di classe contenuta in questi 46 minuti (bonustracks escluse), e sfido chiunque a non sentirsi almeno un po’ immerso nelle epiche, cinematografiche ed “odisseiche” atmosfere marchiate a fuoco e ferro dai Turisas.


Track By Track:

La suddetta epopea dei Varangiani, alla base del concept storico dell’album precedente, continua in questo nuovo lavoro attraverso l’apripista “The March Of The Varangian Guard”, brano diretto ed epico che esplode in un refrain corale e marciante. I connotati musicali della band vengono subito svelati e messi in luce: musica sinfonica e trionfale, a suggellare un’atmosfera emozionante adatta alla storia narrata. Da questa prima traccia, pare che i Turisas non abbiano comunque alcuna intenzione di abbandonare quei ritmi battaglieri in terzine (che li accompagnano fin dai tempi dell’ottimo Battle Metal), pur sempre in secondo piano, a partire da The Varangian Way, rispetto all’impianto sinfonico. Un crescendo di trombe apre il seguente mid-tempo dal titolo “Take The Day!”, sicuramente uno dei brani maggiormente riusciti del lavoro, con, ancora una volta, un azzeccatissimo ritornello da cantare a squarciagola con corna bene in vista, al grido di “Rising! Fighting!”, su un tappeto di sinfonie malinconiche ed atmosferiche. Il fade-out del brano ci conduce a “Huning Pirates”, che, già dal titolo e dalla melodia folkish iniziale, ci porta alla mente i maestri del pirate metal scozzese, tali Alestorm. Le melodie allegre di strofe e refrain e l’atmosfera indubbiamente piratesca altro non fanno che reiterare questa sensazione lungo tutta la durata del brano, abbellito da qualche strano controtempo in certi punti. Un brano, in definitiva, piacevole ed allegro, come altri ve ne sono stati nella carriera dei Turisas (come ogni buona folk metal band che si rispetti), ma non eccelso. L’inizio di “Venetoi! Prasinoi!” (non chiedetemi quale sia la traduzione di questo titolo), sembra faccia continuare questa tendenza alle melodie allegre, ma, in realtà, si traduce in preludio ad un brano particolarissimo, fin troppo strano per essere apprezzato subito ad un primo ascolto. Infatti lo scoppiettante intro di trombe prosegue in una corsa dai ritmi frenetici, dall’incedere ansioso e quasi schizoide (numerosi stop’n’go tengono alta la tensione), in cui la voce compare solo per una breve strofa. Dopo questo sorprendente brano, decisamente originale, la marcia prosegue con il nuovo anthemico inno della title-track “Stand Up And Fight”, in cui torna prepotentemente il classico ritmo del battle metal degli esordi. L’indole battagliera è assicurata, ma, nonostante ciò, anche dopo ripetuti ascolti, questa title-track non riesce ancora a convincermi appieno nelle orchestrazioni, che sembrano, stranamente, scarne, soprattutto nel refrain: questo, infatti, pur intenzionato ancora una volta a farci innalzare al cielo una spada e a caricarci di adrenalinica esaltazione, non riesce tuttavia a colpire fino in fondo. Il seguente “The Great Escape” torna a calcare melodie chitarristiche meno battagliere e più volte al folk, per poi proseguire in un mid-tempo dalla strofa pesante cantata in growl (in questo album generalmente meno presente rispetto al passato) e dal ritornello originale e molto piacevole. In seguito, il brano si trasforma in un ennesimo esempio di metallo battagliero, portando ai cori e all’outro sinfonico finale. Un brano che può risultare piacevole nelle sue singole parti, ma poco funzionante, a mio avviso, nell’amalgamazione generale. Va meglio con il brano successivo, intitolato “Fear The Fear”. Dopo un’introduzione su ritmi incalzanti e melodie malinconiche, la song si dipana con un incedere incalzante e sinfonico, senza aggiungere troppo all’economia dell’album, se non delle belle melodie ed un ottimo ritornello. Da notare l’ottimo e, purtroppo, breve intervento thrasheggiante posto nell’ultimo minuto di canzone, seguìto a ruota dal coro finale, perfetto per chiudere la song (ricorda molto la conclusione della vecchia “Five Hundred And One”). Arriviamo così alla penultima song, che, oltre ad essere il brano più lungo dell’album (7 minuti), è anche uno dei più riusciti: in questa “End Of An Empire”, risiede il pezzo più esaltante dell’intero lavoro, ovvero un intervento sinfonico-corale nel refrain, talmente corposo ed evocativo da far accapponare la pelle a chiunque si presti al suo ascolto. Il brano prosegue su una base di  cavalcata nelle numerose strofe e nella parte finale, anche qui accompagnata da un possente coro, fino all’esplosione sinfonica finale. Davvero un brano interessante, anche se, devo ammetterlo, sarebbe stata necessaria anche qui una maggiore cura nell’amalgamazione delle varie parti della suite, che risultano così troppo slegate l’una dall’altra. Chiude il concept “The Bosphorus Freezes Over”, una sorta di lungo e lento outro, che prosegue alternandosi tra Mathias, in una riuscita veste di narratore, su base cinematografico-sinfonica ed un coro malinconico, tessente una litania in lingua madre (o almeno sembra…). Un brano, francamente, non indispensabile, ma comunque ben posizionato per concludere l’opera ed, assieme ad essa, il concept dei Varangiani. Nella versione bonus sono presenti due cover ben eseguite: “Broadsword” dei Jethro Tull, e la schizzata versione di “Supernaut” dei maestri Black Sabbath. Simpatiche, ma nulla di più.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Lavoro quindi riuscito, questo nuovo SUAF targato Turisas. Certo, non si può fare a meno di notare qualche piccolo scivolone e qualche sporadico difetto qua e là che porta l’album ad essere, a mio avviso, di un passo inferiore al precedente lavoro. Tecnicamente la band non dimostra capacità tecniche eccezionali, le chitarre si mantengono su un profilo decisamente ritmico, addentrandosi raramente in sporadici assoli, per altro di discreta qualità. Il basso e la batteria sono molto, troppo statici, e pochi sono i giochi ritmici che restano davvero impressi, preferendo entrambi rimanere su una dimensione ritmicamente statica e prettamente “asettica”. Per quel che concerne il violinista Olli Vanska e la bionda neo-fisarmonicista Netta Skog (qui alla sua prima prova su disco), data la particolarità dei loro strumenti, è più facile identificare il loro ruolo on stage, rispetto alla prova su disco. Mathias si rivela un cantante discreto, ma nulla di più: alterna parti in clean su timbriche basse e ruvide, a parti cantante in un non trascendentale growl-scream. Ma quindi, che c’è di buono? Questo è uno di quei casi in cui non sono tanto le abilità tecniche ad essere importanti, ma ciò che conta sono gli arrangiamenti sinfonici, il feeling generale, il contesto storico perfettamente riproposto in musica. E, su questo, è innegabile riuscire a vedere come i Turisas ne escano vincenti. Come già citato durante il track by track, ci sono alcune tracce che peccano di completezza, mentre altre sono comunque basate su delle idee ricercate e, nel complesso interessanti, ribadendo comunque una generale ricercatezza nel sonwriting e negli arrangiamenti. La produzione è pulita e cristallina, pomposa al punto giusto, e mette in risalto soprattutto l'orchestra (questa volta ne è stata utilizzata una vera). E’ quindi piuttosto difficile dare un giudizio a quest’album: un disco che necessita di vari ascolti prima di essere valutato, e prima di capire che, in fondo, non si tratta né di un capolavoro né di un passo falso. I Turisas sono tornati, prendere o lasciare.


Tracklist:

01. The March Of The Varangian Guard  
02. Take The Day!
03. Hunting Pirates
04. Venetoi! – Prasinoi!
05. Stand Up And Fight
06. The Great Escape
07. Fear The Fear
08. End Of An Empire
09. The Bosphorus Freezes Over


Voto: 7/10

lunedì 4 aprile 2011

4TH DIMENSION - The White Path To Rebirth

Nuove sinfonie dall’Altopiano!


Nome Album: The White Path To Rebirth
Etichetta: Crash & Burn Records
Data di uscita: 25 Marzo 2011
Genere: Symphonic Power Metal

Introduzione:

Si sa, il power metal è ormai da anni un genere saturo, in cui numerosissime band-clone si rifanno ai più grandi nomi del genere, per proporre al pubblico riff, melodie e pomposità che certo non portano a nulla di nuovo nell’intera scena. Questa giovane band di Asiago esordisce nel 2011 con il suo primo parto discografico. Ma facciamo un salto indietro, per un momento. I 4th Dimension nascono nel 2005 per volontà di Andrea Bicego (voce) e Talete Fusaro (tastiera), e gli esordi sono caratterizzati soprattutto da cover dei più blasonati nomi del genere: Sonata Arctica e Stratovarius in primis, e nomi meno altisonanti come i Burning Point. Nel 2010 hanno la grande possibilità di registrare finalmente un disco di inediti, prodotto nientemeno che da Alessio Lucatti (tastierista di Vision Divine e White Skull). Finita la registrazione, in cui militano, tra l’altro, ospiti di tutto rispetto come Fabio Lione (noto singer di Rhapsody Of Fire, Vision Divine) e lo stesso Lucatti, arriva presto il contratto con la nostrana indipendente Crash & Burn Records e, assieme a questo, la notizia che ogni musicista vorrebbe ricevere: la conferma di un tour europeo, assieme agli importanti nomi di Labyrinth e, soprattutto, dei maestri Sonata Arctica. E così inizia l’avventura per la nostra band di Asiago, gli apprezzamenti piovono, assieme (com’è naturale) a qualche critica, e le stampe specializzate si interessano sempre più al nome dei 4th Dimension. Detto questo, passiamo al disco. L’esordio dei vicentini si presenta, com’è auspicabile, come un lavoro ispirato fortemente dai grandi del genere, ma la band ha, tuttavia, la capacità di inserire finalmente qualcosa di nuovo nel sound. Non tanto nelle strutture, ma nell’atmosfera che sanno sprigionare questi 5 ragazzi, negli arrangiamenti, nelle melodie e soprattutto nella voce di Andrea. Lontano dai soliti stilemi canori abusati nel power più canonico, Andrea si rivela essere più di un semplice cantante: diventa un interprete, un “poeta” in grado di mirare dritto al cuore dei suoi ascoltatori. Passiamo ora all’analisi del disco. Premetto subito una cosa: conosco Andrea, conosco i 4th Dimension e ho avuto il piacere di suonare con loro, pertanto perdonatemi se ogni tanto, pur cercando di rimanere il più obiettivo possibile, mi dilungherò in qualche interpretazione soggettiva.


Track By Track:

Come da migliore tradizione, anche “Il Bianco Sentiero della Rinascita” esordisce con un brano diretto ed immediato, dal titolo “The Sun In My Life”. Dopo una breve intro, ci troviamo, infatti, dinnanzi ad una canzone che mette subito in chiaro quali siano gli elementi chiave della band: poca aggressività e molta melodia. Il brano prosegue esplodendo in un ritornello catchy e stuzzicante. Tuttavia, nelle melodie, nella struttura e nei solos di chitarra e tastiera, si tratta di un brano fortemente derivativo, molto ispirato da Strato e Sonata. Poco male, siamo solo all’inizio, e non è certo solo questo che vogliono proporci i nostri. Infatti, tempo qualche secondo, e già stupisce l’epica introduzione di “Consigned To The Wind”. Un brano nuovo e fresco per la scena, che unisce alcune strutture tipicamente power ad altre partiture di stampo quasi prog e più sperimentali. Nell’ottimo refrain, Andrea raggiunge i picchi canori più alti del disco, preferendo poi concentrarsi, nei brani seguenti, su timbriche più calde e su tonalità medie. Quindi questo brano, oltre ad essere il più lungo dell’album (7 minuti), è anche il più controverso, il più particolare, e, come tale, ha bisogno di qualche ascolto in più per essere assaporato fino in fondo. Il “sentiero bianco” continua con “Goldeneyes”, song ultramelodica, a suo modo molto dolce nell’incedere, giocata su tempi medi e melodie ariose. Molto azzeccati, a mio vedere, sono gli arrangiamenti vocali, che esprimono delle vocals calde e morbide, adattissime al testo e all’atmosfera del brano. Notevole anche l’assolo di tastiera centrale, ad opera dell’ospite/producer Alessio Lucatti. Arriviamo alla song  più aggressiva del lavoro, la splendida “Sworn To The Flame”, dotata di un tiro formidabile, grazie a delle accelerazioni degne di nota e ad un ritornello che si stampa in testa, senza tanti complimenti. Una canzone molto diretta e veloce, che farà sicuramente impazzire i fans di queste sonorità. Ottimi i lavori solisti di chitarra e tastiera. Il picco dell’album, a mio parere, è raggiunto dalla song seguente, “Everlasting”: mid-tempo pregevole, dotato di alcuni richiami al power nordeuropeo, ma pregno di sprizzante emozione, grazie ad un ritornello di ottima fattura e grazie anche ad un duetto di Andrea (che in questo brano usa tonalità calde e corpose) con la cantante Melody Castellari. Le due voci si intrecciano a dovere, sfociando in controcanti ed armonizzazioni da pelle d’oca, su un’eccellente base melodica. Arriviamo ad un’altra mazzata del disco, che porta il titolo di “A New Dimension”. Il brano vede un duetto di Andrea con il singer Fabio Lione, che di certo non ha bisogno di presentazioni, e non poteva esserci song più azzeccata per tale esperimento. Infatti la base musicale è fortemente ispirata dai nostrani Rhapsody Of Fire, con tanto di pomposi arrangiamenti orchestrali e doppia cassa impazzita, e le due voci interpretano a dovere l’andamento del brano. Anche questa canzone ha bisogno di ripetuti ascolti secondo me, poiché, pur essendo molto melodica, è dotata di molti stacchi e di un incedere sostenuto e martellante. Un ottimo brano ad ogni modo, stilisticamente diverso rispetto agli altri up-tempo del disco. La prima ballad dell’album (consueta nei dischi del genere) è “Winter’s Gone”: introdotta da una chitarra acustica, prosegue su binari sicuri ed emozionali, come da miglior tradizione. Ottimi gli interventi orchestrali, l’assolo centrale di chitarra, il ritornello pomposo e melodico, e ancora una volta, ottima l’interpretazione di Andrea (tra l’altro, anche autore di questo brano). La ballad in questione (uno degli highlights del disco) ricorda molto i lenti di Tolkki e compagnia, come le vecchie “Years Go By”, “Coming Home” e via dicendo, ma è capace di centrare il bersaglio nel saper esprimere un fiume in piena di emozioni musicali, e da una power ballad ci aspettiamo proprio questo. La seguente “Labyrinth Of Glass” è, a mio avviso, la canzone meno riuscita del platter. Certo, questo terzinato si fa ascoltare e scorre con facilità, ma dinnanzi a quanto finora ascoltato, rappresenta un calo qualitativo, sia nel ritornello (dotato di una melodia di poca presa) sia nell’incedere generale. Non si può certo girare troppo il dito nella piaga, si sa quanto sia difficile oggi proporre qualcosa di nuovo e che, al contempo, funzioni nell’ambito del metal. Poco male comunque, perché arriviamo alla penultima “Angel’s Call”, che ha delle strutture melodiche forse ancora più abusate di quelle della song precedente. Si tratta, infatti, del brano più commerciale e catchy del disco, ma, nonostante questo, funziona alla grande e vi ritroverete ad intonarne il ritornello a squarciagola. A staccare un po’ dal consueto ci pensa una ben riuscita parte narrata centrale. Song quindi riuscita ed adattissima per i live. La “rinascita” culmina con la conclusiva “Landscapes (Vestige Of The Earth)”, un brano fortemente atipico ma dannatamente riuscito ed originale. Trattasi infatti di una ballad interamente pianistica, in cui regna sovrana la voce di Andrea, che, attraverso un continuo sussurro, ci introduce a visioni naturalistiche e a paesaggi che declamano l’imponenza della natura (spero di aver interpretato le liriche in modo corretto). Il brano è un capolavoro di delicatezza, dotato di vari cambi di scale che lo rendono particolarmente originale ed enigmatico. Quindi un altro centro, che porta alla conclusione di questo viaggio. Questa band ha molte carte in tavola per poter stupire ancora di più in futuro, bisogna rendergliene atto, ed intanto vi invita ad immergervi nelle sensazioni e nelle emozioni emanate dalla loro pregevole musica.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

Una buonissima prima prova quindi, per questa band cresciuta a pane e power europeo. Una prova che testimonia la voglia di sperimentare qualcosa di diverso, la volontà di osare, al di là dei connotati sicuri (e, spesso, remunerativi) di cui il power melodico è saturo. Alcune note dal punto di vista tecnico: la voce di Andrea, come spesso ribadito, dà un tocco in più alle composizioni, in quanto capace di variare da registri alti (usati raramente) a registri più bassi che puntano maggiormente alla teatralità e all’interpretazione dei brani. Altro assoluto protagonista è Talete, capace di tessere trame melodiche e tappeti tastieristici  a volte canonici ma efficaci, conditi da assoli davvero ben riusciti, veloci, precisi e perfettamente incorniciati nel contesto sonoro della band. La batteria di Massimiliano Forte ed il basso di Stefano Pinaroli accompagnano a dovere la band senza infamia né lode, così come le chitarre di Michele Segafredo, chitarrista abile e preciso in fase ritmica, ma che forse potrebbe osare di più in fase solistica, dove in quest’album, a mio parere, è la tastiera ad avere più spazio. Sono sicuro che l’esperienza che acquisirà in futuro lo farà emergere a dovere. I testi, tutti ad opera di Andrea, sono molto curati e, in molti frangenti, lasciano trasparire poesia e  sentimenti di speranza. Anche la produzione è curatissima, così come l’artwork e l’immagine della copertina, che ben si adatta all’immaginario della band (Asiago, neve, inverno, colori freddi, ecc…). Consiglio vivamente l’acquisto di questo bel lavoro della band di Asiago, sia per gli amanti del metallo melodico e per chiunque voglia acquistare della buona musica nostrana e voglia supportare una band valida e con una sempre più crescente esperienza on stage. Il “bianco sentiero della rinascita” è stato intrapreso, e, mi permetto di dire, si tratta del sentiero giusto. Bravi, 4th Dimension.


Tracklist:

01. The Sun In My Life
02. Consigned To The Wind
03. Goldeneyes
04. Sworn To The Flame
05. Everlasting
06. A New Dimension
07. Winter’s Gone
08. Labyrinth Of Glass
09. Angel’s Call
10. Landscapes (Vestige Of The Earth)


Voto: 8/10

domenica 27 febbraio 2011

Live Report: RHAPSODY OF FIRE, Estragon (Bologna), 25-02-2011

Live Report – RHAPSODY OF FIRE
 (+ Visions Of Atlantis + Vexillum)
Estragon, Bologna, 25-02-2011


Nove anni sono passati dall’ultima esibizione in Italia dei nostrani Rhapsody Of Fire. Al tempo si chiamavano ancora Rhapsody, ed erano nel primo lustro della loro incredibile carriera, che li ha portat,i col tempo, a diventare una della band più apprezzate (e, ahimè, anche odiate) nel metal tricolore, riscuotendo un enorme successo anche all’estero. Non hanno certo bisogno di presentazioni questi 6 musicisti, che, dopo anni di stop per una causa legale contro il boss della Magic Circle Music (nonché bassista dei Manowar) Joey DeMaio, sono tornati sul trono del Symphonic Metal con “The Frozen Tears Of Angels” (link recensione: http://recensionimetalfil.blogspot.com/2010/11/rhapsody-of-fire-frozen-tears-of-angels.html), album fresco e potente come gli esordi, seguito subito dopo dal cinematografico EP “The Cold Embrace Of Fear” (link recensione: http://recensionimetalfil.blogspot.com/2010/11/rhapsody-of-fire-cold-embrace-of-fear.html). Non c’è che dire: un periodo d’oro per la band, pronta, come se non bastasse, a far uscire un nuovo album (“From Chaos To Eternity”) nei prossimi mesi, in chiusura della “The Dark Secret Saga”.
Nel novembre 2010 parte il tour di supporto, il “The Frozen Tour Of Angels”, con tappe che toccano tutto il globo, fino all’annuncio delle attesissime date Italiane: 25, 26 e 28 Febbraio 2011. I fans italiani sono in visibilio, attendono questo evento da moltissimi anni.
La location per la prima esibizione italiana è l’Estragon di Bologna. Io e i miei compagni di viaggio arriviamo alle 13 e 30 nell’immenso parcheggio del suddetto locale. L’afflusso di pubblico è molto scarso e lento, e lo sarà fino al tardo pomeriggio, pertanto questo ci permette, in tutta tranquillità, di poter scattare alcune foto con Patrice Guers (bassista), mentre si sollazza in un terrazzo fuori dal locale, e un Fabio Lione (voce) apparentemente fugace, ma poi disponibile per autografi e foto.
Tra vari panini, accompagnati da sorsi di birra, attendiamo in coda ai cancelli dalle 17. Questi aprono intorno alle 20 e 30, e dopo poco tempo di attesa (in cui il locale fa tempo a riempirsi a dovere), aprono la serata i VEXILLUM. Il power metal di questa band italiana è, in fin dei conti abbastanza canonico, ma ciò nonostante, nella scarsa mezz’ora di setlist a loro disposizione, sono in grado di regalare al pubblico italiano qualche buon ritornello e una buona dose d’energia. La miglior esecuzione della band per la serata è “Avalon”, brano epico e trionfale.
E’ il turno degli austriaci VISIONS OF ATLANTIS, band che ha all’attivo ormai 3 album (ed un quarto in via di pubblicazione). Ci pensano loro a scaldare a dovere il pubblico dell’Estragon, con dei brani di stampo Symphonic Metal, molto debitori ai ben più noti Nightwish, anche se la band austriaca gioca maggiormente sul contrasto voce maschile/voce femminile. Il quintetto ci sa fare, mostra una spiccata scioltezza e confidenza con il palcoscenico. La setlist riservata alla band è di circa 45-50 minuti: ottimi e coinvolgenti i primi brani (soprattutto “Seven Seas” e “At The Back Of Beyond”), ma a lungo andare inizia ad intravedersi un po’ di piattezza compositiva nelle successive canzoni (più di metà tempo viene impiegato per suonare brani dal nuovo imminente album “Delta”). Poco male, perché il pubblico è comunque sufficientemente caldo ed inizia a farsi sentire a suon di “fuori! fuori!”, inneggiando all’attesa band italiana, non appena i Visions Of Atlantis abbandonano il palco.
E giunge il momento fatidico: intorno alle 22, sulle note dell’intro “Dar-Kunor” entrano in scena i Mighty Warriors italiani RHAPSODY OF FIRE! Aprono subito le danze con la stupenda “Triumph Or Agony”, il pubblico è scatenatissimo, la band appare in forma assolutamente smagliante. Nel susseguirsi della scaletta, l’Estragon diventa un immenso coro, in ogni canzone Fabio Lione è accompagnato da un pubblico in estasi. Sinceramente, non mi è mai capitato di sentire un concerto con una partecipazione così intensa. I pezzi da novanta della carriera del combo tricolore si susseguono, dalle attesissime “Dawn Of Victory”, “Lamento Eroico”, “Knightrider Of Doom” (ripescando anche l’intramontabile “Land Of Immortals” dal primo “Legendary Tales”) alle nuove estratte dall’ultimo lavoro: “On The Way To Ainor”, e il singolo “Sea Of Fate”. C’è spazio anche per un buon assolo di batteria del fedele Alex Holzwarth, e per un esaltante assolo di basso di Patrice, sulla base della parte strumentale di “Sacred Power Of Raging Winds”. Le emozioni si susseguono ininterrotte, e dopo una superba “March Of The Swordmaster”, condita da un intermezzo in cui Lione fa cantare il pubblico, l’apice dell’esibizione è raggiunto dai successivi due bis: la nuova e sorprendente “Reign Of Terror” (eseguita alla perfezione, con un Lione indiavolato, tra impressionanti scream e clean vocals) e la degna conclusione che porta il nome di “Emerald Sword”, il brano più rappresentativo e famoso della band: il ritornello, ripetuto all’infinito, viene accompagnato dal pubblico ed è quanto di più emozionante si possa sentire ad un concerto metal. Il momento è estasiante, e nonostante sia passata ormai la mezzanotte, la stanchezza non si fa sentire e il pubblico è ancora caldo e presente, ora più che mai. Sulle note dell’outro “The Angels' Dark Revelation” (dall’EP “The Cold Embrace Of Fear”), calano le luci e si chiude questo magico e sorprendente concerto, all’insegna della (per chi scrive) miglior metal band italiana. I 6 musicisti rientrano infine sul palco per il classico inchino, sulle note di “Sea Of Fate” versione orchestrale, salutando il loro pubblico, che li ha accompagnati orgogliosamente durante tutto lo show. Speriamo di riaverli presto nel nostro paese, senza dover attendere altri 9 lunghissimi anni.
Da segnalare l’aspetto tecnico e scenico della band. A chi li taccia di essere solo una band da studio, a chi spara a zero su quanto suonino “di plastica”, a chi sentenzia che Turilli velocizzi gli assoli in studio e altre cazzate simili, dico solo una cosa: assistete ad un loro concerto di persona e, vi assicuro, capirete quanto vi state sbagliando. Lione è in ottima forma fino alla fine, non sbaglia un colpo, i suoi acuti sono perfetti, non vi è un solo calo di voce ed incita il pubblico a dovere. Turilli sweeppa come un pazzo, è uno spettacolo vederlo suonare, e pochissime sono le note fuori posto. Anche lui dimostra un inaspettato carisma e una presa incredibile sul pubblico. Il resto della band è un perfetto bilancio tra tecnica e carisma. Una band professionale insomma, che ci fa capire quanto sia valsa la pena attendere questi 9 anni per vederli suonare live.
E così si conclude questa splendida giornata, all’insegna della musica di qualità delle band d’apertura e della musica trionfale dei Rhapsody Of Fire, che donano all’Estragon un concerto  tanto atteso quanto indimenticabile, in ogni suo aspetto. Complimenti dunque a questi musicisti, che continuano, sempre meglio, a tenere alta la bandiera del metal tricolore.


Setlist:

01. Dar-Kunor (Intro) - Triumph or Agony
02. Knightrider Of Doom
03. The Village Of Dwarves
04. Sea Of Fate
05. Guardiani Del Destino
06. Land Of Immortals
07. On The Way To Ainor
08. Drum Solo
09. Dawn Of Victory
10. Lamento Eroico
11. Holy Thunderforce
12. Bass Solo
13. Unholy Warcry
14. The March Of the Swordmaster
15. Reign Of Terror
16. Emerald Sword


martedì 22 febbraio 2011

OPETH - - - Discography - - -

OPETH
Recensione della discografia.


Descrivere la musica degli Opeth è quanto di più difficile si possa pensare. Sulla carta, si tende a minimizzare la band svedese con la semplice etichetta di “progressive death metal band”. Si, gli Opeth sono questo. Questo e molto di più: la loro musica è poesia, ogni loro album è un viaggio attraverso lidi emotivi raramente riscontrati nell’enorme calderone dell’heavy metal. Ogni canzone trascende da ogni clichè imposto, da ogni regola prescritta, andando oltre tutto questo e regalando delle inimitabili perle di quella che è la musica vera, intesa come arte e come strumento di meditazione. Tutto questo trattato confusionario ed astratto per farvi intendere come sia difficile descrivere le note partorite dalla mente del genio Mikael Akerfeldt (chitarra, voce, mente e anima degli Opeth), e per farvi capire come in questi casi l’ascolto valga più delle parole. Sto parlando di una delle mie band preferite, è quindi normale che io celebri in questo modo una band che mi ha dato molto e che mi suscita ancora un sacco di splendide emozioni ad ogni ascolto. Non è una band per tutti, sono necessarie una buona predisposizione ed una mente musicalmente aperta per capire a fondo questi ragazzi svedesi, ma tante volte capita che sia proprio la loro musica a riuscire ad aprire le menti più ermetiche.

Line Up attuale:

- Mikael Åkerfeldt (Chitarra, Voce)
- Fredrik Åkesson (Chitarra)
- Martin Axenrot (Batteria)
- Martin Mendez (Basso)
- Per Wiberg (Tastiere)


ORCHID
(Anno: 1995; Durata: 65 minuti; Top Song: In The Mist She Was Standing; Voto: 8)

Il primo tassello della storia di questa immensa band. Un concentrato puro di emozioni, e la distesa delle prime importanti caratteristiche del sound tipicamente Opethiano. Il songwriting è molto influenzato dalla scuola death tanto cara al buon Mikael, ma è già pregno di melodie concretizzate da chitarre spesso armonizzate (Iron Maiden docet), su una base di batteria in doppia cassa terzinata. Ne risultano brani lunghi, colmi di stacchi acustici e ripartenze in pieno stile death metal europeo. Ancora oggi è impensabile non rimanere attoniti di fronte a brani come l’opener “In The Mist She Was Standing”, o “Forest Of October”. Il growl di Mikael è ancora piuttosto acerbo, e il pulito (poco presente su questo primo lavoro) necessita ancora di qualche anno per essere considerato un marchio di fabbrica del sound degli Opeth. Lievi difetti a parte, compresa una comprensibile produzione poco potente (che accompagnerà anche i due successivi album), questo LP non può mancare nella collezione di dischi di ogni fan appassionato. Una rara perla da possedere, ed un ottimo inizio a cui avvicinarsi per chi non conosce il mondo degli Opeth.


MORNINGRISE
(Anno: 1996; Durata: 65 minuti; Top Song: Black Rose Immortal; Voto: 8,5)

Le caratteristiche del primo disco vengono riprese invariabilmente nel secondo parto, un solo anno più tardi dal sognante esordio. L’atmosfera poetica ed onirica, le cavalcate in doppia cassa, le chitarre armonizzate e l’interscambio tra growl e clean rimangono elementi inalterati in quello che è considerato, da moltissimi, il capolavoro della band. Ognuna delle 5 tracce presenti, trasuda cattiveria e disperazione dai solchi death metal, intervallati sempre più sapientemente da stacchi acustici di pregevole fattura, che, inevitabilmente, riescono a trascinare l’ascoltatore in un vortice di emozioni sonore mai percepite prima di allora. Su tutti i brani, che splendono di un songwriting sempre più maturo, spicca “Black Rose Immortal”, forse uno dei brani più belli concepiti dalla mente di Akerfeldt: una suite di 20 minuti, ancora oggi la summa del pensiero Opethiano, rappresentato da un viaggio musicale intriso di passione e poesia. Altro highlight del disco è la conclusiva “To Bid Your Farwell”, una lunga ballad acustica (la prima della band), cantata interamente in clean vocals. Semplicemente, un capolavoro della musica.


MY ARMS, YOUR HEARSE
(Anno: 1998; Durata: 62 minuti; Top Song: Demon Of The Fall; Voto: 8)

L’inizio della lenta progressione musicale di Akerfeldt e soci prende il nome di My Arms, Your Hearse. Un titolo strano, per un concept album basato su una storia “romanticheggiante” di fantasmi. L’atmosfera che suscita questo disco è, appunto, fantasmagorica, onirica, disperata, incredibilmente coinvolgente. Lungo il susseguirsi dei brani, oltre a constatare un notevole miglioramento nella prova canora di Mikael, si nota una maggiore virata verso nuove fantasiose aperture tecniche e progressive, pur mantenendo inalterati lo spirito del death (inteso, come ormai abbiamo capito, in un senso tutto Opethiano) e le consuete sezioni acustiche di gran classe. In quest’album i riff sono meno ripetitivi e le canzoni risultano essere più brevi rispetto al passato, rendendo il disco molto scorrevole. “April Ethereal”, “When” e l’oscura “Demon Of The Fall”, sono tutti brani evocativi, eloquenti e significativi per comprendere l’evoluzione del sound e del songwriting di questa band. Interessanti, infine, le due cover bonus poste in chiusura: “Circle Of The Tyrants” dei Celtic Frost, e “Remember Tomorrow” degli Iron Maiden. Giusto per non dimenticare le proprie influenze.


STILL LIFE
(Anno: 1999; Durata: 62 minuti; Top Song: The Moor; Voto: 8,5)

Il nuovo corso della band inizia così. La svolta progressiva viene confermata definitivamente con un altro masterpiece, da molti considerato uno degli apici creativi degli Opeth. La produzione si raffina ulteriormente, ed una nuova storia di amore fantasmagorico fa da sfondo a sette tracce riuscitissime, dove i ritmi vengono generalmente rallentati, e le sezioni acustiche sono finalmente incastonate a dovere all’interno dei brani, distribuite con una ricerca dell’arrangiamento perfetto e con maggior continuità con le parti più ruvide. Da notare la bella opener “The Moor”, che (pur mantenendo intatte le consuete caratteristiche) fa subito intendere all’ascoltatore quale sia il nuovo corso evoluzionistico del gruppo, e le due bellissime ballad acustiche, “Benighted” (quando una semplice chitarra acustica può fare miracoli), e la superba “Face Of Melinda”, gioiello delicatissimo e decadente. Un altro capolavoro semplicemente imperdibile. E’ in questo album che il growl ed il clean di Mikael raggiungono un elevato e indiscutibile livello di completezza e profondità, tale da renderli un trademark nel loro sound.


BLACKWATER PARK
(Anno: 2001; Durata: 67 minuti; Top Song: Harvest; Voto: 9)

Sulla falsariga del precedente Still Life viene composto questo Blackwater Park, l’album più famoso e conosciuto della band, che ha permesso loro di varcare le soglie dell’anonimato e di espandere la propria popolarità ad un pubblico sempre più vasto. I tempi e le partiture progressive prendono sempre più spazio, di fatto eliminando riff troppo aggressivi e death-oriented, a favore di lunghi mid-tempo di stampo quasi alternative, conditi da un’ onnipresente ed affascinante aura oscura e malinconica. L’album è coinvolgente al punto giusto, in bilico tra i profondi growls e le sempre più convincenti partiture di canto pulito del buon Mikael, tra pezzi metal e pezzi acustici. Ormai la band ha ben abituato il proprio pubblico ad un certo tipo di sonorità, che vengono a tutt’oggi utilizzate nella discografia più recente. Ogni brano funge da potenziale biglietto da visita per la band, ma su tutti risaltano la spiazzante “Bleak”, la sublime ballad acustica “Harvest” e la terremotante title-track conclusiva, “Blackwater Park”. Infine un cenno sull’artwork, sempre scarno ma essenziale, freddo e cupo, che lascia trasparire, da sempre, le tematiche della band: decadenza, poesia, arte. E queste sono solo alcune delle parole chiave per descriverne il contenuto. Se volete conoscere gli Opeth odierni, non fatevi sfuggire questa perla.


DELIVERANCE
(Anno: 2002; Durata: 61 minuti; Top Song: Deliverance; Voto: 7)

Dopo il successo ottenuto con l’ottimo Blackwater Park, la band si rende autrice della (finora) unica prova poco riuscita nella sua storia discografica. Deliverance nasce dall’idea di creare un album orientato su sonorità prettamente death metal, contemporaneamente alla creazione di un album “gemello” di brani acustici (il seguente Damnation). Questo nuovo platter è formato da 6 brani, di cui uno è un semplice e breve intermezzo di chitarra. La lunghezza dei brani torna ad essere considerevole. Nonostante l’interessante idea dei due album contrapposti, questo Deliverance, salvo un paio di brani davvero riusciti (la title-track “Deliverance” e “A Fair Judgment”), non presenta grosse idee innovative, andando a ricadere su riff poco convincenti e fin troppo ripetitivi, dove certe parti sembrano quasi risultare addirittura troppo forzate. Comunque Deliverance non è certo un album da dimenticare, in primo luogo perché i due succitati brani valgono da soli il prezzo del disco, e in secondo luogo perchè l’eleganza nel songwriting e le classiche caratteristiche del sound Opethiano restano inalterate. Forse però, alla luce dei precedenti capolavori, è inevitabile aspettarsi di più, da una mente prolifica come quella di Akerfeldt.


DAMNATION
(Anno: 2003; Durata: 43 minuti; Top Song: Windowpane; Voto: 9)

Detto fatto: Mikael ci fa subito dimenticare il mezzo passo falso di Deliverance già l’anno seguente, con lo splendido Damnation, il “fratello buono” del precedente lavoro. Infatti, trattasi di un capitolo molto particolare nella loro discografia, teso a sottolineare ed esaltare maggiormente l’aspetto poetico e “settantiano” (sentite la conclusiva “Weakness”) della musica degli Opeth. Ecco che troviamo al nostro cospetto 8 brani, quasi totalmente acustici ed in chiave pulita, in cui non v’è traccia né di partiture metal né di growls infernali. Il risultato è un gioiello di delicatezza ed appassionante carica emotiva, che trova i suoi apici nella progressiva “Windowpane” e nella toccante “Hope Leaves” (a suo dire, la preferita dello stesso Akerfeldt). Anche gli altri brani sono degli di nota, e tutti concorrono nell’intento di sprigionare emozioni infinite, attraverso arrangiamenti chitarristici esemplari, accompagnati dalla calda voce di Mikael, libero di esprimersi solo su tonalità pulite. In quest’album compare la tastiera di Per Wiberg (che proprio in questo anno viene ufficializzato come primo tastierista della band), dando un tocco magico al sound, che riporta direttamente al prog rock degli anni ’70. Insomma, un esperimento riuscito in pieno, un’opera passionale, rilassante ed evocativa, che ogni ascoltatore di buona musica non può non apprezzare.


GHOST REVERIES
(Anno: 2005; Durata: 66 minuti; Top Song: Ghost Of Perdition; Voto: 8,5)

A due anni dall’ottimo esperimento Damnation, il nuovo capolavoro di Akerfeldt e soci porta il nome di Ghost Reveries: titolo eloquente che, a partire dalla bella copertina, ci porta a rivivere alcune atmosfere spettrali attraverso la musica degli Opeth. Il growling di Mikael, dopo l’esperienza Damnation, inizia a diminuire sempre maggiormente, lasciando sempre più spazio a clean vocals coinvolgenti, calde ed evocative. L’album presenta 5 brani “metal”, di cui 4 con lunghezza superiore ai dieci minuti, e 3 ballad più brevi, sempre più influenzate da un apprezzato gusto per l’atmosfera prog rock anni’70, tanto cara al leader della band. Dopo le poche idee di Deliverance, il ritorno degli Opeth a sonorità metalliche ed aggressive, è segnato da un ritorno folgorante ad idee ispirate e geniali da parte di Mikael. Ne risulta un album intenso, incredibilmente fresco e coinvolgente, in bilico tra ritmi alternative, sfuriate doom-death e progressive. Tutto questo è riscontrabile in brani come l’ipnotica opener “Ghost Of Perdition”, il cavallo di battaglia “Harlequin Forest”, o la conclusiva ballad “Isolation Years”, gioiello delicato di musica vera ed ispirata. Un album quindi vario e complesso, da capire ed apprezzare con più ascolti, ed una palese prova che Akerfeldt e soci, dopo 10 anni di carriera discografica, hanno ancora molto da dire.


THE ROUNDHOUSE TAPES
(Anno: 2007; Durata: 96 minuti; Live Album; Voto: 9)

Prima testimonianza live per i nostri, che in un’ora e mezza e più di set-list, incarnano pezzi storici e recenti all’interno di una prestazione di fuoco. Gli Opeth, oltre ad essere una band validissima su disco, dimostrano una spiccata abilità live, nel saper riproporre con egregia tecnica il loro repertorio: non una nota fuori posto, non una divagazione strumentale. Tutto è riproposto fedelmente, come su disco, e ciò rende un concerto degli Opeth un evento di musica di classe, un evento da gustare appieno per la magia che sa sprigionare. Suoni perfetti, puliti, la voce di Akerfeldt è in perfetta forma, e gli altri strumentisti svolgono professionalmente e senza sbavature il loro ruolo. Non da meno è la scaletta, che va a ripescare, saggiamente, brani storici da ogni disco (eccezion fatta per Deliverance), e non c’è nulla di più appagante nell’ascoltare brani come “Night And The Silent Water” (da Morningrise), o “Under The Weeping Moon” (da Orchid) con una produzione nuova e più potente, che ci da conferma che i vecchi brani, nonostante la loro scarsa produzione originale, sono tutt’ora validi e sublimi come un tempo. Il fedele pubblico è caldo, si fa sentire, e Mikael ci interagisce, traendone spesso dei simpatici siparietti (sentite come presenta i componenti della band, che improvvisano un motivetto, alla fine della maestosa “Blackwater Park”). Artisti unici ed inimitabili, anche dal vivo. Sentire per credere.


WATERSHED
(Anno: 2008; Durata: 55 minuti; Top Song: The Lotus Eater; Voto: 8)

Il titolo nel nuovo capitolo targato Opeth è tutto un programma: “spartiacque”. Per vedere a cosa si riferisca tale titolo, dovremo aspettare i futuri lavori della band svedese, ma intanto ci accontentiamo di questo Watershed: un album vario, difficile da descrivere, dal gusto sempre più “retrò”, per via di atmosfere settantiane (la ballad “Burden”, o la lunga “Hessian Peel”) o quasi “barocche” (come altro si può definire un capolavoro di complessità stilistica come “Lotus Eater”?!) sempre più palpabili. I brani sono più brevi (intorno agli 8 minuti, generalmente), il growl lascia sempre più spazio a calde clean vocals, i ritmi delle song sono lenti, nella maggior parte dei casi, rendendo tutto il disco molto pacato e “riflessivo”, lontano dalle prime produzioni, ma comunque molto variegato negli arrangiamenti e mai noioso. Forse leggermente inferiore ai vecchi capolavori a cui siamo abituati, questo Watershed è comunque in grado di regalarci dei momenti alti ed intensi di musica, a testimonianza di come la mente del leader Mikael sia sempre pronta ad esplorare e sperimentare nuove soluzioni, pur restando ancorata al proprio credo. Arrivati a questo punto, nell’attesa di poter ascoltare in futuro un nuovo album di indubbia qualità, non ci resta altro da fare che rituffarci nell’ebriante viaggio musicale marchiato Opeth.

lunedì 20 dicembre 2010

EQUILIBRIUM - Rekreatur


Una band ancora in equilibrio…

Nome Album: Rekreatur
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 18 Giugno 2010
Genere: Folk Metal/Viking Metal

Introduzione:

Il bel disegno evocativo della copertina ci presenta gli Equilibrium del 2010. La giovane band ha all’attivo, con questo nuovo lavoro, solo 3 album, ma ha saputo, incredibilmente, ritagliarsi un posto di ampio spessore nel panorama del folk metal mondiale. E’ infatti impossibile rimanere attoniti di fronte al loro capolavoro e predecessore Sagas, un album tanto pompato nella produzione quanto capace di evocare atmosfere folk di notevole spessore e coinvolgimento. Dopo l’uscita di Sagas, alcuni problemi di line-up hanno minato la band (in primis, la dipartita del singer Helge Stang), ma questo non sembra aver colpito troppo la bontà del songwriting di questi ragazzi tedeschi. Con questo nuovo Rekreatur, infatti, abbiamo fondamentalmente il connubio e la riproduzione delle idee che hanno fatto grandi l’esordio Turis Fratyr ed il già citato Sagas, senza apportare grosse modifiche al sound corposo e corale della band. Tuttavia il lavoro, come vedremo meglio in sede di track-by-track, presenta delle nuove ottime idee ed arrangiamenti, accompagnati però da vari episodi meno riusciti e con un minor potenziale rispetto agli episodi nei dischi precedenti. D’altro canto, i fan sfegatati del gruppo tedesco difficilmente rimarranno delusi dalle avvincenti melodie e dall’evocativo impianto sinfonico-corale da loro proposto, ormai diventato un chiarissimo ed ineguagliabile marchio di fabbrica (assieme al cantato in lingua madre) nella loro musica. La Nuclear Blast, è risaputo, offre sempre al proprio pubblico delle band molto valide e spesso molto interessanti, tra le quali rientrano anche questi Equilibrium, che nonostante la finora breve esistenza, sono riusciti a portare una buona percentuale di freschezza nell’affollato mercato del power europeo dall’impianto folkloristico. Detto questo, non mi resta che consigliarvi l’ascolto di questo valido album ed augurarvi di restare affascinati da quanto proposto dalle atmosfere e dalla musica degli Equilibrium.


Track By Track:

L’apertura dell’album è affidata a “In Heiligen Hallen”, song perfetta per aprire le danze e far intendere che i cambi di line-up non hanno danneggiato il modus operandi della band. La canzone si protende attraverso una struttura decisamente power-speed, su un tappeto sinfonico-folkloristico notevole, impreziosita da decelerazioni, accelerazioni, numerosissimi stop’n’go e altrettanto numerosi cambi d’atmosfera, che rendono il brano sublime ed elegante, all’altezza di quanto già proposto dalla band in passato. Il timbro vocale del nuovo cantante segue la scia del precedente singer, con numerosi cambi tra stili scream e growl. La successiva “Der Ewige Sieg” ripropone le stesse coordinate stilistiche del brano precedente, ma, essendo più breve, risulta di maggior impatto e, quindi, più diretta. Il brano (scelto, non a caso, come primo singolo) si apre con delle melodie folkeggianti, accompagnate da un roccioso riff di chitarra e da improvvise cavalcate accelerate, fino all’esplosione melodica del ritornello. Un brano quindi, ancora una volta, riuscito e godibilissimo fin dal primo ascolto. Un’introduzione sinfonica ed un riff lento e pesante aprono le danze di “Verbrannte Erde”, cavalcata lenta e possente dove i ritmi vengono quindi rallentati, in favore di arrangiamenti sinfonici battaglieri ed evocativi. A pressare maggiormente l’atmosfera ci pensa il growl di Robert Dahn, che, a lungo andare, a mio avviso, risulta essere fin troppo esageratamente cavernoso per songs come questa. Buono il ritornello, che presenta delle aperture melodiche maggiormente rilassate rispetto alle strofe. Ci pensa “Die Affeninsel” a riportare in auge le fulminanti classiche ritmiche velocizzate della band: dopo alcuni suoni, tipicamente folk, il brano si apre con un riff granitico e roccioso, aprendo la strada ad un up-tempo dalle azzeccate melodie, ma che non riesce a spiccare sul resto, probabilmente anche a causa di refrain o pezzi che non riescono a farsi ricordare come dovrebbero, rendendo così il brano piuttosto anonimo ed amaro nella sua pur spensierata scorrevolezza. Il viaggio prosegue con “Der Wassermann”, song dall’impianto epico e trionfante. Alcune lievi partiture sinfoniche aprono questo mid-tempo dalle aperture melodiche ariose e vincenti. Dopo un breve stacco folk nella metà del brano, la canzone prende velocità per poi rallentare nuovamente nella superba parte finale, incredibilmente epica e trionfante, condita da melodie fresche, solari ed avvincenti. Quindi, dopo una leggera ed apparente dispersione nel susseguirsi iniziale, il brano, determinato da tasselli e riff imprescindibili l’uno dall’altro, risulta riuscitissimo ed avvincente. “Aus Ferner Zeit” è una lunga suite di nove minuti e mezzo di durata, caratterizzata dagli elementi comuni presenti nel sound della band. L’incedere è inizialmente accattivante, i ritmi tornano ad essere accelerati (con accenni di fulminei blast beats), le melodie folkeggianti impreziosiscono sempre la struttura generale (altrimenti piuttosto monotona). Questo brano prende forza, appunto, attraverso le numerose melodie e tramite rallentamenti particolarmente melodici ed evocativi, ma perde un po’ di freschezza durante il suo proseguimento, dove alcune parti sembrano essere state infilate quasi come riempitivo, risultando così piuttosto forzate. E’ il caso, per esempio, dei vari riff suonati senza accompagnamenti sinfonici, posti nella seconda metà del brano. Quindi, alla fine dell’ascolto, non risulta una song particolarmente efficace, a causa di un’eccessiva protrazione poco studiata e, quindi, meno avvincente rispetto ai brani precedenti. Decisamente meglio con la seguente “Fahrtwind”, dal tiro inconfondibilmente marchiato Equilibrium, con velocità d’esecuzione al fulmicotone e melodie trionfanti. Impossibile, con pezzi come questo, non tornare con la mente alla vecchia Blut Im Auge di Sagas, vera perla tra tutti i brani partoriti dalla band. Quindi, un ottimo brano che, date le sue caratteristiche, si presta perfettamente per fungere da potenziale futuro singolo. La lunga “Wenn Erdreich Bricht” potrebbe essere definita la ballad del disco (ballad nell’accezione “equilibriumista” del termine, intendiamoci). Si presenta, infatti, come un mid-tempo epico ed evocativo che non riesce, tuttavia, nell’intento di catturare nella dovuta maniera l’attenzione dell’ascoltatore, forse per un eccessiva ripetitività e per un growl sempre particolarmente esagerato per il genere proposto (secondo il mio parere), soprattutto se abbinato a riff ariosi e, a loro modo, “zuccherosi”. La song viene chiusa da un inciso femminile (da parte dell’ospite Gaby Koss, ex soprano degli Haggard) su base sinfonica, ma ciò non basta per risollevarne l’attenzione. Ed eccoci alla fine, con la lunghissima strumentale (13 minuti) “Kurzes Epos”, che ricalca le orme di Mana, lunga suite strumentale di chiusura di Sagas. Gli ingredienti sono gli stessi, ovvero melodie ed orchestrazioni vincenti e pompose, affreschi epico-battaglieri, accelerazioni-decelerazioni ed atmosfere nordiche ad accompagnare il tutto. E’ palese l’intento dei nostri di rievocare il vecchio brano succitato, ed in fin dei conti, pur non aggiungendo nulla di nuovo all’album ed alla discografia, la suite risulta piacevole ed abbastanza scorrevole nei suoi interscambi umorali e d’atmosfera, senza dilungarsi in partiture troppo dispersive. In conclusione, siamo dinnanzi ad un nuovo album riuscito e ricco di sfumature, a cui non si può negare qualche piccolo scivolone stilistico. Ma questi scivoloni di certo non intaccano minimamente la qualità della band ed il suo innato…equilibrio.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

La grande forza della band è sempre stata quella di riuscire a sorprendere con arrangiamenti bombastici e ultra-pomposi, accompagnati da semplici ma freschissime melodie, su una base tecnica di tutto rispetto, ma che non spicca per doti particolarmente eccelse. Scordatevi assoli di chitarra o divagazioni simili; troverete solo una doppia cassa che viaggia alla velocità di un treno, accorpata a ritmiche precise e potenti, ma mai solistiche. Pertanto, il nuovo drummer Tuval  Refaeli, la bella bassista Sandra Völkl e le due asce proseguono su territori sicuri e precisi, senza sbavature e senza gloria. Ciò che colpisce, nuovamente, sono gli arrangiamenti folk-sinfonici, che riescono sempre a sorprenderci e ad immergerci nella mitologia degli Equilibrium. Mi sembra giusto spendere due parole sul nuovo cantante Robert Dahn: semplicemente un animale da palco, possiede un timbro scream meno acuto del suo predecessore, e sembra prediligere il growl rispetto allo scream. Con tutta onestà, preferivo il vecchio singer, possessore di uno scream più tagliente ed incisivo. Inoltre, come già detto,  Robert tende ad esagerare nella corposità del growling, rendendo la sua partitura spesso fuori luogo rispetto alla musica. Senza disquisire sulla notevole bontà compositiva della band e sulla buonissima produzione, concludiamo dicendo che Rekreatur è una “creatura” riuscita, inferiore a Sagas ma, forse, rispetto a quest’ultimo, più scorrevole ad un primo ascolto (ed anche più breve). L’immagine di copertina non è certo un capolavoro, ma i suoi colori freddi e l’atmosfera gelida rendono giustizia a quanto composto dalla band. Non conosco il tedesco, pertanto non posso avere voce in capitolo sulle liriche, anche se c’è da aspettarsi che siano fortemente basate, come sempre, sulla mitologia germanica, tanto cara ai nostri. C’è solo da augurarsi che gli Equilibrium non si adagino troppo sul successo di Sagas e che sperimentino sempre di più attraverso il loro sound, ma, intanto, gustiamoci un degno ritorno per una band in continua crescita stilistica.


Tracklist:

01. In Heiligen Hallen
02. Der Ewige Sieg
03.
Verbrannte Erde
04. Die Affeninsel
05. Der Wassermann
06. Aus Ferner Zeit
07. Fahrtwind
08. Wenn Erdreich Bricht
09. Kurzes Epos


Voto: 8/10


 

martedì 14 dicembre 2010

FREEDOM CALL - Legend Of The Shadowking

Che squillino le trombe!


Nome Album: Legend Of The Shadowking
Etichetta: SPV
Data di uscita: 01 Febbraio 2010
Genere: Power Metal



Introduzione:

“Ti piacciono i Freedom Call?” “Chi, quelli delle trombette?” Ormai le poche persone che ne hanno sentito qualche brano riconoscono in questo modo la band power metal tedesca. Una band nata dalla mente del batterista dei Gamma Ray (Daniel Zimmermann) e dell’amico Chris Bay, che dal lontano 1999 in poi è riuscita a sfornare album validissimi, seppur fortemente basati ed ispirati ad un canonico power metal di stampo epico e decisamente “gioioso”. Caratteristiche che hanno fatto loro conquistare un posto d’onore nel movimento dell’happy metal europeo. Ora, perché le fantomatiche “trombette”? Inutile negare che il loro ricorso al suono delle trombe ha spesso scatenato ilarità da parte dei defenders più accaniti, forse per un loro largo ed imponente utilizzo, soprattutto nei primi tre album. Ma proprio questo suono, a volte al limite del bizzarro, che dà un pesante tocco di pomposa epicità a molti pezzi della band, è diventato un assoluto marchio di fabbrica, targando a fuoco capolavori come i primi 3 album (“Stairway To Fairyland”, “Crystal Empire” e “Eternity”, veri masterpieces dell’“happy-trumpet-power metal”). Bizzarro o meno, la band ha visto crescere a dismisura i fans e i consensi, pur non brillando mai per prestazioni live troppo impegnate o precise, ma sicuramente distensive e coinvolgenti. Il segreto della band consiste nel trovare sempre soluzioni molto azzeccate, veri e propri inni di battaglia dal “tiro” ineccepibile e fottutamente power, aiutati da cori magniloquenti e trionfanti, senza bisogno di ricorrere a divagazioni prog, assoli del secolo, o chissà che altro. Un gruppo puro, indubbiamente, nato per divertimento e per divertire, con tasselli discografici da ascoltare e riascoltare, in giornate tristi, per ritrovare la voglia di vivere. Dopo il buonissimo Circle Of Life (maggiormente orientato verso granitici mid-tempos) e lo scarso Dimensions (dove non v’è traccia delle usuali trombe), tornano nel 2010 con Legend Of The Shadowking, che si presenta, purtroppo, come un altro piccolo passo falso, anche se, in fin dei conti, meno falso del suo diretto predecessore. L’idea lirica è basata su un concept (il quinto della band) che ruota attorno alla storica figura di Re Ludovico II di Bavaria, ma il problema fondamentale è che la musica non fa respirare alcuna aria storica od epica, e questo credo sia un elemento fondamentale nella creazione di un concept storico come questo. L’ispirazione in questi ultimi anni, pertanto, sembra essere venuta meno, rispetto all’epoca delle trombette. Che quindi quest’ultime dessero loro la giusta ispirazione? Se così fosse, non dovremmo esitare a rivolerle indietro nel loro sound:  ingombranti e goliardiche… ma dannatamente Freedom Call!


Track By Track:

Album power + concept storico: cosa meglio di questo binomio può prestarsi ad una bella introduzione sinfonica superbamente arrangiata? Ma qui, di un intro non se ne vede neanche l’ombra: l’attacco diretto è aperto da un incisivo coro su “Out Of The Ruins”, un up-tempo tipicamente power metal. Velocissima, la traccia si staglia su ritmiche battagliere e melodie, tutto sommato, convincenti, che sfociano nell’epico refrain da cantare (come al solito) a squarciagola. Pur essendo priva di tastiere e trombe (ma pregna di cori), rappresenta un’ottima opener, assolutamente convincente, dove lo spirito della band sembra essere rinato. La successiva “Thunder God” cambia subito registro: trattasi di una song più lenta dall’impostazione quasi hard rock, che di power ha davvero poco, se non il refrain, corale e abbastanza convincente. La canzone è in sé piuttosto banale nella struttura, e non lascia segni particolari, ma scorre facilmente anche per la sua breve durata. L’annesso videoclip è, d’altro canto, una cosa davvero orribile, punto. Le cose non vanno meglio con la seguente cavalcata “Tears Of Babylon”, dove compaiono le uniche trombe (rieccole!) dell’album. Anche per questo, è il brano che più richiama il passato, ma lo fa stancamente, con un ritornello ed un incedere generale che, francamente, più scontato di così non potrebbe essere. Per fortuna ci pensa “Merlin – Legend Of The Past” a risollevare l’attenzione. Esplode con un coro oscuro, prosegue in un up-tempo dalle soluzioni musicali azzeccate, per poi sfociare in un refrain epico ed evocativo. Quindi, un ottimo brano (il migliore dell’album, a mio parere) che, guarda caso, è isolato dalla storia del concept (pur essendo, paradossalmente, un concentrato d’atmosfera non indifferente). Un coro asciutto lancia nelle orecchie la successiva “Resurrection Day”, altro up-tempo che alterna delle serratissime strofe, piuttosto scarne e scontate, ad un irresistibile ritornello dai toni happy e molto riuscito, in cui spiccano le consuete doti del drummer Dan, sempre velocissimo, tecnico e preciso. Da notare l’ispirato e veloce assolo di chitarra centrale. Il trittico seguente è rappresentato da una certa atmosfera oscura e plumbea, abbastanza inusuale per la band, rappresentando un discreto esperimento (già iniziato sul precedente Dimensions con The Blackened Sun): si parte con l’introduzione acustica di “Under The Spell Of The Moon”, mid-tempo dall’impianto musicale al limite del gothic, con un Chris Bay che, nel buon refrain accompagnato da drammatici cori e melodie oscure, si cimenta in partiture stranamente baritonali (inusuali per il suo timbro e la sua estensione generalmente elevata) ricordando di striscio il singer degli HIM Ville Valo. In definitiva è un brano piacevole, ma sicuramente non è nulla di sorprendente a livello di songwriting generale. Un po’ meglio la seguente “Dark Obsession”, impreziosita da un’introduzione sinfonica e da inquietanti melodie corali e pianistiche. Anche se rallenta nel buon ritornello, l’incedere del brano è decisamente più granitico e stuzzicante rispetto al brano precedente. Segue “The Darkness”, un titolo abbastanza banale per una buona canzone. Dopo una partenza piuttosto lenta ed oscura, la song sfocia in un mid-tempo dove troviamo delle strofe aggressive e di ottima fattura, impreziosite da ottimi inserti vocali, bridge e ritornello che assumono dei toni quasi gothic, e alcuni inserti elettronici in vicinanza del finale. Tutto sommato quindi si tratta di tre canzoni differenti rispetto al classico stile della band, e l’esperimento risulta riuscito più che degnamente. Si torna a pestare sull’acceleratore con la seguente “Remember!”, un titolo che è tutto un programma: come se i Freedom Call volessero farci “ricordare” qual è il loro genere musicale, attaccano con un coro che sfocia in un up-tempo di stampo classicamente power. Tuttavia la canzone non riesce a brillare, e perde forza soprattutto a causa di strofe banali senza un minimo di innovazione e di un refrain trascurabile e assai poco coinvolgente. Il successivo interludio “Ludwig II” non aggiunge nulla di rilevante all’economia del disco, trattandosi di un breve brano pseudo-sinfonico recitato in lingua madre, preludio alla successiva “The Shadowking”: brano dal taglio piuttosto “sbarazzino” e ritmato, che scorre via senza troppi impedimenti attraverso evocative strofe ed un buon ritornello. La seguente ballad pianistica “Merlin – Requiem”, riprende, come si evince dal titolo, il ritornello della precedente “Merlin – Legend Of The Past” in chiave lenta e sinfonica. La sua breve durata non permette di apprezzarne troppo i contenuti e sarebbe risultata un brano più vincente se fosse stata sviluppata maggiormente. Ma, al di là di questo, risulta comunque un piacevole intermezzo. “Kingdom Of Madness” sembra essere una di quelle song fatte apposta per i live: lo dimostrano un incedere di stampo decisamente hard rock-stradaiolo, un buon ritornello azzeccatissimo per i concerti, ed un (quasi imbarazzante) intermezzo, dove gli strumenti proseguono su una base stazionaria e il ritornello viene ripetuto varie volte, come capita spesso in concerti live dominati da un pubblico sovrano. Chiude l’album una poco degna di nota “A Perfect Day”, che, dopo una buona introduzione dal sapore folk rock, si perde in strofe rockeggianti e in un ritornello eccessivamente allegro e mieloso. Si chiude così, in modo piuttosto inconcludente, la leggenda del re delle ombre, assieme a questo album altalenante che ci dimostra dei Freedom Call in discreta forma, spesso carenti nel lato del songwriting. Questa volta quindi, cari Dan Zimmermann & soci,  niente squilli di tromba.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

La band tedesca non si è mai elevata troppo rispetto agli standard imposti da questo genere, a livello puramente tecnico. Anzi, se proprio dobbiamo essere sinceri, da questo punto di vista, non è mai spiccata, poiché i suoi punti di forza sono decisamente altri. Ma, nonostante questo, possiamo citare il frontman Chris Bay, dal timbro vocale piuttosto morbido e freddo, tutt’altro che aggressivo, ma dotato di un’ottima tecnica vocale e di un’estensione notevole (come dimostra in questo album), oltre che di un certo camaleontismo nel saper interpretare brani di atmosfere differenti. Un singer sicuramente adatto per la proposta del quartetto. Inutile ribadire la bravura del drummer Dan Zimmermann (anche se in tempi recentissimi ha lasciato la band), che i più conoscono soprattutto per il suo operato nei ben più importanti Gamma Ray. C’è da dire però che, nei Freedom Call, il suddetto batterista non è mai riuscito ad esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Per il resto, chitarra e basso svolgono un preciso lavoro, anche se piuttosto standard, senza riuscire a spiccare. Oltre alla discutibile bontà del songwriting, inoltre, mi sento di segnalare che anche la produzione non brilla, tendendo spesso ad oscurare le chitarre (già di per se caratterizzate da un suono scarno) in favore della voce di Bay, facendo perdere impatto e potenza ai brani. Per quanto riguarda la copertina, si tratta di una bellissima immagine che ritrae una sorta di statua di Re Ludovico II, con un mare baciato dalla luna sullo sfondo. I colori sono freddi ed evocativi, perfettamente calzanti con la storia narrata. Quindi eccoci qui, con queste 14 canzoni, fin troppo brevi e spesso mal sviluppate, ma decisamente dirette, che non riescono a farci respirare la giusta atmosfera epica che un concept come questo meriterebbe. Peccato. Intanto cerchiamo di godere dei pochi brani davvero notevoli all’interno di questo album, mentre attendiamo con impazienza che anche i FC abbiano nostalgia del loro stesso passato e tornino a stupirci con le tanto amate-odiate trombette.


Tracklist:

01. Out Of The Ruins
02. Thunder God
03. Tears Of Babylon
04. Merlin – Legend Of The Past
05. Resurrection Day
06. Under The Spell Of The Moon
07. Dark Obsession
08. The Darkness
09. Remember!
10. Ludwig II – Prologue
11. The Shadowking
12. Merlin – Requiem
13. Kingdom Of Madness
14. A Perfect Day


Voto: 6,5/10

mercoledì 1 dicembre 2010

GAMMA RAY - To The Metal!

Coerenza e classe...

Nome Album: To The Metal!
Etichetta: EarMusic/Edel Germany
Data di uscita: 29 Gennaio 2010
Genere: Heavy/Power Metal


Introduzione:

Dopo il tanto bello quanto canonico sequel del loro album più popolare (Land Of The Free), torna una delle realtà più seguite ed apprezzate nel campo del power metal teutonico. Quello, per intenderci, grezzo, graffiante, di stampo prettamente heavy e quindi condito da poche tastiere. Tornano i Gamma Ray, con il sempre adrenalinico leader Kai Hansen (in passato, primo chitarrista degli Helloween e vero inventore del power metal, già dai tempi di Walls Of Jerico e dei due Keeper), che, anche in questo album, dà prova delle sue capacità di compositore di heavy metal ed esecutore. Tornano con un album interessante (anche se non particolarmente brillante per quanto riguarda nuove idee originali), che, diversamente dalle aspettative, è riuscito a colpirmi fin dai primi ascolti. La formula vincente di questa band è sempre stata quella di non cambiare mai, frutto della consapevolezza di aver scritto sempre un fottutissimo power metal condito da heavy (nella loro discografia sono moltissimi i richiami a Judas Priest ed Iron Maiden) e, come si suol dire, formula vincente non si cambia. Pertanto, rieccoci qui, con questo nuovo (si lo so, ormai ha quasi un anno, ma è comunque un prodotto del 2010!) album dallo stampo coerentemente “gammaraiano”, dove, ancora una volta, non troviamo innovazioni o restyling di alcun tipo, ma solo puro power metal, come Kai ci ha sempre abituati. Quindi, intuile dire che si tratta di qualcosa di indubbiamente già sentito, e chi è alla ricerca di novità stilistiche farebbe bene a rimanere alla larga da questo prodotto. Tuttavia i Gamma riescono, pur restando in canonici stilemi, a catturare, grazie probabilmente ad un’attitudine e ad un “tiro” che poche altre band riescono ad avere nel loro campo. Infatti, da grande fan del power metal (oltre che del metal nella sua totale generalità), io per primo riconosco che il mercato di questo sottogenere è affollato ed ormai saturo di band. Band tecnicamente sempre validissime, ma a cui manca il giusto spirito accattivante per essere in grado di essere vincenti. E questo spirito non manca di certo ai Gamma Ray.


Track By Track:

Non poteva esserci incipit migliore di una splendida “Rise”, song in perfetto stile Gamma Ray: intro pulita, strofe indimenticabili ad un’elevata velocità d’esecuzione, arrangiamenti sempre graffianti ed accattivanti. Il ritornello particolarmente melodico si impregna in testa per non uscirne più. Quindi un’ottima partenza che richiama gli ultimi lavori della band (Majestic e LOTF 2, giusto per fare un paragone diretto). Il seguito è affidato ad una song di facile impatto, la piuttosto classica “Deadlands”. L’impianto generale è improntato verso un heavy-power molto caro alla band tedesca. Le melodie nel refrain ammiccano verso delle soluzioni meno ricercate rispetto al precedente brano e quindi più immediate, ma, ciò nonostante, rimane comunque un brano di grande impatto ed orecchiabilità, con alcuni inserti più velocizzati ed un assolo di chitarra sparato a mille. Rallentano i ritmi, per lasciar spazio all’incedere prettamente hard rock-heavy metal della successiva “Mother Angel”, sicuramente un buon brano, anche se piuttosto canonico (soprattutto il refrain) e fin troppo standard. Buona e melodica la parte solistica, accompagnata da lievi partiture di tastiera. In fin dei conti, si tratta di un brano piacevole da ascoltare, seppur scontato, che di certo non farà gridare al miracolo per innovazioni particolari. Il livello qualitativo dell’album si alza con la struggente “No Need To Cry”, una ballad corposa lenta e melodica, che riporta alla mente grandi lenti della band come Lake Of Tears. Accompagnata da un piglio orchestrale e pianistico delicato e perfettamente incastrato nella struttura, la canzone si sussegue tra momenti altamente emozionanti (come il ritornello e la sezione d’assoli), “rovinati” forse, a livello atmosferico, solo da un bizzarro intermezzo acustico, cantato dal bassista Dirk Schlächter. Questo interludio, particolarmente allegro, stacca troppo dal resto dell’atmosfera emozionante e malinconica della canzone, risultando pertanto un po’ fuori dal contesto. Tuttavia, dopo vari ascolti, riuscirete ad abituarvici. Segue un altro ottimo brano, il più oscuro dell’album: “Empathy”. Trattasi di un buonissimo mid-tempo particolarmente aggressivo e carico di pathos, come si intuisce anche solo dalla semplice introduzione in chitarra pulita. Non brilla certo per troppa originalità in ritmiche o struttura, ma questo brano è comunque in grado di colpire positivamente l’ascoltatore. Se non altro perché è un pezzo abbastanza inusuale nello stile della band. Arriviamo all’unico vero anello debole del full lenght, la title-track “To The Metal”: un brano che lascia l’amaro in bocca da quanto scontato e piuttosto inutile all’economia dell’album. Diciamocelo, hanno voluto fare una classica tamarrata, come si intuisce già dall’eloquente titolo, inserendo un brano di chiaro stampo heavy metal anni ’80. La riproposta dello stile dei noti  Manowar è lampante, e, certo, lo scialbo ritornello non aiuta a farci apprezzare questa song dallo scorrere, quindi, piuttosto banale. Passiamo oltre con “All You Need To Know”, song particolarmente cattiva nel suo incedere, il cui intro è affidato a dei riff feroci ed aggressivi. La canzone vede la partecipazione, nel ritornello, del mitico ex-Helloween Micheal Kiske alla voce (come già accadde su Land Of The Free), ma, nonostante la sua presenza, il ritornello, a causa di una sua eccesiva “zuccherosità” fa perdere forza al brano. “Time To Live” riprende le redini della band, cavalcando su sentieri heavy-power non particolarmente veloci. Il brano si sussegue senza troppa originalità, ma il suo ritornello catchy e il suo incedere lo rendono dannatamente coinvolgente, spingendo l’ascoltatore ad ulteriori ascolti. La seguente “Shine On” viene introdotta da un virtuosismo di basso, e prosegue tra strofe malvagie e violentissime (con Kai Hansen tramutato in un Rob Halford incazzatissimo), ritornelli più ariosi e corali, precisi intermezzi solistici di basso e chitarra. Un buonissimo brano quindi, molto diretto e dalla rapida scorrevolezza. Alcuni suoni di tastiera introducono la conclusiva “Chasing Shadows”, un brano power metal abbastanza standard e canonico che però, come al solito, possiede un tiro ed un piglio azzeccatissimo per non scivolare nel baratro della banalità. Doppia cassa incessante, ritmiche serrate e sottili tappeti tastieristici condiscono questo brano, che acquista ancora più spessore a partire dalla strana e particolare sezione di assoli (ne compare anche uno di tastiera, lanciato a folle velocità, insolito per la band). Perciò, senza tanti fronzoli, questi dieci brani di To The Metal ci consegnano i Gamma Ray del 2010: dei musicisti preparati, con molta esperienza ed in ottima forma, in grado di regalarci ancora, dopo tutti questi anni, dei notevoli episodi musicali.


Considerazioni Tecniche e Conclusive:

To The Metal è quindi un album buono, che di certo non mancherà di soddisfare i palati affamati di power “made in Germany”, o meglio, il power “made in Kai Hansen”. Parliamo proprio di lui, l’internazionalmente noto “zio Kai”, l’inventore indiscusso del power metal con i suoi ex-Helloween, leader instancabile e totalmente devoto alla fiamma dell’heavy metal: anche in questo disco, la sua prestazione canora è intrigante e maligna. Pur non essendo tecnica, la sua voce riesce sempre a trasmettere, proprio perché il suo timbro è immediatamente riconoscibile. Fenomenale nelle frequenze alte ed oscura nella frequenze basse, è un trademark nel sound della band, e, di certo, dona quel qualcosa in più ai brani (un po’ come Hansi nei Blind Guardian, insomma). Dan Zimmermann, asso indiscusso dietro alle pelli e macchina da guerra in sede live, riempie alla perfezione e non manca di inserire qualche passaggio più tecnico e più studiato, rispetto ad una canonica doppia cassa sparata a mille. Henjo Richter, chitarrista dal faccino tutt’altro che plumbeo, ci propina impareggiabili assoli di chitarra, ispirati e, come sempre, ottimamente eseguiti. Ed infine Dirk Schlächter, si riconferma bassista completo sia dal punto di vista tecnico che ritmico, eseguendo degnamente il suo sporco compito. Tralasciando le consuete ottime produzioni e i suoni perfettamente bilanciati in fase di mixaggio, la band, è superfluo ribadirlo, tecnicamente ci sa fare e lo dimostra anche in questo nuovo lavoro. La copertina è, a mio avviso, una delle più belle e cariche di colori tra quelle utilizzate per un disco dei Gamma Ray, e risulta decisamente azzeccata per il titolo dell’album ed i suoi contenuti musicali. Capolavoro della band? Album dell’anno? No, sicuramente no. Resta un album godibilissimo di sano e saziante power metal europeo, dall’inizio alla fine (ok, sorvolando sulla title-track), con buonissimi episodi ed altri un po’ meno convincenti. Un album che non spicca, come già detto, per originalità, non spicca per idee nuove e non mancherà di dare numerose sensazioni di deja vù, ma che vince sul lato carismatico ed è in grado di farci muovere la testa e le dita a ritmo. E, permettetemi di dirlo, dai grandi Gamma Ray pretendiamo proprio questo, e nulla di più.


Tracklist:

01. Rise
02. Deadlands
03. Mother Angel
04. No Need To Cry
05. Empathy
06. To The Metal
07. All You Need To Know
08. Time To Live
09. Shine Forever
10. Chasing shadows


Voto: 7,5